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In Sinai un conflitto
violento e insidioso

· Almeno 4 civili barbaramente uccisi da militanti dell’Is ·

C’è un conflitto terribile e dimenticato anche nella penisola del Sinai, territorio molto importante sebbene periferico del già sofferente gigante egiziano. Lontano dai riflettori dei media occidentali, in Sinai da molti anni si combatte un conflitto che ha provocato migliaia di morti in uno stillicidio quotidiano che a volte esplode in attentati clamorosi. Per avere un’idea della gravità della situazione, basti ricordare che all’inizio di quest’anno il presidente egiziano al-Sisi avrebbe persino ammesso che è in corso un’ampia collaborazione militare con Israele per contrastare i jihadisti nel Sinai. Secondo indiscrezioni dei media americani e israeliani, l’aviazione di Tel Aviv avrebbe compiuto decine di attacchi aerei contro postazioni jihadiste in Sinai segretamente ma con l’avallo del Cairo, e a loro volta gli aerei egiziani avrebbero il permesso di entrare nello spazio aereo israeliano per colpire basi terroristiche nel nord del Sinai. La penisola da tempo è infatti diventata una base di ribelli armati che si sono affiliati prima ad al-Qaeda e poi al sedicente Stato islamico (Is). Essi conducono continuamente raid contro le postazioni militari egiziane nella penisola, ma a volte riescono a organizzare qualcosa di ben più grosso, come l’attentato alla moschea sufi di al-Rawda del novembre 2017 in cui rimasero uccise più di trecento persone.

Secondo un recente rapporto dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani Human Rights Watch, nel conflitto nel Sinai sempre più militarizzato, dal gennaio 2014 al giugno 2018, sono rimasti uccisi 3.076 presunti estremisti islamici e 1.226 uomini di esercito e polizia. Mancano al conto le vittime fra i civili: secondo i dati dei notiziari egiziani, da gennaio 2015 a giugno 2018, oltre 100 civili sono stati uccisi e oltre 300 altri feriti a colpi di pistola da una “fonte sconosciuta”, e più di 100 morti e 250 feriti sono stati provocati da “bombardamenti da parte di una fonte sconosciuta”. Le violenze in Sinai hanno radici profonde e antiche, e hanno a che fare soprattutto con le tribù beduine locali dell’interno che sono rimaste escluse dallo sviluppo economico tentato con il turismo nel sud, mentre anche le aree del nord (dove si concentrano mezzo milione di abitanti con i centri principali) rimane una regione povera.

In questo contesto di disagio socio-economico e di tradizionalismo tribale ha fatto presa l’estremismo jihadista, avvantaggiato dalla facilità di rendersi irreperibile per chi conosce la regione. Nei primi anni 2000, un gruppo militante con base nel Sinai chiamato al-Tawhid Wal Jihad formò un’alleanza con al-Qaeda, compiendo diversi attacchi di alto profilo a resort turistici assieme ad altri target che uccisero dozzine di persone. Lo stato rispose con una repressione, ma nel caos delle primavere arabe del 2011 la fase di anarchia permise ai locali di dare sfogo agli impulsi di vendetta contro l’apparato allora guidato da Mubarak. L’anno di governo Morsi (30 giugno 2012 - 3 luglio 2013) fu ideologicamente più vicino alle posizioni più fondamentaliste ma senza grandi effetti in tema socio-economico. Anche perché già nel 2013 sopravvenne l’attuale governo guidato ancora dai militari e da al-Sisi, che tornarono a una strategia di controllo stretto dell’area peninsulare, di cui l’operazione Sinai 2018 è un esempio. In questo contesto è nato così un nuovo gruppo armato chiamato Ansar Bayt al-Maqdis, che per prima cosa ha preso di mira le tubature del gas che attraverso il Sinai vanno in Israele e Giordania, e poi ha dato vita a una guerriglia fatta di attacchi quasi settimanali contro posizioni dell’esercito e della polizia.

Il gruppo si è configurato come rete di scambio, addestramento, informazioni e raccolta fondi del jihad locale. Nel 2014 dispute all’interno di questo gruppo hanno portato la maggioranza dei suoi membri a schierarsi con l’Is (in quel momento in grande ascesa) cambiando il nome in “Provincia del Sinai” (Wilayat al Sinai), e facendone uno dei primi gruppi affiliati fuori dal contesto siro-iracheno. La sedicente provincia ha anche attaccato la minoranza dei cristiani in Egitto, rivendicando gli attentati contro due chiese di Tanta e Alessandria nella Domenica delle palme del 2017. Sono poi rimasti attivi alcuni gruppi legati ad al-Qaeda, quali Jund al Islam, Ansar al Islam e altri, i quali spesso sono in contrasto e in concorrenza con gli stessi gruppi dell’Is. Si segnala poi anche un certo attivismo dei palestinesi di Hamas, che prima collaboravano con i jihadisti sinaitici soprattutto nell’ottica del contrabbando d’armi e della minaccia a Israele dal fronte meridionale, ma ora sembrano aver rotto completamente i rapporti col mondo dell’Is tanto che si registrano spesso scontri armati sia a Gaza che nel Sinai. La Fratellanza islamica è poi presente con gruppi come lo Hasm (sigla dell’Esercito del Movimento Egiziano) e il Liwa al Thawra, ovvero “la bandiera della Rivoluzione”. Tra questi gruppi il più pericoloso sembra quello legato all’Is, il quale non solo è ben radicato sul territorio e fra la popolazione, ma di recente si sarebbe giovato del supporto di numerosi foreign fighters provenienti dalla Siria.

Per quanto dunque la guerra pluriennale che infiamma il Sinai sia definita “a bassa intensità”, in realtà essa costituisce un grave nodo irrisolto per la stabilità di tutta l’area, e può offrire la scintilla per crisi più gravi oppure il background per intervenire in modo deciso in alcune delle altre crisi che affliggono il Medio oriente. È chiaro che lì come altrove una soluzione esclusivamente militare non rappresenti la via d’uscita dai disagi che, colpendo la popolazione locale, creano il terreno di alimentazione per una lotta armata che ha dimostrato di poter diventare fanatica e feroce.

di Osvaldo Baldacci

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19 novembre 2019

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