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Silenzio, prego!

· Cinema e chiacchiere ·

La propensione all’eccesso di comunicazione che si riscontra nella società contemporanea non può non riflettersi con un alto grado di fedeltà anche nel cinema e nel mondo dell’audiovisivo in generale. Anche perché questo ha smesso da tempo di essere un faro culturale e artistico rispetto al proprio pubblico, e sempre più manifesta invece un atteggiamento opposto, ovvero la tendenza ad assecondare e cercare di intercettare pedissequamente dei gusti preesistenti all’interno di una possibile platea. Se dunque il silenzio perde valore nella società, finirà, di conseguenza, per perderlo sicuramente anche nei prodotti del piccolo e grande schermo. 

Una scena del film  «Il grande silenzio» (2006)

Alla base del successo attuale delle serie televisive, c’è sicuramente anche tale aspetto. Tutto si può dire di queste, infatti, tranne che non siano verbose. Fatta eccezione per qualche caso sporadico, è difficile che durante l’episodio di una serie si possa arrivare a contare fino a trenta fra un dialogo e l’altro. C’è da dire, però, che in questo tipo di prodotti l’aspetto visivo è talmente secondario — soprattutto sul piano espressivo e del montaggio in particolare — da farli apparire più vicini ai mezzi espressivi della radio, che del cinema. Se nella stragrande maggioranza delle serie televisive ci fosse anche una voce narrante che descrive a grandi linee ambienti e aspetto dei personaggi, potremmo tranquillamente chiudere gli occhi e ritrovarci a vivere l’ormai dimenticata esperienza di uno sceneggiato radiofonico. Da questo punto di vista, dunque, poco male.
Se questa abitudine di riempire i racconti di dialoghi contagiasse in maniera sistematica anche il cinema, però, sarebbe ben più grave. È persino inutile infatti sottolineare come almeno la metà dei momenti che hanno fatto la storia del grande schermo si svolgano in assenza di parole. D’altro canto, non bisogna nemmeno esagerare. Realizzare un lungometraggio di valore totalmente privo di testo, non è affatto facile. Prima di tutto perché, banalmente, è quasi impossibile giustificare sul piano narrativo una scelta così radicale, evitare insomma che appaia programmatica e finisca per inficiare, già di per sé, il risultato complessivo. Più sottilmente, poi, il dialogo serve spesso proprio a dare maggiore risalto ai momenti di silenzio. Un espediente espressivo, se usato dall’inizio alla fine, perde alla lunga forza e significato. Il contrasto di solito funziona meglio.
Sfuggono ovviamente a certe regole le opere surrealiste (come lo splendido Dementia di John Parker, 1955, la storia di un incubo), i lavori sperimentali e d’avanguardia, e alcuni film comici. Se il protagonista poi è un mimo, e soprattutto un grande mimo, come Jacques Tati, allora tutto ha ovviamente un senso. Ma nella storia del cinema si possono racimolare solo pochi casi di film degni di nota che siano privi di dialoghi e che abbiano anche una solida base realistica e narrativa.
Forse il primo film sonoro con queste caratteristiche è stato La spia (Russell Rouse, 1952), storia di uno scienziato statunitense che collabora segretamente con l’Unione Sovietica. Qui il silenzio ha un ruolo nient’affatto gratuito. Sottolinea infatti la segretezza dell’operato del protagonista ma anche la sua solitudine, la sua alienazione esistenziale. Inevitabile che il commento musicale imperversi, come peraltro capitava a tanti film “normali” dell’epoca. Le forzature poi non mancano, ma rimane comunque un esempio della perfezione tecnico-espressiva raggiunta dal cinema americano in quegli anni, anche al di fuori dei grandi studios, e sufficiente già da sola a raccontare una storia.
Altra opera che rispetta i suddetti requisiti è L’isola nuda (Kaneto Shindō), storia di una famiglia di pescatori e contadini. Il silenzio serve in questo caso a definire meglio l’abitudine di gesti ogni giorno uguali e per i protagonisti ormai automatici, ma anche la loro solenne ritualità. Certo, però, che in una famiglia che comprende anche due bambini tanto silenzio finisce per essere inspiegabile, e per rivelare dunque un’austerità un po’ studiata a tavolino. Shindō, già collaboratore e allievo di Kenji Mizoguchi, autore di una filmografia molto lunga e prolifica, benché poco distribuita al di fuori dei confini nazionali, è comunque un regista da riscoprire.

di Emilio Ranzato

La Grande Chartreuse

Più facile rinunciare alle parole se si sceglie di fare un documentario. E non solo perché ci si libera del piano narrativo, ma perché la cinepresa del documentarista è per eccellenza lo sguardo pudico dell’osservatore che si tiene a una certa distanza. Proprio per non interferire con la realtà che intende registrare. Per non rischiare di inquinarla. C’è però un documentario in cui il silenzio non è soltanto un elemento fisiologico, ma l’argomento principale. È Il grande silenzio, opera del 2006 in cui il regista Philip Gröning riprende la vita dei frati certosini del monastero della Grande Chartreuse, sulle Alpi francesi, in cui vige la regola quasi assoluta del silenzio. Grazie a inquadrature dal gusto geometrico e un ritmo molto musicale del montaggio — dalla scansione nient’affatto lenta — il regista tedesco riesce nell’impresa di entrare in perfetta sintonia con l’atmosfera solenne eppure vitale della vita meditativa. Ma rende conto anche dei piccoli gesti quotidiani, delle necessità pratiche e contingenti. Sottolineando in tal modo un sottile ma concreto legame fra la dimensione terrena e quella trascendente. Ecco allora che al suono riconoscibile della preghiere recitate in coro, vengono affiancati i tanti rumori che scandiscono la giornata, e di cui Gröning spesso non mostra la fonte, per attribuire anche a essi un certo grado di misteriosa alterità. Ma straordinario è soprattutto il modo in cui la regia prima parcellizza lo spazio del monastero e le azioni che lo animano, e poi ricompone il tutto in un organico e armonioso insieme, anche grazie a una splendida fotografia naturale dal gusto vermeeriano, dimostrando come gesti che sembrano indipendenti siano invece legati da uno stringente nesso di causa ed effetto. Un concetto che potrebbe rappresentare l’immagine stessa del Creato.
Simile al lavoro di Gröning, nell’impostazione e nella tematica, è No greater love (Michael Whyte, 2010), documentario sulle suore carmelitane del convento di Most Holy Trinity, nel quartiere londinese di Notting Hill. Rispetto al collega, il regista inglese opta per un registro più spartano e quotidiano. E si serve del montaggio per scomporre gradualmente la vita delle religiose in qualcosa di astratto e affascinante (emilio ranzato)

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23 maggio 2018

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