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Sguardo positivo

Con il viaggio in Armenia il Pontefice ha compiuto un’altra visita del cuore, nata già in Argentina dalla consuetudine e dall’amicizia con i figli esuli di una terra scabra come le sue pietre e dolce come le melodie dei suoi canti. E in modo analogo l’immagine del suo popolo è «una vita di pietra e una tenerezza di madre» ha sintetizzato Papa Francesco, aprendo la lunga conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma con il ricordo di quei giorni: «avevo tanti contatti con gli armeni, andavo spesso da loro alle messe», e anche «una cosa che di solito non mi piace fare» come le cene, «e voi fate cene pesanti!» ha aggiunto sorridendo.

Nella visita e nella conversazione con i giornalisti si sono intrecciate la dimensione ecumenica e quella politica, ma nel senso delineato da Paolo vi in una riflessione che risale alle prime settimane di pontificato, dove appunto la «politica papale» è definita «iniziativa sempre vigilante al bene altrui». Ospite di Karekin ii, in quasi tutti i momenti della visita il Pontefice è stato accompagnato dal «supremo patriarca e catholicos di tutti gli armeni». E il viaggio è stato suggellato dalla firma di una dichiarazione, ennesimo passo di «un cammino comune già molto avanzato» verso l’unità. Che, come ha detto il Papa, non è «un vantaggio strategico», e tantomeno sottomissione o assorbimento, ma adesione alla volontà di Cristo per offrire al mondo la testimonianza del Vangelo.

Lo sguardo positivo di Papa Francesco, ribadito con tranquilla determinazione nella lunga conversazione con i giornalisti, è fondato sulla fede e sa appunto che la memoria così purificata diviene «capace di incamminarsi per sentieri nuovi e sorprendenti». E sono le vie dell’incontro e della riconciliazione che il Pontefice ha chiesto ai giovani di percorrere, mentre nella dichiarazione comune la preghiera s’innalza «per un cambiamento del cuore» di chi perseguita i cristiani e le altre minoranze etniche e religiose in Medio oriente.Ed è la storia a insegnare che nei secoli la testimonianza cristiana degli armeni ha attraversato prove tremende, fino ai massacri di un secolo fa, «tragico mistero di iniquità» che Papa Francesco non ha esitato a definire «genocidio». Senza intenti offensivi o rivendicativi, ma per ripetere che le atrocità inflitte allora sono «le sofferenze delle membra del corpo mistico di Cristo», come ha scritto Giovanni Paolo ii, e dunque «ci appartengono» ha ripetuto il suo successore, sottolineando che «ricordarle non è solo opportuno», ma «doveroso». Come spiega una frase che il Pontefice ha scritto di suo pugno dopo aver reso omaggio alle vittime nel memoriale di Tzitzernakaberd: la memoria è «fonte di pace e di futuro».

Sguardo positivo che nella conferenza stampa il Papa ha confermato su tutto: parlando del ruolo della donna nella Chiesa, del riconoscimento delle colpe dei cristiani per le mancanze accumulatesi nel corso della storia, del concilio ortodosso di Creta, del dialogo ecumenico con i protestanti e della situazione dell’Unione europea dopo il referendum britannico. Sostenuto dal suo predecessore che sta per festeggiare il sessantacinquesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale, definito con affetto «l’uomo che mi custodisce le spalle e la schiena con la sua preghiera».

g.m.v.

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24 maggio 2019

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