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Si è respirata
una santità di popolo

· Conclusa la «peregrinatio» del corpo di san Giovanni XXIII nella diocesi di Bergamo ·

Il nunzio Roncalli a San Lazzaro per il centenario della basilica   (27 novembre 1949)

«Sono stato contento di poter visitare oggi la Fondazione Papa Giovanni XXIII. Permettetemi di dire che mi ha impressionato vedere quei piccoli libriccini dove Giovanni XXIII allora bambino, o meglio ragazzo, cominciava a tracciare la storia della sua anima; fin da quattordici anni, ha cominciato a scrivere il Giornale dell’anima, che ancora oggi è un capolavoro di spiritualità». Con queste parole, il cardinale Pietro Parolin ha abbandonato per un momento il testo scritto dell’omelia pronunciata a Sotto il Monte, la sera di sabato 9 giugno [di cui pubblichiamo ampi stralci in questa pagina], per dare voce all’emozione provata poche ore prima nell’avere fra mano gli autografi di Angelo Roncalli, che appena adolescente iniziava a vergare su minuscoli quadernetti le sue note intime.

Visibilmente sorpreso e ammirato davanti a centinaia di faldoni e album fotografici relativi all’intero arco di vita di Papa Giovanni, il segretario di Stato si è amabilmente intrattenuto con il presidente della Fondazione, il direttore, il segretario e il presidente del comitato scientifico, che gli hanno illustrato alcuni dei documenti più preziosi custoditi negli archivi della Fondazione, la quale ha sede a Bergamo Alta, in via Arena 26, nel cinquecentesco Palazzo Morando. Nella sua omelia, prendendo spunto proprio da alcuni passaggi del Giornale dell’anima, il cardinale Parolin ha delineato i tratti principali della figura di san Giovanni XXIII e della sua eredità spirituale, che mantiene intatta la sua forza profetica e indica prospettive stimolanti di rinnovamento ecclesiale e civile.

Con la sua presenza il segretario di Stato ha coronato la peregrinatio giovannea [dal 24 maggio al 10 giugno 2018], un’esperienza che rimarrà negli annali della storia di Bergamo per più di un motivo. Anzitutto per il numero impressionante di pellegrini che le spoglie mortali di san Giovanni XXIII hanno richiamato a Bergamo e a Sotto il Monte in questi giorni. Oltre centomila persone hanno sentito il desiderio di vedere il “corpo santo” di Papa Giovanni, di toccare l’urna di cristallo con le sue reliquie, accendere un cero, chiedere una grazia, bisbigliare una preghiera semplice e spontanea.

È stata una manifestazione di vera pietà popolare, nel senso più nobile e profondo del termine, un atto di devozione che ha coinvolto l’intero popolo di Dio: anziani e giovani, nonni e nipoti, malati e militari, famiglie e comunità religiose, preti e laici, persone singole e intere comunità parrocchiali e diocesane. Si è respirata una “santità di popolo”, semplice e gioiosa, assai diversa da quelle derive elitarie e un po’ snob che talvolta affliggono il cristianesimo contemporaneo. In questa prospettiva si può leggere anche l’adesione massiccia alla peregrinatio da parte del mondo del volontariato, la cui importanza è andata bel oltre l’aver garantito, insieme alle forze dell’ordine, lo svolgimento disciplinato e in piena sicurezza di un afflusso che dal punto di vista organizzativo presentava aspetti complessi e delicati. Con il loro lavoro gratuito e appassionato, centinaia di persone appartenenti a vari gruppi e associazioni, hanno manifestato una devozione non meno significativa di quella che si esprime nei riti liturgici e nelle pratiche di pietà.

Si sarebbe potuto perfino osare di più e dare maggiore spazio alle forme tipiche di una genuina spiritualità popolare: per esempio, una solenne via crucis arricchita dalla meditazione di testi roncalliani sulla Croce — ce ne sono alcuni bellissimi! —; o anche la preghiera del Rosario in forma processionale, alla luce di fiaccole, con riflessioni di Papa Giovanni sui misteri della luce, della gioia, del dolore e della gloria, similmente a quanto avviene nei grandi santuari di Lourdes o di Fátima.

Come ha detto il cardinale Parolin, per comprendere appieno la figura e l’opera di Papa Giovanni, «occorre partire dalla sua fede solida, operosa, tranquilla, fiduciosa in Dio, in sua Madre Maria e nei Santi, imparata a Sotto il Monte», cioè quella fede che si nutre della pietà popolare. Quando è vera, essa rivela un’autentica sete di Dio, rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo, affina un senso acuto della paternità e della Provvidenza di Dio, genera atteggiamenti virtuosi come la pazienza, l’apertura agli altri, l’accettazione della croce nella vita quotidiana (cfr. Paolo VI, Evangelii nuntiandi 48). La vita di Papa Giovanni è la più eloquente conferma di questo e si accorda in modo splendido con quanto afferma il concilio Vaticano II quando dice che «la vera devozione non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa quale vana credulità, ma bensì procede dalla fede vera» (Lumen gentium 67).

