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​Shakesperare e i migranti del 1600

Della lungimiranza di William Shakespeare, in termini di scandaglio dell’animo umano e dei contrastanti sentimenti che in esso si agitano, nessun critico e lettore avveduto ha mai dubitato. Che il Bardo fosse in grado di giocare d’anticipo anche sull’emergenza dei migranti — una delle questioni più drammatiche della nostra attualità — non è invece un talento facile da scorgere. 

Eppure così è, come rileva «The Guardian» di martedì 15: in The Book of Sir Thomas More, l’ultimo testo teatrale sopravvissuto a firma del cigno di Stratford-upon-Avon, che ora la British Library desecreta dagli archivi e divulga on line, è contenuta una vera e propria perorazione a sostegno degli ugonotti che, in tempi di acutissime tensioni, cercavano asilo a Londra. In un’appassionata filippica che, mutatis mutandis, richiama il vibrante monologo di Antonio sul cadavere di Cesare, Thomas More, umanista, scrittore e politico cattolico inglese, denuncia le angherie cui sono sottoposti i protestanti francesi di confessione calvinista. E nel segno di un afflato ecumenico che spazza via riserve e pregiudizi, intona un inno alla dignità di ogni persona. Zoe Wilcox, curatore della British Library, sottolinea come questo testo, scritto intorno al 1600, rivesta un valore aggiunto «considerando quanto sta accadendo adesso in Europa». L’opera originaria, composta da più autori (come era allora tradizione), non fu mai rappresentata proprio perché il tema trattato era così delicato che si temeva potessero scoppiare disordini e tumulti da parte di coloro che si opponevano all’arrivo in massa degli ugonotti. A metà aprile il testo shakespeariano sarà il fiore all’occhiello di una mostra che presenterà altri pezzi pregiati della storia della cultura britannica, tra cui l’unico ritratto ancora conservato di John Dee, matematico, alchimista e astrologo, vissuto ai tempi di Elisabetta i, che sembra abbia ispirato la figura del protagonista della Tempesta, Prospero. 

di Gabriele Nicolò

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20 maggio 2019

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