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Silvio Berlusconi condannato in via definitiva

· La Cassazione conferma i quattro anni di reclusione per frode fiscale ma chiede di ridefinire l’interdizione dai pubblici uffici ·

La condanna in via definitiva dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale sembra riaprire in Italia un conflitto che dura da quasi vent’anni, condizionando non solo la vita politica ma anche la crescita del Paese. Solo il sangue freddo e la saggezza costituzionale di alcune figure di rilievo delle istituzioni hanno consentito che, nonostante tutto, l’equilibrio democratico, sottoposto in alcuni momenti a fortissime tensioni, fosse mantenuto. E così da molte parti ci si augura che accada anche ora. Le difficoltà economiche in cui versano i cittadini italiani, fra le quali pure si comincia ad intravedere qualche lieve segnale di speranza, inducono infatti a non precipitare verso una crisi di Governo dagli esiti imprevedibili.

Se le istituzioni democratiche, grazie ai meccanismi previsti dai padri costituenti, hanno retto all’urto di situazioni politiche oggettivamente anomale, l’Italia ha pagato in questi anni, sotto l’aspetto dell’etica e della cultura giuridica, un alto prezzo. Fra le macerie lasciate sul campo figurano, da una parte, un concetto della legalità offuscato nella coscienza e nei comportamenti di molti italiani, e dall’altra una soggettivizzazione politica della giustizia dagli esiti nocivi.

È quanto sembra certificare anche il presidente della Repubblica attraverso la nota con la quale ha commentato, giovedì, la sentenza della Cassazione: «La strada maestra da seguire – ha scritto Giorgio Napolitano – è sempre stata quella della fiducia e del rispetto verso la magistratura, che è chiamata a indagare e giudicare in piena autonomia e indipendenza alla luce di principi costituzionali e secondo le procedure di legge». E ha aggiunto il capo dello Stato: «Ritengo ed auspico che possano ora aprirsi condizioni più favorevoli per l’esame, in Parlamento, di quei problemi relativi all’amministrazione della giustizia, già efficacemente prospettati nella relazione del gruppo di lavoro da me istituito il 30 marzo scorso. Per uscire dalla crisi in cui si trova e per darsi una nuova prospettiva di sviluppo, il Paese ha bisogno di ritrovare serenità e coesione su temi istituzionali di cruciale importanza che lo hanno visto per troppi anni aspramente diviso e impotente a riformarsi».

L’autorevole richiamo del presidente della Repubblica alla necessità di una riforma della giustizia risponde anzitutto all’esigenza di rassicurare circa il ruolo di garanzia e di equidistanza che il capo dello Stato ha intenzione di mantenere anche in questa fase. In tal modo Napolitano invita il centrodestra a non lasciarsi andare ad atteggiamenti distruttivi e il centrosinistra a non calcare la mano e a non utilizzare la sentenza della Cassazione come l’arma definitiva per la sconfitta di Berlusconi. Il quale, stando al videomessaggio diffuso nella serata stessa della sentenza, non ha intenzione di farsi indietro, visti anche i prossimi appuntamenti giudiziari che lo vedranno ancora protagonista. In ogni caso la dichiarazione del presidente della Repubblica non può essere letta come presa di distanza dall’operato della magistratura.

Nella sentenza la Corte di cassazione ha annullato la pena accessoria dell’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, comminata a Berlusconi nei due gradi precedenti di giudizio. Dovrà essere una diversa sezione della Corte d’appello di Milano a stabilire di nuovamente l’entità dell’interdizione, che in relazione al reato riconosciuto è prevista da uno a tre anni. Sulla decadenza di Berlusconi dalla carica di senatore dovrà invece decidere l’assemblea di Palazzo Madama. Di sicuro, l’ex presidente del Consiglio dovrà scontare un anno di reclusione (tre dei quattro anni sono condonati dal’indulto del 2006), probabilmente agli arresti domiciliari. La decisione sarà presa dal Tribunale di sorveglianza presumibilmente il prossimo ottobre.

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14 dicembre 2019

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