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Silvina Ocampo

La scrittrice argentina Silvina Ocampo è una delle figure talentuose e originali della letteratura in lingua spagnola. Di famiglia aristocratica, autrice e precorritrice di diversi generi letterari, attorno a lei sono stati creati miti che riguardano non solo la sua opera, rivalutata con entusiasmo negli ultimi anni, ma anche la sua vita privata: il rapporto particolare che aveva con suo marito, Adolfo Bioy Casares, la sua amicizia con Jorge Luis Borges, che cenava ogni sera a casa sua, e le sue sconvolgenti premonizioni.

Silvina Ocampo con Jorge Luis Borges e Manuel Peyrou

Silvina Ocampo era la più piccola di sei sorelle, tra le quali spiccava soprattutto Victoria, la fondatrice della mitica rivista «Sur». Come era tradizione in ogni buona famiglia dell’epoca, Silvina fu educata da istitutrici che prima le insegnarono a parlare in francese e poi in inglese. Per lei lo spagnolo non era la lingua degli affetti, dell’infanzia, della cultura. I racconti di Silvina presentano in generale due schieramenti, separando i forti dai deboli e i dominanti dai dominati. In essi, nello scenario privilegiato di una casa patriarcale, dove è ambientata gran parte delle storie, i bambini si schierano con i domestici e i poveri. Come ripeteva spesso, si sentiva attratta dalla libertà di «quanti stanno in basso», dallo stile di vita meno condizionato dalle convenzioni e, a suo parere, più spontaneo e autentico del personale subalterno rispetto a quello dei suoi familiari adulti. Fin da bambina Silvina studiò pittura e praticò disegno a Parigi con Giorgio de Chirico. Grazie a Borges, nel 1933 conobbe un giovane incontenibile, nove anni più giovane di lei, che poco tempo dopo avrebbe pubblicato quello che è considerato il migliore romanzo argentino di tutti i tempi, L’invenzione di Morel. Era Adolfo Bioy Casares, con cui Silvina si sarebbe sposata nel freddo inverno del 1940.

La rivista «Sur» riunì per anni un gruppo di amici intimi e scrittori di grande talento, segnando un’intera epoca in Argentina e nella letteratura in lingua spagnola. In essa si distinguevano soprattutto suo marito, Adolfo Bioy Casares, il suo grande amico Jorge Luis Borges, e sua sorella Victoria, direttrice della rivista. Anche per questo Silvina passò inosservata nel panorama letterario argentino, vivendo sempre all’ombra di queste tre grandi figure, relegata al ruolo di scrittrice consorte, di sorella fedele e di amica incondizionata. Quando nel 1937 pubblicò il suo primo libro di racconti, Viaje olvidado, l’onnipotente Victoria non poté non cedere alla tentazione di recensirlo sulla rivista «Sur». Voleva essere compiacente e invece fu lamentosa, voleva dimostrare che affrontava il rischio della parentela evitando gli elogi, e invece fu ingiusta e prepotente, esigendo dalla sorella una prosa che si adattasse all’ideale estetico del gruppo. Criticò il suo lavoro innovativo sul linguaggio, il suo stile impacciato, sostenendo che per «infischiarsene della grammatica» bisognava dominare prima le forme convenzionali. Silvina accusò il colpo — e non lo dimenticò mai — e cercò addirittura di adeguare la sua scrittura al “dover essere” indicato dalla recensione di Victoria. Risultato di tutto ciò fu, nel 1948, Autobiografía de Irene, che alcuni considerano la sua opera più artificiosa e meno audace.

Da quel momento in poi nella sua attività narrativa, parallela alla poesia che coltivò come attività quasi separata, puntò sempre a trovare l’espressione originale e irriverente, sviluppando qualità che aveva dentro fin dall’inizio e infischiandosene di ogni classificazione. Al pari di Victoria, Silvina disarticolò i discorsi del potere maschile e sfidò i pregiudizi sul genere femminile, ma lo fece in modo diverso, cercando scorciatoie, scegliendo le “astuzie del debole”, facendo finta di non sapere, avvalendosi della tutela di Bioy, mimetizzandosi nel gruppo per dissimulare la sua voce, nascondendosi dietro la sua immagine infantile per dire cose indecenti, per affermare i suoi desideri e i suoi odi più profondi. La timidezza le impediva di mostrarsi troppo spesso in pubblico, evitava la riunioni, non concedeva quasi interviste e non permetteva che la fotografassero. La critica letteraria la ignorò sino alla fine degli anni ottanta, senza percepire la complessità, l’umorismo e l’originalità della sua opera. Questo modo di vivere le permise però di costruire un universo in cui le parole e le immagini godevano di vita propria.

Silvina Ocampo scrisse alcuni dei migliori racconti della letteratura argentina. Puntò soprattutto a innalzare alla categoria di generi di prim’ordine la letteratura fantastica e quella poliziesca. Copiosa fu anche la sua produzione poetica, dove aderì alla corrente che intendeva recuperare i modelli classici dell’antica poesia castigliana. Con i suoi due “punti deboli”, Borges e Bioy, scrisse le famosissime Antologia della letteratura fantastica e Antologia della poesia argentina.

di Silvina Pérez

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07 dicembre 2019

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