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Si è aperta una strada nuova

· Nel dialogo tra cattolici e luterani ·

Ci sarebbero voluti 499 anni per la Chiesa di Roma affinché riconoscesse che, almeno nel caso di Martin Lutero, qualcosa di positivo è avvenuto in termini di comprensione della Chiesa e del suo servizio al Vangelo. È così che il 26 giugno 2016 Papa Francesco ha detto in aereo di ritorno da Yerevan, capitale dell’Armenia, in risposta alla domanda di un giornalista: «Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate: era un riformatore. Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo, se leggiamo la storia del Pastor, per esempio — un tedesco luterano che poi si è convertito quando ha visto la realtà di quel tempo, e si è fatto cattolico — vediamo che la Chiesa non era proprio un modello da imitare: c’era corruzione nella Chiesa, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato. Poi era intelligente, e ha fatto un passo avanti giustificando il perché faceva questo».

Vladimir Sakhnenko «La Cena del Signore» (1982)

Molti si chiederanno se questo sia semplicemente il modo spontaneo di Papa Francesco o dobbiamo situarlo in una catena storica di interventi dei suoi predecessori e di altri eventi ecclesiastici. Vorrei affermare che gli ultimi cinquant’anni di impegno con i luterani forniscono il quadro storico dell’intervento di Francesco, che, pur non essendo considerato come un testo dottrinale, è tuttavia da vedere alla luce degli eventi passati e delle dichiarazioni che iniziano con il cardinale Johannes Willebrands, il quale, nel 1970, chiamò Lutero il nostro “insegnante comune”. Fu alla quinta assemblea della Federazione mondiale luterana che Willebrands applicò a Martin Lutero il classico titolo cattolico di doctor communis. In virtù del pensiero che la giustificazione è la dottrina su cui la Chiesa sta o cade, Lutero ha voluto che «Dio rimanga nostro Signore e che la nostra risposta umana più importante è la fiducia e il rispetto incondizionati per Dio».

Benedetto XVI conferma la profonda spiritualità cristocentrica di Lutero nel 2011 durante la sua visita apostolica in Germania, affermando: «È stato l’errore dell’età confessionale aver visto per lo più soltanto ciò che separa, e non aver percepito in modo esistenziale ciò che abbiamo in comune nelle grandi direttive della sacra Scrittura e nelle professioni di fede del cristianesimo antico. È questo per me il grande progresso ecumenico degli ultimi decenni: che ci siamo resi conto di questa comunione e, nel pregare e cantare insieme, nell’impegno comune per l’ethos cristiano di fronte al mondo, nella comune testimonianza del Dio di Gesù Cristo in questo mondo, riconosciamo tale comunione come il nostro comune fondamento imperituro».

Dal conflitto alla comunione, documento di dialogo pubblicato nel 2013 in preparazione alla commemorazione del cinquecentenario della Riforma, ha tentato di presentare uno studio oggettivo ed ecumenico sugli eventi che circondano Lutero e la Riforma. È una sorta di (ri)costruzione ecumenica della storia che è stata fatta insieme per correggere alcune letture parziali di ciò che è la Riforma e per chiarire le presentazioni cattoliche della persona di Martin Lutero. Nel cuore della Riforma era il tentativo della «riscoperta del Vangelo, la certezza della fede e la libertà», mentre per molti cattolici la Riforma significa ancora conflitto e divisione.

Sappiamo che al cuore dei dibattiti della Riforma era la questione della giustificazione. Dalla (ri)lettura della storia diventa chiaro che le due parti provenivano da due diverse prospettive epistemologiche. Sul lato luterano le intenzioni del riformatore dovevano ristabilire la gratuità della giustificazione, il primato della parola di Dio e la necessità di questa intuizione spirituale di penetrare tutti i livelli del cristianesimo. Da qui l’importanza del battesimo per tutta la vita cristiana e la sufficienza del sacrificio di Cristo per la salvezza. Questi punti diventeranno i segni distintivi di una teologia luterana successiva. Dal lato cattolico, la paura di un allineamento eccessivo della giustificazione con un punto di partenza forense ha minacciato l’importanza dell’incarnazione da parte di Cristo, che a sua volta consente alla persona umana la possibilità di collaborare con la grazia.

Di qui abbiamo un conflitto di punti di partenza epistemologici riguardo a questa dottrina fondamentale della giustificazione. Da un tale contesto critico sono poi sorti ulteriori corollari, come la paura cattolica dell’interpretazione soggettiva delle Scritture, il ruolo della gerarchia in questo processo e, infine, il ruolo stesso della Chiesa. L’incapacità di ascoltare e comprendere le posizioni di ciascuno ha portato alla scomunica di Lutero. È grazie alla forza dello Spirito santo che siamo stati in grado di studiare, cercare e parlare insieme per ascoltarci finalmente l’un l’altro, in un incontro reciproco che ha portato a importanti consensi su questioni che riguardano la Chiesa, il ministero e l’eucaristia. Ciò che è accaduto negli ultimi cinquant’anni è una purificazione della memoria. Ciò che è necessario è la scrittura di una nuova “identità narrativa” degli eventi e delle persone coinvolte nei fatti storici. Questo metodo potrebbe essere impiegato nel processo di riconoscimento della Chiesa luterana in senso pieno.

La Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione può essere intesa come una parte importante di tale processo. Poiché questa dottrina era al centro della controversia all’epoca della Riforma, le Chiese si sono confrontate riguardo alla questione con occhi nuovi, nuovi rapporti e menti aperte. Potremmo dire che questo importante documento rappresenta un nuovo stadio nella scrittura di una nuova identità narrativa. Quello che è nuovo riguardo al problema è che da entrambe le parti vi è la riscoperta di un quadro trinitario. Per il lato cattolico, il Vaticano II rappresenta l’equilibrio della sua teologia con lo sviluppo di una teologia dello Spirito santo. Per i luterani l’opera di recupero delle fonti patristiche per la riflessione teologica ha contribuito a bilanciare un’ermeneutica eccessivamente cristologica e scoprire le relazioni di Padre, Figlio, Spirito non solo all’interno della Trinità (ad intra) ma nella sua attività nel tempo (ad extra).

Questa è una prospettiva importante perché consente di non separare l’opera dello Spirito da quella del Padre e del Figlio. Quindi Cristo rimane centrale nel processo di giustificazione, ma non separato dall’opera della santificazione dallo Spirito che trasforma e rinnova la persona giustificata. Ciò si traduce nel fatto che sia i luterani sia i cattolici convergono, anche se da diverse prospettive, sulla realtà centrale della salvezza riconoscendo l’opera di Cristo che adempie la missione del Padre, che ha quale obiettivo finale la santificazione operata attraverso l’attività dello Spirito.

di James Puglisi, Direttore del Centro Pro Unione

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