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Siamo uomini o rettiliani?

· L’archetipo dell’eroe nell’ultimo libro di Oscar di Montigny ·

«Se esplorassimo profondamente i nostri cuori, le nostre menti, e perfino i nostri sogni, scopriremmo insegnanti, guide, demoni, dei, maestri, seduttori, mentori, messaggeri, traditori, alleati, amici, nemici. Tutte quelle figure che ricorrono nelle grandi epopee classiche» scrive Oscar di Montigny nel suo ultimo libro, Il tempo dei nuovi eroi. Riflessioni per il terzo millennio (Mondadori, 2016). La nostra vita non è meno affascinante, misteriosa, eroica delle avventure dei personaggi dell’Iliade o dell’Eneide, il nostro problema (di cui nella maggior parte dei casi non siamo coscienti) è solo un errore di prospettiva. «Chiunque di noi — scrive di Montigny, in questi giorni a Rimini, ospite del popolo del Meeting — può dividere il racconto della storia della propria esistenza in due parti essenziali: quella vissuta in una condizione di ordinarietà e quella vissuta in una condizione di straordinarietà. Per tutti noi il Mondo Straordinario appare tale solo nel momento in cui lo confrontiamo col nostro Mondo Ordinario. Il Mondo Ordinario è quello in cui inizia la storia di ogni eroe, ma è nel Mondo Straordinario che l’eroe si realizza per poi ritornare, a fine avventura, totalmente nuovo, rinato, al suo Mondo Ordinario. Che però ordinario, da quel momento in poi, non sarà mai più». L’eroe, nel suo percorso fatto di battaglie e faticose scalate verso nuovi livelli di consapevolezza, scopre che non l’affermazione illimitata di sé ma l’amore è «l’atto economico per eccellenza», l’azione a lungo termine più umanamente conveniente. Troppo spesso, però, ci lasciamo guidare passivamente dai diktat del nostro “cervello rettiliano” la parte più arcaica della nostra mente, la sede degli istinti primari, della conquista e della difesa, dei comportamenti che riguardano la risposta attacco-fuga. Prendere i limiti della propria visione per i limiti del mondo è l’errore più diffuso e più grave; se ne erano già accorti Schopenhauer, nell’Ottocento, e, prima di lui, il poeta sufi Malik Muhammad Jayasi (che nei suoi versi celebra l’amore come strumento di perfezionamento della vita e fondamento di una positiva partecipazione al mondo) ma ad ogni generazione è necessario ripeterlo, ricordando che la vocazione alla grandezza e alla “misura eroica” è rivolta a ciascuno di noi.

di Silvia Guidi

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23 ottobre 2019

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