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Si riparte sempre
da un «materialismo» buono

· La persona e il suo destino nell’opera di Giorgio La Pira ·

«Il problema del mondo, cioè, oggi come ieri — scriveva La Pira negli anni Cinquanta del Novecento — resta sempre quello della visione totale dell’uomo: davanti alle concezioni opposte che tentano di accaparrare a sé il destino della persona umana — concezioni idealiste o concezioni materialiste — la necessità di prospettare, oggi come ieri, la visione cristiana del valore della persona serba la sua viva urgenza». Un tema analizzato da Giovanni Emidio Palaia nel libro La stazione di arrivo dell’uomo. La persona e il suo destino nel pensiero filosofico-politico di Giorgio La Pira (Editoriale Scientifica, 2017 pagine 316 euro 24) presentato ad Assisi lo scorso 3 maggio nel corso di un incontro organizzato dalla Scuola di formazione socio-politica Giuseppe Toniolo, a cui ha partecipato anche il cardinale Gualtiero Bassetti (di cui riportiamo l’intervento). La ricerca di Palaia ricostruisce la personalità ricca e affascinante di La Pira, componendo diverse prospettive e realizzando un’articolata e complessa indagine del pensiero, della concezione giuridica (il contributo offerto alla cultura giuridica italiana è tra gli aspetti meno indagati dai biografi) della testimonianza cristiana e dell’impegno sociale e istituzionale profusi dal sindaco santo. Tratto essenziale del suo pensiero filosofico-politico — figlio di quello stesso “personalismo sociale” che nasce da Tommaso d’Aquino per poi articolarsi nelle opere di Mounier, Maritain e Guardini — è la concezione secondo la quale ogni elaborazione intellettuale si incardina sulla centralità della persona umana e della pràxis (in termini aristotelico-tomisti).

Giorgio La Pira con due suoi studenti

Carissimi amici e amiche, ringrazio gli organizzatori per l’invito a partecipare a quest'incontro promosso dalla scuola di formazione socio-politica Giuseppe Toniolo di Assisi. Vengo sempre molto volentieri, quando mi è possibile, a questi incontri perché è un modo per incoraggiare il lavoro nelle scuole di formazione a cui, credo, dobbiamo guardare, sempre più, con maggiore cura e attenzione. Il tema di cui discutiamo inoltre è un argomento di grande importanza, per il futuro della nostra società. ll mio intervento si svilupperà attorno a tre concetti: il materialismo cristiano di La Pira; la pace nel Mediterraneo; e la necessità di una nuova Europa.

Parto dal primo aspetto, il materialismo cristiano, che non è soltanto uno splendido ossimoro ma ci testimonia la profondità della fede e l’estrema concretezza della missione di La Pira. Il suo cristianesimo sociale, infatti, non è mai una declinazione secolarizzata del cattolicesimo, che perde di vista il Centro, cioè Cristo, concentrandosi tutto sulle opere. È esattamente il contrario. Giorgio La Pira scriveva che «i veri materialisti siamo noi che crediamo nella risurrezione di Cristo». Per il sindaco di Firenze, che aveva riscoperto la fede proprio nella notte di Pasqua del 1924 — quando, dopo la comunione, sentì «nelle vene circolare una innocenza così piena, da non poter trattenere il canto e la felicità smisurata» — questa affermazione, con cui si faceva beffe degli ideologi marxisti di ogni grado e latitudine, assumeva un duplice significato.

Da un lato, ribadiva con forza il cuore della fede cristiana — la risurrezione della carne — come evento incontrovertibile, al tempo stesso, storico e futuro. E, dall’altro lato, apriva immediatamente una riflessione sulla dimensione sociale del cristianesimo. Ovvero, su una fede che, coerentemente, inclina a prendersi cura di quello che Cristo stesso ha amato. Diceva La Pira: «Cristo è anche uomo? Ma allora le cose dell’uomo sono cose di Cristo: i valori dell’uomo sono valori di Cristo: le pene e le gioie dell’uomo sono pene e gioie di Cristo».

Da queste considerazioni, scaturisce il cuore dell’impegno sociale di La Pira: ovvero la salvaguardia e la valorizzazione della dignità della vita umana. Per il sindaco di Firenze la dignità umana è incalpestabile e va difesa in ogni circostanza e in ogni momento del suo sviluppo. Questo infatti è il fulcro dell’umanesimo cristiano. Un umanesimo cristiano che partiva dall’uomo, in quanto figlio di Dio, e si declinava in una serie di azioni concrete: per i poveri, per l’incontro tra i popoli e, soprattutto, per la pace.

Alla logica del conflitto, La Pira oppone infatti la supremazia del dialogo. Un dialogo cercato con tutte le sue forze in Europa — in particolare nell’Europa dell’Est — ma anche in Asia, in America latina e in Africa. In questo sforzo incessante per il dialogo, il sindaco di Firenze traccia una strada: è il «sentiero di Isaia». Un sentiero di pace che si proponeva di arrivare al disarmo generale trasformando «i cannoni in aratri e i missili e le bombe in astronavi».

Per raggiungere la pace, La Pira incontrò personalmente molti capi di stato. In uno di questi incontri, coniò una delle sue espressioni più note: «Abbattere i muri e costruire i ponti». Un’immagine che mutuò da quello che vide al Cairo nel 1967 dopo aver incontrato il presidente egiziano Nasser. In quell’occasione vide «una squadra di operai abbattere i muri che erano stati costruiti davanti alle porte dell’albergo, come strumenti di difesa antiaeree>. In quel gesto vide il simbolo di una grande azione politica c culturale ispirata dall’umanesimo cristiano. Bisognava abbattere «il muro della diffidenza» tra i popoli e costruire ponti di dialogo tra le genti. Occorreva, in definitiva, scriveva il sindaco di Firenze, «non uccidere, ma amare».

E non uccidere, per La Pira, significò non solo battersi per fermare la guerra ma anche difendere sempre la cultura della vita. E infatti fu in prima linea, nel 1974, nel difendere la santità del matrimonio e della famiglia descritta come la «pietra costitutiva, angolare, della volta intiera del mondo». Allo stesso modo, il 19 marzo 1976, su «L’Osservatore Romano» affermò con forza il suo fermo no all’aborto come «frontiera intransitabile» per tutti gli uomini. «Non uccidere è per tutti», è il tratto comune insuperabile «dell’unica solidale famiglia umana».

Come vedete, in questo materialismo cristiano lapiriano che ho sinteticamente descritto, c’è un’azione circolare che parte dal mistero dell’Incarnazione, da Dio fattosi uomo, e arriva poi a una serie di azioni concrete per la difesa della dignità umana: ovvero il dialogo interreligioso, la ricerca della pace e la difesa della vita. Perché, come avete giustamente scritto nel titolo dell’incontro di oggi, occorre doverosamente ripartire dall’uomo per avere una nuova Europa. L’Europa, però, nel pensiero di La Pira — e vengo al secondo punto della mia relazione, sulla pace nel Mediterraneo — è più grande della attuale Unione europea: è una realtà sinergica, che va dall’Atlantico agli Urali, nella quale il cristianesimo ha affondato le sue radici, ha plasmato le società e respira — come diceva san Giovanni Paolo II — con due polmoni, nonostante le divisioni che permangono e che purtroppo talvolta si aggiungono. Per La Pira, soprattutto, non c’è Europa senza Mediterraneo e non c’è Mediterraneo senza Europa. E in futuro non ci potrà mai essere un’Europa stabilmente in pace senza pace nel Mediterraneo. Questo è uno snodo cruciale, su cui vale la pena soffermarci, perché nelle parole di La Pira assume un grande significato profetico. Sono due le espressioni dell’ex sindaco di Firenze che possono riassumere in maniera efficace la sua visione del Mediterraneo: la prima è «grande lago di Tiberiade», la seconda è «triplice famiglia di Abramo». Il lago di Tiberiade è il centro geografico della missione terrena di Gesù, che egli ha più volte attraversato per incontrare le popolazioni rivierasche, diverse per estrazione etnica e religiosa e profondamente divise fra loro. Si può affermare che, in un certo senso, il lago di Tiberiade prefigura quell’inclusione universale del messaggio e dell’esperienza cristiana che san Paolo, alla luce della sua stessa esperienza del Cristo Risorto, saprà così bene interpretare. Attraverso il lago, infatti, Gesù superò i limiti geografici, etnici e religiosi di Israele.

