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Silenzio dei testimoni

· ​Shoah e ricerca della verità storica ·

Il regista britannico Mick Jackson, conosciuto per prodotti hollywoodiani molto leggeri come Guardia del corpo (1992) e Vulcano (1997), stavolta porta invece sullo schermo una storia vera e decisamente seria. La verità negata (Denial) è il racconto di un processo passato piuttosto in sordina, almeno al di fuori del Regno Unito, ma che se avesse avuto un esito diverso avrebbe determinato conseguenze gravissime, aprendo una preoccupante falla nella memoria della Shoah.

Una scena del film

Qualche anno dopo aver pubblicato il saggio Denying the Holocaust (1993), la storica americana Deborah Lipstadt (Rachel Weisz) viene chiamata in giudizio da un collega, il britannico David Irving (Timothy Spall), che sostiene di essere stato ingiuriato nelle pagine del suo libro.
Irving, ferreo negazionista dell’Olocausto, afferma di basare la sua teoria su una sostanziale mancanza di prove contrarie, e soprattutto di portarla avanti semplicemente in nome della ricerca della verità storica e non — come sostiene Lipstadt — in quanto intriso di idee filonaziste. Quello che sembra un caso paradossale, ovvero dover dimostrare un orrore di immense proporzioni, si rivelerà invece per la stimata storica, fra l’altro ebrea, un ostacolo inaspettatamente difficile. Anche perché la giustizia non tiene conto del dolore, ma solo delle rilevanze processuali, non sempre facili da ottenere a tanti anni di distanza.
Nell’immediato dopoguerra, a causa soprattutto dei bombardamenti che gli stessi nazisti operarono sui campi di concentramento, ma anche di sentimenti comprensibili, come il bisogno di allontanarsi il più possibile da quei luoghi teatro di orrori e la convinzione, purtroppo ingenua, che nessuno avrebbe mai messo in discussione quanto accaduto, ha portato a non accumulare sufficienti prove su alcuni aspetti dei lager.
Lacune irrilevanti, rispetto alla mole di altre prove incontestabili e soprattutto della testimonianza di migliaia di sopravvissuti. Non di meno, lacune su cui gli storici revisionisti fanno leva per arrivare a negare l’Olocausto. E che portarono Irving a sostenere in particolare che Auschwitz non fosse un campo di sterminio, ma solo un campo di lavoro all’interno del quale la morte dei prigionieri era un evento accidentale.
Il caso giudiziario raccontato dal film ci porta infatti a riflettere sulla spaventosa fragilità della memoria collettiva, soprattutto di fronte ai meccanismi a volte spietati della giurisprudenza.
In un’aula di tribunale è sufficiente che le testimonianze di due sopravvissuti siano in contraddizione su un dettaglio insignificante, per mettere in dubbio il loro status di prova certa, come già avvenuto in altri processi su questioni analoghe. Motivo che portò gli avvocati di Lipstadt (interpretati qui da Andrew Scott e Tom Wilkinson) a decidere di fare a meno di testimoni. Arrivando così all’ulteriore paradosso di lasciare in silenzio coloro che maggiormente sarebbero stati in diritto far sentire la loro voce contro le vergognose teorie del professor Irving.
Di contro, proprio la giustizia può fornire uno degli strumenti più duraturi contro l’infamia del revisionismo: le sentenze. E quella scritta dal giudice Charles Grey alla fine di questo processo è una delle più importanti della storia recente, anche perché stabilisce un nesso fondamentale fra negazionismo e convinzioni filonaziste. Un baluardo indispensabile per un futuro in cui i sopravvissuti non ci saranno nemmeno più. Tutta la vicenda dunque si è rivoltata contro Irving. Lo storico non solo non ha potuto negare l’innegabile, ma ne ha rinverdito provvidenzialmente la memoria.
L’importanza del film ne mette ovviamente in secondo piano la qualità cinematografica, che non manca ma che rimane nei limiti di un film descrittivo. I temi più profondi, come quello sopracitato del rapporto fra memoria e giustizia, vengono suggeriti dalla stessa cronaca dei fatti, ma non davvero affrontati dalla sceneggiatura. La loro esposizione è dunque sufficiente a svolgere una funzione divulgativa, ma non a suscitare un grande interesse sul piano strettamente drammaturgico. Benché parta dal libro della stessa Lipstadt, History on trial: my day in court with a Holocaust denier, delude quindi un po’ il lavoro di David Hare, drammaturgo, sceneggiatore di The hours (2002) e The reader (2008), nonché regista di un film vincitore dell’Orso d’oro al festival di Berlino, Il mistero di Wetherby (1985).
In compenso, la regia di Jackson si rivela molto sobria, pudica, soprattutto nella sequenza girata ad Auschwitz. Inoltre asseconda appropriatamente un ottimo cast e si concede anche un poetico colpo d’ala nell’inquadratura finale.

di Emilio Ranzato

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20 agosto 2018

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