Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Sinfonia di formaggi

· ​Romanzi celebri e arte culinaria ·

La grande letteratura non passa solo attraverso i salotti: fa spesso tappa anche in cucina. Tanto che talune pagine di celebri romanzi non avrebbero lo stesso sapore se non fossero state vergate al fuoco di gustose pietanze o sotto i fumi di bevande prelibate. Del resto Alexandre Dumas, nel suo Grand Dictionary of Cousine definiva il pranzo «l’attività quotidiana più importante», che solo le persone intelligenti sanno pienamente apprezzare. È quando si è seduti a tavola, sentenziava l’autore del Conte di Montecristo, che l’ingegno funziona meglio: la squisitezza di un dolce e un buon caffè sono il viatico per sondare e attingere, nel corso di elevate conversazioni, profonde verità. 

Il mercato Les Halles a Parigi in una stampa dell’epoca (XIX secolo)

E dunque, quando si passano in rassegna alcune opere che hanno fatto la storia della letteratura, è dato di constatare, tra le righe, che anche l’elemento culinario gioca un ruolo importante nel tessuto narrativo. È questo il dato che spicca nel libro di Diana Secker Tesdell Stories from the Kitchen (London, Everyman’s Library, 2015, pagine 400, euro 16).
In To the Lighthouse (1927) di Virginia Woolf — ella stessa confessava che la sua unica passione era cucinare — la protagonista, la travagliata e sensibile Mrs Ramsay, si riscatta da un attacco di malinconia grazie alla vista del boeuf en daube (stufato di manzo): ci ha messo tre giorni per prepararlo. E la fatica sarà premiata, visto che il piatto riscuoterà l’elogio dei commensali. Un successo tanto più significativo proprio perché sancito da persone che, intorno alla tavola, manifestano sensibilità e opinioni divergenti. Insomma vi è lo spaccato di un mondo diviso, o meglio fratturato, che trova unità, per quanto effimera, nel piacere unanime derivante dal gustare un piatto succulento.
Il pensiero, poi, non può che andare a Marcel Proust e alla sua madeleine, quella fetta biscottata spalmata di miele o di marmellata assurta a strumento d’eccellenza per rievocare un passato che si crede, e si teme, perduto per sempre. E più di una volta Swann viene colto a sbirciare in cucina, come catturato nel seguire quei procedimenti che, sempre uguali ma non per questo meno affascinanti, permetteranno poi di godere di pasti sopraffini.
C’è poi chi come Émile Zola compone «la sinfonia dei formaggi» nel romanzo Le Ventre de Paris (1873). Nel descrivere la formicolante attività di Les Halles, il mercato centrale di Parigi, lo scrittore francese — pur impegnato nel farsi portavoce della battaglia delle classi meno abbienti per ottenere maggiori diritti e tutele — si concede il lusso di analizzare nel dettaglio la grande varietà, dagli odori alle forme, dei formaggi esposti. Anticipando in qualche modo la celebre frase di de Gaulle, che si chiedeva come poter governare un Paese come la Francia che ha 246 tipi di formaggio.
Ma tanta abbondanza non arride certo a Oliver Twist, la creatura di Charles Dickens: orfano affamato, sia di affetti che di cibo, avrà comunque la possibilità di apprezzare la bellezza del mangiare una volta approdato nella casa lavoro di una parrocchia, dove vengono distribuiti tre pasti al giorno. Sono le cipolle il piatto preferito di Oliver il quale, insieme ai suoi coetanei, dovrà rispettare una regola: pulire perfettamente i piatti prima ancora di essersi alzati da tavola. Ma non sarà un problema visto che, scrive Dickens, i cucchiai (spoons) erano grandi come scodelle (bowls).
E quando si hanno a disposizione ben diecimila franchi, in modo del tutto insperato, chi li spenderebbe per preparare un pranzo indimenticabile? Presto detto: la grande cuoca di Parigi, Babette, immortale figura nata dalla penna di Karen Blixen. Tutta la somma sarà investita nell’acquistare ingredienti e bevande. Ma ne varrà la pena: non solo per i commensali, dodici abitanti di un villaggio senza ambizioni, ma anche e soprattutto per la cuoca, che in quel pranzo vede finalmente coronato il suo sogno di artista.

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

26 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE