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Siamo tutti emigranti

· Una saga di Mempo Giardinelli ambientata in Argentina ·

«Mio padre e mia madre lasciarono l’Italia perché laggiù eravamo molto poveri. Poverissimi. Più poveri di tutta la povertà che tu abbia mai visto».

Dialogano tra loro, ma a distanza, nonno e nipote della famiglia dei Domeniconelle: uno, responsabile di un gremito termitaio di figli, giunto in Argentina sull’onda dell’esperienza migratoria degli italiani nel mondo: l’altro, a suo tempo fuggito dall’Argentina in Messico per motivi politici.

Lo scrive Claudio Toscani aggiungendo che il titolo (Sant’Uffizio della memoria, edizioni Elliot, Roma, 2016, pagine 562, euro19,50) di questo romanzo-ergastolo (vent’anni di lavoro tra il 1991 e il 2009), più che richiamare a una qualche inquisizione o colpevolezza o condanna, intende offrirsi come supervisione, indagine, ricordo senza mito, o a meglio dire accertamento delle memorie familiari, ora che Pedro (è lui il transfuga) ha confermato il ritorno in seno ai suoi e tutti l’attendono con contrastanti stati d’animo, tra desiderio di riabbracciarlo e inquieta aspettativa, ansia affettuosa e timori di lutto (nessun maschio della famiglia, infatti, né il patriarca Antonio, né suo figlio Gaetano, né Enrico ultimo capostipite dei migranti, è morto di morte naturale ma per mano omicida).

Una trentina i protagonisti del libro, una sequela di “io” narranti, uno dopo l’altro, a rotazione, che parlanofra loro, su loro stessi, la casa, la società, il mondo, interloquendo su tutto, in un rimbalzante sottinteso della notizia del rimpatrio di Pedro: e se non è nonna Angela, la moglie di Gaetano, o Magdalena, moglie di Enrico, o Laura, moglie di Pedro, è l’esercito delle figlie, Franca, Aida, Rosa, Michaela, Alberta, Paola (le più presenti) e tutte le altre a rappresentare il femminile del magmatico racconto, onore al merito dell’autore che ne fa un colorito protagonismo ricco di tutte quelle tinte affettive, espansive, caratteristiche e caratteriali,di cui le donne soltanto sono capaci, comprese le vitali punture di competitiva rivalità dalle così sapide nuances.

L’autore segue i suoi personaggi come uno di loro, sino a sembrare un soggetto implicito al racconto (anche lui è stato in esilio). E li segue nella loro formazione, nelle loro singole idee politiche, sociali, religiose, così come nelle loro inclinazioni personali.

Giardinelli ha alle sue spalle uno sconfinato retroterra culturale: e per dire dei soli scrittori d’Argentina ha in sé la fondante lezione di José Hernandez, l’inventività e il simbolismo e la filosofia di Borges, lo strutturalismo labirintico di Cortázar, la meditazione umanistica tra esistenzialistica e metafisica di Sabato. Poi d’un tratto, s’incontrano pagine come murales di Diego Rivera, tra primitivismo e marxismo, o come tele di Frida Kahlo, naïve e visionaria, folkloristica e surrealista.

Un mix adatto a giustificare una frase-catenaccio alla imponente architettura dell’opera, detta da una delle cento apparizioni femminili: «Io mi domando a che scopo tutto questo festival di ricordi, di memorie dolorose (...) a che pro tutto questo sforzo monumentale che tenta di impedire all’oblio di prendere quota e darci pace».

Al che si può legittimamente rispondere con uno stralcio critico da Carlos Fuentes: «Una saga così bella, commovente e davvero importante in questi tempi di odio, razzismo e xenofobia: chi non è un emigrante in America e nel mondo?».

di Claudio Toscani

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27 maggio 2019

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