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Si scrive “Amazzonia”
si legge “mondo”

· I cardinali Baldisseri e Hummes a Washington per una conferenza sull’ecologia integrale ·

Un’area di oltre 70 milioni di chilometri quadrati — la più ricca diversità biologica di ecosistemi nel pianeta — custodisce il 20 per cento della disponibilità mondiale di acqua dolce non congelata, il 34 per cento delle riserve mondiali di foreste e una gigantesca riserva di minerali. È l’Amazzonia panamericana con le sue specificità umane altrettanto rilevanti: circa tre milioni di indigeni in rappresentanza di 390 popoli e nazionalità differenti.

Una realtà ricca e complessa, messa a repentaglio dalla mentalità consumistica, depredatoria e sfruttatrice della natura che, con le medesime dinamiche e incurante delle conseguenze, aggredisce questo angolo di mondo con conseguenze per l’intera società contemporanea. Ecco perché soffermare lo sguardo sull’Amazzonia — con il prossimo Sinodo speciale dei vescovi dal 6 al 27 ottobre — significherà, di fatto, «dare la dovuta attenzione al futuro di tutto il nostro pianeta».

A dirlo è il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, in questi giorni impegnato — nell’instancabile tour che da mesi lo porta in ogni angolo del pianeta a spiegare genesi, contenuti e obiettivi dei lavori sinodali — in una serie di incontri mirati ad alimentare il confronto non solo sui temi specifici della prossima assemblea ma, in maniera più ampia, su una sempre più necessaria educazione all’ecologia integrale.

Dal 19 al 21 marzo il porporato ha partecipato negli Stati Uniti alla conferenza su «Ecologia integrale: una risposta sinodale della regione amazzonica e di altri biomi / territori essenziali per la cura della nostra casa comune» organizzata dalla Rete ecclesiale panamazzonica (Repam) presso la Georgetown University di Washington. Pochi giorni prima a San Miniato (Pisa) era intervenuto al XV Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia della natura, organizzato dall’associazione culturale Greenaccord.

«L’esperienza della Chiesa sinodale alla quale Papa Francesco fa appello con insistenza», ha detto il cardinale Baldisseri a Washington, è fondamentale per garantire gli obiettivi prefissati che sono quelli di «individuare nuovi cammini di evangelizzazione in una prospettiva di ecologia integrale». Come suggeriva nel 2007 il Documento della Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano svoltasi ad Aparecida, occorre arrivare a «una pastorale unitaria con priorità differenziate per creare un modello di sviluppo che privilegi i poveri e serva al bene comune». Proprio le caratteristiche specifiche delle assemblee del Sinodo dei vescovi, ha spiegato il segretario generale, con la “fase preparatoria” che in modo capillare arriva a consultare tutte le comunità locali, fanno sì che il lavoro dei padri sinodali — in questo caso, i vescovi dei territori interessati: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perú, Venezuela, Suriname e Guyana francese — nella “fase assembleare” non sia un’applicazione teorica, ma possa davvero toccare la vita reale e trovi concrete vie di applicazione nella terza fase del processo sinodale che è quella dell’attuazione.

Alla fase preparatoria tuttora in corso (iniziata nel gennaio 2018), sta attivamente lavorando la Repam in collaborazione con la segreteria generale del Sinodo. E proprio nel corso della conferenza di Washington, il cardinale presidente Cláudio Hummes ha illustrato «identità, cammino e proposte» di questa rete ecclesiale nel suo sforzo di protezione di tutta l’Amazzonia, in un impegno di condivisione di «sogni, sofferenze e sfide».

Sfide decisive perché, ha sottolineato il porporato, mai come oggi questi territori e i loro popoli originari sono così gravemente minacciati. «Sento paura, rabbia, dolore, ma nel mio cuore la speranza continua a resistere»: è stato questo l’appello che all’inizio della conferenza ha lanciato il coordinatore delle organizzazioni indigene della Cuenca amazónica, José Gregorio Díaz Mirabal. Un’emergenza di fronte alla quale la Chiesa, ha rilanciato il cardinale Hummes, non può permettersi di giungere a risposte sbagliate: in Amazzonia «è in gioco il futuro del pianeta e dell’umanità».

Una consapevolezza nata già ad Aparecida nel 2007 quando — aveva spiegato il cardinale Baldisseri nel suo intervento a San Miniato — l’allora cardinale Bergoglio fu nominato presidente della Commissione responsabile della redazione del Documento finale. In quel testo si parla di «natura che è stata, e continua a essere, aggredita», di «terra depredata», di «acque trattate come se fossero una merce negoziabile dalle imprese, oltre a essere state trasformate in un bene disputato dalle grandi potenze». Un attacco alla natura che non trascura la «dignità delle persone» messa a repentaglio dagli «interessi economici delle corporazioni trasnazionali». E in questi anni che sono trascorsi dal 2007, ha ricordato il segretario generale del Sinodo, «la crisi ambientale si è aggravata e, di riflesso, anche la vita degli abitanti si è fatta ancora più complicata e segnata da nuove sofferenze». Ecco allora il motivo per cui l’assise sinodale propone la ricerca di «nuovi cammini effettivamente percorribili» cercando di applicare, ha spiegato il porporato, i principi enunciati e le intuizioni espresse in due documenti di Papa Francesco: l’esortazione apostolica Evangelii gaudium e l’enciclica Laudato si’.

Un approccio, per così dire, universale, perché molte tematiche che verranno affrontate dai padri sinodali vanno al di là dei confini geografici della discussione. Lo ha spiegato nel dettaglio il cardinale Baldisseri: «La necessità di un’evangelizzazione “incarnata”, che tenga cioè conto del contesto umano, sociale, culturale e spirituale in cui si vive e si opera, non riguarda solo l’Amazzonia».

Stessa cosa si può affermare riguardo alle questioni ecologiche: «Problematiche simili a quelle del bacino amazzonico si riscontrano, ad esempio, nel corridoio biologico centroamericano e nel bacino del Congo, così come nel sistema acquifero del Guaraní e nei boschi tropicali del Pacifico asiatico. Per non dire di come, da tutti e in tutto il mondo, sia avvertito il bisogno di un rapporto nuovo con l’ambiente naturale e con quello socio-umano, centrato sul rispetto della terra, degli animali e delle persone. Un rapporto che miri al superamento della “cultura dello scarto” e sia capace di riconoscere e promuovere il valore insostituibile della creazione e la dignità di ogni persona». Perché creazione e dignità personale, ha concluso, «sono realtà che non possono essere violate impunitamente, senza pagare un prezzo altissimo in termini di qualità della vita e di autenticità delle relazioni».

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