È bellissimo questo sguardo del Vangelo che insiste sul fatto che i miracoli di Gesù abbiano riguardato anche non appartenenti al popolo ebraico, uno sguardo che acquista ancora più significato se si riflette sul fatto che Gesù, sostanzialmente, svolse la sua missione terrena all’interno dell’orizzonte culturale e religioso israelitico, in un orizzonte, cioè, che non ha ancora fatto il salto dell’universalità, che sarà compiuto solo dopo la sua Risurrezione. E come se la sua compassione debordasse, anzi sovrabbondasse, dagli stessi condizionamenti culturali cui la sua umanità, per il mistero dell’incarnazione, era sottoposta. È sulla base della compassione strabordante di Gesù che san Paolo, san Pietro e alcuni fra i primi cristiani hanno capito, alla luce del mistero della Risurrezione (che porta a compimento e non smentisce quello della incarnazione) che il Vangelo aveva una portata universale.

Ebbene, secondo la visione lapiriana, i popoli rivieraschi, nelle loro differenze e nella loro appartenenza religiosa alla comune radice di Abramo — mi riferisco ovviamente all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam — condividono una visione della vita e dell’uomo che, nonostante le profonde differenze, è aperta ai valori della trascendenza. E da qui discende la visione comune non solo della sacralità della vita ma anche dell’intangibilità della vita umana.

C’è ancora una volta il rimando al tema di questo incontro: ripartire dall’uomo; ripartire dalla sua incalpestabile dignità umana. Questo ripartire dall’uomo, secondo La Pira, deve favorire l’incontro dei popoli del Mediterraneo, dopo secoli di «ideologia dello scontro». Un incontro che può generare qualcosa di profondamente nuovo per la storia non solo del Mediterraneo, ma del mondo intero.

Se infatti i popoli appartenenti a queste tradizioni religiose si mettessero in ascolto di Dio e delle proprie radici (con la preghiera e con l’approfondimento culturale), potrebbero scoprire una comune vocazione: mettersi a servizio della pace, perché la pace riflette il desiderio di Dio di vedere unita tutta la famiglia umana, fraternamente, nel segno della giustizia e della equa distribuzione delle risorse della terra.

Un bisogno di pace che proprio oggi può ripartire proprio dal Mediterraneo. Oggi abbiamo la possibilità di iniziare a mettere in pratica quella visione profetica lapiriana che sin dalla fine degli anni Cinquanta aveva ispirato i Dialoghi mediterranei e aveva anticipato lo spirito ecumenico che avrebbe soffiato, poi, con grande forza, nel concilio Vaticano II. Tra meno di un anno, infatti, nel febbraio 2020, a Bari, in un’iniziativa promossa dalla Chiesa italiana, si raduneranno in un incontro di riflessione e spiritualità tutti i vescovi cattolici dei paesi rivieraschi del bacino mediterraneo. Un incontro basato sull’ascolto e sul discernimento comunitario che, valorizzando la sinodalità, si prefigge di compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e, soprattutto, verso la pace, Si tratta di un’occasione unica. Mai prima d’ora era stato organizzato un simile incontro. È senza dubbio un’occasione da non perdere. Questo anelito di pace nel Mediterraneo, e vengo all’ultimo punto della mia relazione, si concretizza, infine, nella necessità di una nuova Europa. La Pira, il 15 settembre 1967, a Parigi, in occasione della sua elezione a presidente della Federazione mondiale delle città unite, tenne un importante discorso che si intitolava «L’Onu delle città». Quel celebre discorso si basava, essenzialmente, su tre presupposti: innanzitutto, vedeva nell’Onu un «edificio ancora fragile e incompleto»; in secondo luogo, interpretava l’Onu come un organismo distante dai cittadini e dalla vita democratica; e in terzo luogo, la sua proposta sull’Onu delle città si doveva fondare su due ideali: la pace e la collaborazione.