Nel corso della peregrinatio, la solenne processione del Corpus Domini e le numerose celebrazioni quotidiane dell’Eucaristia, culminanti ogni sera con una santa messa presieduta da un vescovo o da un cardinale, hanno messo giustamente in risalto la centralità dell’Eucaristia nella vita del cristiano. Nel breve spazio concesso da un’omelia è però difficile sintetizzare un magistero tanto ricco e articolato come quello di san Giovanni XXIII. Perché non pensare a una grande “missione popolare”, opportunamente aggiornata, dove offrire catechesi distese, sul modello di quelle proposte durante le giornate mondiali della gioventù, con testimonianze significative di uomini e donne — non solo vescovi! — che vivono oggi la spiritualità di Papa Roncalli negli stessi ambiti che furono i suoi: il dialogo ecumenico, la costruzione di relazioni pacifiche, il servizio pastorale ad ammalati, carcerati e militari, lo studio e il giornalismo, la cura spirituale dei giovani. Certo, per essere fecondi, questi spunti vanno interiorizzati, per esempio con la proposta di alcuni spazi di silenzio e di adorazione, molto ricercati anche dai giovani, come insegna l’esperienza di Taizé.

Alcune parrocchie e istituzioni si sono lodevolmente preparate alla peregrinatio con momenti di formazione e di preghiera, proiezioni di filmati e lettura di testi giovannei. Dove ciò è avvenuto, l’attenzione non si è concentrata soltanto sugli aspetti più emotivi dell’evento, ma ha favorito un’esperienza spirituale di conversione, capace di generare nuovi stili di vita cristiana. È quanto hanno potuto vivere, per esempio, i detenuti del carcere di Bergamo, ai quali è stata data la possibilità non solo di venerare l’urna di Papa Giovanni, ma di accostare la sua figura grazie a incontri specifici e con il supporto di apposite pubblicazioni.

L’accoglienza corale, festosa e composta delle reliquie di san Giovanni XXIII suggerisce un’altra considerazione: più di tanti discorsi, i santi “parlano”, i loro esempi attraggono, il racconto della loro vita affascina, perché essi sono «pagine viventi di Vangelo». Viene allora da chiedersi, come faceva Paolo VI: «Perché non riprendiamo a scrivere e a leggere le vite dei Santi?» visto «l’influsso benefico che un Santo diffonde intorno a sé?». Certo — aggiunge subito Papa Montini — la giusta venerazione dei santi deve portare alla loro imitazione: infatti, «che varrebbe celebrare i Santi se non cercassimo di seguirne gli esempi? Non sono essi che ci confortano a osare grandi cose, mostrando in se stessi la possibilità della pratica effettiva delle virtù cristiane?» (Omelia del 22 giugno 1969).

A questo proposito è utile ricordare che il culto dei santi e delle loro reliquie ha profondamente nutrito la spiritualità di Papa Roncalli: basti citare le sue frequenti peregrinazioni alle tombe di Carlo Borromeo, Francesco di Sales, Francesco d’Assisi, Teresa di Lisieux, il Curato d’Ars, per fare solo qualche nome. Il suo rapporto con i santi non si è ridotto però a un contatto episodico e superficiale: di essi Roncalli ha raccontato la vita, ha studiato gli scritti, ha proposto gli insegnamenti.

Attenti osservatori hanno anche rilevato come la peregrinatio abbia coinvolto diverse generazioni di credenti: si sono viste scene commoventi di nonni e genitori con i bimbi al collo che, al passaggio dell’urna, indicavano Papa Giovanni, sussurrando all’orecchio un’invocazione, un ricordo. Non c’è immagine più limpida ed efficace per esprimere la tradizione cristiana, la trasmissione della fede da una generazione all’altra: non è una lezione impartita a tavolino, in modo impersonale, dall’alto di una cattedra, ma una sapienza che passa attraverso il racconto, le memorie personali, la vita e l’affetto di chi desidera lasciare ai propri figli una preziosa eredità.

La peregrinatio è stata un grande dono alla Chiesa di Bergamo, ma comporta anche una forte responsabilità: continuare a studiare la vita e gli scritti di Papa Giovanni, perché solo così si possono evitare quelle banali riduzioni che annegano la sua santità in una melassa di carezze e irenismi.

È significativa la reazione di padre Traian Valdman, vicario eparchiale delle comunità ortodosse romene in Italia, invitato a un incontro ecumenico tenutosi a Sotto il Monte nei giorni della peregrinatio. Dopo aver ascoltato un breve intervento sulle relazioni di Roncalli verso la Chiesa ortodossa, quando era rappresentante pontificio in Bulgaria prima e poi in Turchia e Grecia, il teologo ortodosso ha candidamente confessato di apprendere per la prima volta quei testi e di non aver mai sospettato che il futuro Papa avesse potuto maturare fin da giovane posizioni teologiche e pastorali tanto avanzate da anticipare quelle assunte più tardi dal concilio Vaticano II.

Le ricerche storiche sui temi roncalliani, che negli ultimi anni hanno ricevuto un deciso impulso anche grazie al lavoro scientifico della Fondazione Papa Giovanni XXIII, devono proseguire e i loro risultati vanno divulgati con pubblicazioni e iniziative idonee. La raccolta di materiale documentario ancora disperso potrà incrementare la conoscenza di risvolti e particolari ancora sconosciuti; la progressiva digitalizzazione di manoscritti e dattiloscritti, consentirà un accesso più facile e ampio a tale patrimonio.

Accanto alla ricerca, occorre inoltre continuare a coltivare per san Giovanni XXIII una devozione soda e di respiro ecclesiale, per esempio promovendo gruppi di preghiera e periodici “cenacoli giovannei” che aiutino fedeli e devoti a trarre dai suoi scritti e dagli esempi della sua vita luce per discernere i “segni dei tempi” e forza per vivere oggi i suoi insegnamenti.

di Ezio Bolis

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19 settembre 2018

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