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Si cucina, si offre e si mangia
per legarsi all’altro

· La civiltà del dono ·

Una cucina, abbastanza modesta, è il mio primo ricordo. C’è la solita credenza celeste di legno, un tavolo, quattro sedie, un lavello di pietra, i profumi della cucina di casa. Ai fornelli sta mia nonna, subito dietro mia madre, io nel seggiolone, poi sul tavolo con i quaderni. Più tardi nel tempo conquisterò il diritto a qualche mansione che non comporti l’uso di coltelli: impastare, sbattere, mescolare... È in quella cucina che il filo genealogico tra noi tre si tende e mi raggiunge. Il cibo sarà poi per sempre il momento più alto e felice del rapporto con mia madre. Il cibo, per dire il nutrimento, da dove passava anche il piacere che lei sapeva dare. Sarà proprio la cucina il luogo dell’autorità di mia madre, l’autorità che fui capace di riconoscerle, la stessa che sua madre, la nonna, riceveva da lei. Quella cucina era il luogo di un sapere che circolava tra noi.

Jill Barklem una illustrazione per «Le più belle storie di Bosco di Rovo» (Edizioni EL, Trieste, 2018)

Il nutrimento è un legame. Un legame tra corpi. Lo sperimenta la creatura appena nata nel prendere il latte e la madre nel darlo. Nutrire, preparare il cibo e renderlo commestibile fanno parte di un’esperienza, di un sapere che riguarda soprattutto le donne. La cucina è di certo nei secoli opera di civiltà femminile, civiltà del dono, della vita e del piacere. Passa di madre in figlia, inizia con una femmina piccola che guarda una donna grande, si trasmette e si impara senza libri né sillabari, in un corpo a corpo che segna il rapporto. All’inizio è un balbettio proprio come in quel primo apprendimento che è la lingua materna, in cui non esistono regole ma il mistero dell’appartenenza di due corpi e un passaggio inconsapevole del più grande dei saperi: il linguaggio.

Talvolta, ma non sempre, la passione fa il resto. Eleva la preparazione del cibo, la distoglie dal senso dell’obbligo e del servizio e la fa diventare un lavoro speciale. Il nutrimento, la cura restano presenti e accanto, ma la passione li sorpassa. Incomincia allora il lavoro di ricerca del gusto, del piacere dell’altro, della fatica e del dono. Uscire dall’obiettivo di puro nutrimento dota la cucina di un senso in più, un valore libero e relazionale. È questo legame tra nutrimento e passione che dirige il gioco che un giorno chiamai «cucina relazionale».

Mi accorsi che ogni gesto, e fin dal primo, anche se da sola ai fornelli, prevedeva gli altri. L’immagine di altri corpi mi stava accanto fin dalla prima mossa, la loro necessità di nutrirsi e la capacità di provare gusto e piacere mi accompagnava.

Si cucina, si offre, si mangia per legarsi all’altro. Materialmente col corpo.

Tutte le fasi che prevedono la preparazione del cibo prevedono l’altra/o. I commensali ti stanno già muti e invisibili a fianco fin dall’inizio e in attesa, per tutto il tempo. E poi c’è la tavola: si fanno le parti, è il momento della condivisione, e se il cibo ha fatto da buon tramite è più probabile che si aprano relazioni.

Il cibo è percorso facile e abbreviato per favorire la comunicazione. È un piacere da donare e condividere, per di più un piacere del corpo, quindi forte, ma anche praticabile e spendibile con leggerezza. In questo senso è oltre e di più del mero nutrimento e se ne va lontano dal ruolo e dall’accudimento. Entra nella gratuità della relazione. Nominarne il valore simbolico e di scambio gli dà un senso in più. Eccola qui la cucina relazionale.

«Volete due spaghetti?» è la frase più importante che conosco. È dolorosa, è bella e l’associo a casi estremi. Va dritta all’altro e gli tende una mano. Rifà ponti dove tutto è crollato.

La pronunciò mia madre. Quando ebbi il gravoso compito di dirle che era morto suo figlio, mentre temevo per la sua salute e un possibile improvviso malessere, lei diventò invece più bella, le si distese il volto, occhi verdi e pallore di pietra, e con una calma ieratica chiese: «Volete due spaghetti?». Fu la prima frase che pronunciò. Nello smarrimento altro non c’era da dare, altro non si poteva prendere. Se ne stava andando lontana col pensiero, ma i fornelli le servivano per restare con noi, con me.

Una sorte non benevola colpì anni dopo anche me con lo stesso irrimediabile dolore. E poi un’amica. Tutte e tre ci rivolgemmo al cibo come fosse santo, ai fornelli come al tabernacolo.

Nutrimento e morte vanno d’accordo. Il nutrimento ripara la morte. L’obbedienza passa di lì. Obbedienza che nessuno richiede. Obbedienza per vivere. Obbedienza come sollievo. C’è un nulla che non si può riempire, c’è un dolore che non si vuole smarrire. Impari presto che quel dolore può accompagnare l’esistenza e che a cercare di farlo fuori o di sconfiggerlo si resta soli. Quando non c’è lo cerchi e quando è troppo passi a mille stratagemmi. Uno è cucinare.

Nel nulla della perdita, della mancanza e dell’assenza, un nulla che non c’è verso di riempire, quando la ribellione è inutile, la rassegnazione impossibile, la dimenticanza pericolosa, l’elaborazione una sciocchezza, restano l’obbedienza e un gesto di resistenza pacifica: cucinare cibo. Allora c’è una stanza segreta dove portare quel grande silenzio in cui è necessario ritirarsi: è la cucina. Qui c’è il rumore dell’acqua che lo copre, del fuoco, dei coltelli che tagliano, degli attrezzi di cucina che si fanno sentire. È lì che imbocchi la strada che porta agli altri per restare attaccata alla terra. È lì che la vita vince su tutto.

Il nutrimento è gesto di sottrazione alla morte e alla sua attrattiva in casi estremi. Il cibo, forza e potenza vitale, gli si contrappone.

Cucinare significa allora opporre a quel nulla che non si può riempire un movimento. Quei gesti rapidi, obbligati, attenti a evitare la catastrofe sempre in agguato come nella vita, il sugo che in un minuto attacca, la pasta che scuoce, il troppo sale, quei gesti riportano alla realtà che scappa, ti rimettono i piedi per terra. Le dosi, le procedure, la ricetta diventano la regola. Da non trasgredire. Esercizio di vita, regola di una vita che sfugge.

Quando cucino mi sembra che la vita sia eterna. Per tutti. Nutrire la rimette in pista. E infine qualcuno mangerà quel cibo. E sarà compiuta la relazione.

di Stefania Giannotti

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21 aprile 2019

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