A ben guardare, questi elementi delineati da La Pira, che si riferiscono all’Onu, sono applicabili anche all’Unione europea. Che rimane un edificio prezioso ma oggi in parte incompleto; è un’istituzione ancora distante dai cittadini, e una realtà politica e culturale che necessita, senza dubbio, di pace e collaborazione. Le grandi sfide dell’Europa attuale si riconnettono tutte a un bisogno, a mio avviso, urgente di una sempre maggiore unità politica. Un’unità europea che è senza dubbio un bene prezioso da difendere, da promuovere e da sviluppare, ma che va fatto sempre nell’interesse della salvaguardia della dignità della persona umana. Quando parliamo di Europa e di dignità della persona umana, infatti, facciamo riferimento prima di tutto all’elaborazione dell’Europa, non solo come continente geografico, ma soprattutto come luogo culturale, sociale e spirituale di antica tradizione. Un’eredità ricchissima che viene condensata nel retaggio giudaico e cristiano, ma anche in quello greco e anche in quello romano. Quest’eredità delinea un’identità viva e complessa in cui le radici religiose hanno un’importanza rilevantissima. Pertanto, proprio perché l’Europa nasce in questo crocevia di stirpi e di culture, possiamo dire che sin dalle sue origini più antiche l’Europa nasce come un luogo di incontro e come uno spazio di dialogo.

Paolo VI, durante il suo pontificato, quando parlava dell’Europa faceva sempre riferimento alla necessità di perseverare nella costruzione di questo spazio di incontro. Uno spazio che doveva essere, nelle sue intenzioni, un luogo di pace e di solidarietà. Purtroppo, proprio negli anni del pontificato di Montini e ancor più negli anni successivi, nonostante l’impegno vigoroso di Giovanni Paolo II, l’Europa ha iniziato a rifiutare sé stessa. E lo ha fatto abbracciando un umanesimo ateo che sembra calarsi drammaticamente alla perfezione nei nuovi abiti della modernità.

Nonostante ciò le parole di Paolo VI sono ancora oggi estremamente attuali. Le grandi sfide dell’Europa attuale — il terrorismo, l’economia e i migranti — stanno generando infatti una preoccupante cultura della paura. Paura di vivere in una società senza identità, sempre più complessa e plurale. Paura dell’altro perché non lo si riconosce più come un nostro simile. Paura soprattutto nei confronti del forestiero. Che non solo è costretto a vivere come un apolide in terra straniera, ma che, sempre più spesso, è diventato una sorta di capro espiatorio di tutti i mali della nostra società.

Papa Francesco, nel 2016, ricevendo il Premio Carlo Magno, ha detto che sogna «un’Europa giovane, capace di essere ancora madre». E successivamente, in occasione delle celebrazioni del seicentesimo anniversario dei Trattati di Roma, ha sottolineato che occorre investire nella vita, nella famiglia, nei giovani. Queste parole contengono un forte incoraggiamento a guardare al futuro, senza perdere la speranza e soprattutto sono un grande messaggio di libertà e responsabilità. La libertà di intraprendere strade nuove, la responsabilità di farlo pensando alle generazione future.

Un auspicio, dunque, di concretezza e di azione. Questo, infatti, è il momento di proporre e di agire. È davvero il momento di mettersi in gioco con gioia e gratuità. Perché tutti (noi) abbiamo bisogno di un’Europa dei popoli che sappia, prima di tutto, combattere la cultura della paura e che possa contrastare i rigurgiti di xenofobia di cui si odono gli strali.

Proprio per questo è necessario lo sviluppo di una nuova sensibilità europea che parta dalle intuizioni profetiche di La Pira, dalla difesa della dignità umana e dal riconoscimento di un’identità religiosa e culturale che precede ogni unità politica. Ancor prima di ogni costruzione istituzionale, infatti, è di cruciale importanza sviluppare un nuovo èthos continentale che, partendo dalla valorizzazione della propria anima e delle proprie radici, sappia sviluppare una concreta cultura della carità e dell’incontro.

Una cultura nuova, che si fonda su basi antiche, da cui possa nascere un’Europa ancora più viva, coesa e forte.

di Gualtiero Bassetti

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20 novembre 2019

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