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Siamo tutti
in prima elementare

Ho accompagnato i miei figli per il primo giorno di scuola, come tantissimi genitori in giro per il nostro Paese. Il mio primogenito, tredicenne, è all’ultimo anno delle medie, per lui e i suoi compagni è oramai prossimo il congedo dalla scuola dell’obbligo. In loro, non più bambini ma nemmeno ancora ragazzi, la ripresa scolastica non ha prodotto particolari sentimenti, meno che meno positivi, un misto di tedio e malinconia si leggeva sui loro visi, ancora insonnoliti, alcuni con i primi segni della pubertà prossima a esplodere. Mia figlia più piccola, di otto anni e mezzo, ha iniziato la quarta elementare. In lei e nei suoi compagni il primo giorno di scuola è stato vissuto con maggiore allegria. Alcuni erano mossi da gioia vera e propria, soprattutto le bambine, meglio disposte allo studio in confronto ai maschietti, almeno a vedere le reazioni del primo giorno. Poco più in là rispetto ai nostri figli veterani, c’erano i bambini della prima elementare con i propri genitori. Sono loro che hanno reclamato per tutto il tempo la mia attenzione. Impossibile stabilire chi fosse più emozionato, se i figli, con il grembiule blu in bella vista, gli occhi carichi di timidezza, o i padri e madri al loro fianco, alcuni prossimi alla commozione, altri già con le lacrime in mostra. I commenti degli adulti ripetevano tutti, con parole e accenti diversi, lo stesso discorso, sul tempo volato via in un baleno, le loro creature nate che sembra appena ieri. Tutti per mano, genitori e figli, tutti pronti al primo obbligato passo dentro la vita, un esercito di innamorati che non vorrebbe mai staccarsi. Una maestra, un cognome alla volta, ha iniziato a un certo punto a chiamarli, quello è stato il momento del distacco vero e proprio, sino a quel momento solo immaginato. Alcuni bambini hanno iniziato a piangere, altri hanno lasciato la mano del genitore senza titubanza, altri ancora si sono messi a correre, quasi si potesse evitare l’inevitabile: l’inizio della scuola. Al dolore dei bambini ha corrisposto l’emozione dei genitori, chi era riuscito a trattenere il pianto ha pensato bene che quello fosse il momento migliore per arrendersi. La nostra vita è tutta qui. Un esercito di padri e madri, di figli amati che andranno dopo di noi nel mondo, a cui terremo la mano sino a quando la vita non li chiamerà ognuno al proprio destino. Allo stesso modo, però, dentro di noi è radicato un istinto più grande di qualsiasi congedo, che ci fa sperare nell’attesa, che quelle mani alla fine della scuola, la vita, possano tornare a intrecciarsi, le mani di tutti i genitori e di tutti i figli della storia. L’amore vissuto sino al suo bellissimo compimento. Sino al suono della campanella, quando si vola fuori dalla scuola a sorriso invincibile, di corsa verso casa, verso tutto quello che ci aspetta.

di Daniele Mencarelli

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06 dicembre 2019

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