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Si può sopportare tutto tranne l’ipocrisia degli amici

Pubblichiamo uno stralcio della prefazione al libro di Fabrice Hadjadj Giobbe o la tortura dagli amici (Genova-Milano, Marietti, 2011, pagine 92, euro 10). Il testo andrà in scena al Meeting di Rimini il 24 e 25 agosto, per la regia di Andrea Maria Carabelli.

Questa non è un’introduzione in senso stretto al dramma che Fabrice Hadjadj presenta ora anche al pubblico italiano. Egli è un pensatore che mi ha sempre affascinato coi suoi scritti, tant’è vero che ho voluto che fosse uno dei principali «testimoni» per l’inaugurazione — avvenuta a Parigi nel marzo 2011 — del Cortile dei Gentili, uno spazio simbolico, da esportare idealmente in ogni città, per il dialogo serio e rispettoso tra credenti e non credenti. La vera prefazione al testo del filosofo — che, tra l’altro, è stato proposto ai giovani nel grande piazzale che si apre davanti a Notre-Dame proprio nell’occasione sopra evocata — è quella che segue affidata all’attore Sandro Lombardi, che ha incoraggiato la realizzazione dell’opera sulle scene italiane.

La mia sarà solo una premessa generale che punta al retroterra del Giobbe hadjadjano risalendo fino alla sua matrice biblica. Certo, il dramma coglie un aspetto molto rilevante nell’originale ebraico, cioè il lungo confronto-scontro del protagonista coi suoi tre amici «teologi»: Elifaz, Bildad e Zofar, a cui si aggiungerà alla fine Elihu. In realtà la loro retorica argomentativa, il loro sottile dogmatismo, l’artificiosa enfasi consolatoria, il loro implicito cinismo li rendono alla fine veri e propri avversari che soffocano il grande sofferente con gli assalti di un’ipocrita sollecitudine. Scriveva uno dei più famosi innamorati di questo libro, il filosofo danese ottocentesco Søren Kierkegaard; «Giobbe sopportò tutto: soltanto quando vennero i suoi amici per consolarlo perdette la pazienza» ( Diario I, 829). L’incandescente verità sull’uomo e su Dio non può essere compressa in uno stampo freddo e teorico, ma si proclama in un grido verso l’alto e ha come sbocco una ferita mistica che diventa una feritoia attraverso la quale passa la luce divina.

Come Hadjadj, attorno al testo biblico di Giobbe fatto di 8343 parole ebraiche (il 2,78 % delle Sacre Scritture ebraiche, suddivise dalla tradizione in 1047 versetti e 42 capitoli) si sono appostati tanti inter-preti, anche perché esso è simile — come scriveva un importante esegeta, Luis Alonso Schökel — a un «ciclope gigantesco a cui manchi un occhio o abbia dita in eccedenza: la sua imperfezione e incompiutezza è forse segno dell’insufficienza umana di fronte ai problemi ultimi dell’uomo». Aveva ragione il vecchio e rude san Girolamo, il traduttore dalmata delle Sacre Scritture in latino, il quale, in modo lapidario e folgorante, dichiarava che spiegare Giobbe è come «tenere tra le mani un’anguilla o una piccola murena: quanto più la premi, tanto più velocemente ti scivola via».

Questa impressione si conferma vagliando la sterminata bibliografia che attorno all’opera sacra si è ininterrottamente addensata e la si riprova catalogando l’insonne ripresa del personaggio da parte della letteratura e delle varie arti, una sorta di immenso «paratesto» che ha strattonato l’antico «figlio d’Oriente», non ebreo, simile a uno sceicco sfortunato, verso direzioni impreviste e imprevedibili. Tanto per fare qualche esempio tra i mille e mille, pensiamo al cuore del dibattito presente nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, al Leviatan che dal libro di Giobbe migra nel Moby Dick di Melville, ai due prologhi in cielo e in terra che sono ripresi dal Faust di Goethe, al capovolgimento interpretativo operato dalla Risposta a Giobbe di Jung, al Giobbe , «storia di un uomo semplice» ebreo mitteleuropeo di Roth, al Processo di Kafka (...) ininterrotto è, dunque, il fascino che questo poema drammatico ha esercitato fino ai nostri giorni, tant’è vero che anche il film The Tree of Life di Terrence Malick che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 2011 si apre con una citazione giobbica. Ma già un Foscolo fremente non esitava a copiarlo da una versione greca e latina, rimanendone abbacinato e proclamandolo ben superiore a Epitteto: «Sublime libro! Come è pieno di grande e magnanimo dolore!... E vi fu chi ardiva tradurlo in versi, in rime, e con fredde eleganze?» (così scriveva il 19 gennaio 1808 a Isabella Teotochi Albrizzi). Ecco, la questione primaria è proprio qui: Giobbe è una delle tante ricerche sul mistero del male e della sofferenza innocente? A prima vista sembrerebbe di sì, dato che le pagine di questo scritto grondano dolore, lamento, protesta.

Certo, lo stereotipo comune, divenuto ormai proverbiale, ha anche coniato la risposta a questo urlo, in verità una risposta piuttosto banale: «paziente come Giobbe». A sostenere questa lettura sarebbero i primi due capitoli dell’opera che in realtà sono una specie di «citazione» di un’antica parabola, altrimenti nota nella letteratura dell’antico Vicino Oriente e dedicata al tema del giusto provato: «Nudo dal grembo di mia madre uscii, nudo a esso tornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Benedetto sia il nome del Signore» (1,21). Questo equivoco si è inchiodato nei secoli nella mente dei lettori, a partire dallo stesso Nuovo Testamento ove san Giacomo nella sua Lettera non esita a celebrare «la perseveranza di Giobbe e l’esito finale, opera del Signore, perché il Signore è ricco di bontà e di misericordia» (5,11). Tra l’altro quell’«esito finale» col ritorno del patriarca biblico allo splendore del suo passato di sceicco appartiene sempre a quella parabola che l’autore sacro ha adottato come cornice per il suo poema.

Poema che va, invece, in tutt’altra direzione perché i versi del protagonista sono tutti striati di grida e di lacrime, raggiungendo talvolta un acme quasi blasfemo quando, ad esempio, si accusa Dio di essere simile a un leopardo che «affila gli occhi», oppure a un «generale trionfatore che sfonda il cranio», o ancora a un arciere sadico che mira agli organi vitali della sua vittima. Giobbe è, sì, un «paziente» per la sofferenza che lo tortura a tutti i livelli (anche psicologici e intimi) ma è tutt’altro che «paziente» nella sua reazione, al punto tale che egli spazza via come «decotti di malva» le argomentazioni dei suoi amici teologi che in modo sistematico — come si è detto — ricorrono ai loro dogmi preconfezionati (soprattutto la cosiddetta «teoria della retribuzione», ritmata sul binomio «delitto-castigo») per giustificare la legittimità della prova. Essi si illudono di raffreddare con le loro tesi l’incandescenza del mistero che stanno maneggiando.

Un mistero che agli occhi di Giobbe coinvolge necessariamente Dio. E lui che egli convoca in un ideale processo perché faccia la sua testimonianza e si giustifichi: «Ecco qui la mia firma! L’Onnipotente mi risponda! Il mio Rivale scriva il suo documento... Io sono pronto a rendergli conto di tutti i miei passi e, come un principe, mi presento a lui» (31,35-36). La sfida è aperta ed è squisitamente teologica e, contrariamente a quanto s’attendono gli amici, Dio raccoglie il guanto di questa sfida.

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16 settembre 2019

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