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​Siamo fratelli

· ​All’udienza generale con i rappresentanti di diverse religioni il Papa ricorda il cinquantesimo anniversario della «Nostra aetate» ·

E invoca preghiera e solidarietà per le popolazioni colpite dal sisma in Pakistan e Afghanistan

«Fratelli» che pregano insieme: è l’immagine restituita da piazza San Pietro mercoledì mattina, 28 ottobre, durante l’udienza generale che il Papa ha voluto trasformare in un incontro tra rappresentanti di diverse religioni per commemorare il cinquantenario della dichiarazione conciliare Nostra aetate. Nonostante la pioggia, in tanti sono giunti anche da lontano per rispondere all’invito del Papa e dei Pontifici consigli per il dialogo interreligioso e per la promozione dell’unità dei cristiani (cui fa capo la Commissione per i rapporti con l’ebraismo), che hanno organizzato, tra l’altro, un convegno internazionale concluso nel pomeriggio dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato.

«Siamo fratelli» ha ricordato il Pontefice rivolgendosi a ebrei e musulmani, induisti e buddisti, gianisti e sikh, rappresentanti del confucianesimo, del tenrikyo e delle religioni tradizionali africane, che al termine dell’udienza in San Pietro hanno pregato insieme in silenzio «gli uni per gli altri, ognuno secondo la propria tradizione. Chiediamo al Signore — ha invocato il Papa — che ci faccia più fratelli fra noi, e più servitori dei fratelli più bisognosi».

Nella catechesi Francesco ha ribadito l’attualità del documento scaturito dal concilio Vaticano II, il cui tema — ha ricordato — «stava fortemente a cuore al beato Paolo vi, che aveva istituito il Segretariato per i non cristiani». Sulla scia della Nostra aetate si sono ripetute negli anni iniziative e incontri significativi, come quello di Assisi «voluto e promosso da san Giovanni Paolo II».

In tale contesto, ha spiegato Francesco, «una speciale gratitudine a Dio merita la trasformazione che ha avuto il rapporto tra cristiani ed ebrei. Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli». E questo, ha aggiunto, «vale analogamente anche per i rapporti con le altre religioni», soprattutto con i musulmani.

Sottolineando che il dialogo in questo campo deve essere «aperto e rispettoso» per essere «fruttuoso», il Pontefice ha affermato che «il rispetto reciproco è condizione e, nello stesso tempo, fine del dialogo interreligioso». Del resto, ha detto, il mondo «ci chiede risposte effettive su numerosi temi: la pace, la fame, la miseria, la crisi ambientale, la violenza, in particolare quella commessa in nome della religione, la corruzione, il degrado morale, le crisi della famiglia, dell’economia, della finanza, e soprattutto della speranza». Certo, il Papa è consapevole che i credenti non hanno «ricette per questi problemi», ma hanno «una grande risorsa: la preghiera». E ciò vale ancor di più in una stagione in cui «a causa della violenza e del terrorismo si è diffuso un atteggiamento di sospetto o addirittura di condanna delle religioni», anche perché nessuna di queste appare «immune dal rischio di deviazioni fondamentalistiche o estremistiche».

Nonostante ciò, «bisogna guardare ai valori positivi» che le religioni vivono e propongono. «Il dialogo basato sul fiducioso rispetto — ha assicurato il Papa — può portare semi di bene che diventano germogli di amicizia e di collaborazione nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione a chi è escluso» e nella «cura gli uni degli altri e del creato». Nei successivi saluti, infine, l’invito alla solidarietà con le popolazioni vittime del sisma in Pakistan e Afghanistan.

Le parole del Papa 

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21 luglio 2019

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