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Sguardo missionario

· Per capire «Amoris laetitia» ·

Il titolo dell’Esortazione Apostolica post-sinodale di Papa Francesco, Amoris Laetitia: La gioia dell’amore , contiene in due parole la totalità del messaggio. Associa la gioia e l’amore come le due facce di una stessa medaglia segnata dal sigillo della Santa Trinità, “mistero da cui scaturisce ogni vero amore” (63). Scegliendo questo titolo, il Santo Padre attesta la sua fede nell’amore umano generato dall’amore divino e penetrato dalla grazia, al punto che in queste pagine la famiglia è celebrata come un riflesso imperfetto ma autentico della Santa Trinità: “Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente” (11).

Teniamo ben presente questa visione biblica e teologica che attraversa l’intero documento poiché ne garantisce la profondità, l’originalità e la corretta interpretazione a fronte delle riduzioni di senso imposte da letture superficiali. “La gioia dell’amore” rivela con maggiore ampiezza le ricchezze dell’antropologia trinitaria come risposta alle urgenti sfide delle culture senza Dio e senza gioia. Propone un confronto sereno con il mutamento antropologico che stiamo vivendo, indicando la via efficace della nuova evangelizzazione.

Mio intento è di illustrare questa linea direttrice dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, che risponde a un’ardente ricerca della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II, offrendo non solo una visione piena di speranza ma anche un metodo pastorale profondamente rinnovato e adatto alla situazione delle coppie e delle famiglie del nostro tempo. Vale la pena leggere e rileggere questa lunga meditazione che merita maggior attenzione per i suoi contenuti che non il dibattito pubblico sui punti controversi.

La sfida di una rilettura

Misurata sul metro delle contrastanti reazioni che hanno fatto seguito alla sua pubblicazione, l’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia si è imposta all’attenzione del pubblico, facendo gioire gli uni, indisporre gli altri, senza lasciare però nessuno indifferente. Certuni vi hanno visto finalmente la lieta novella di un’apertura, per quanto minima essa sia, verso un accesso ai sacramenti per le persone divorziate e risposate; altri si sono rammaricati di una simile apertura che rischia, a loro avviso, d’instaurare una rottura con la dottrina e la disciplina tradizionali della Chiesa cattolica. Il capitolo 8 che tratta di queste questioni ha richiamato immediatamente l’attenzione generale e, secondo le attese dei lettori, ha fornito una chiave d’interpretazione del documento nel suo insieme, giudicato di conseguenza da alcuni felice e benvenuto e da altri ambiguo e rischioso [1].

Aldilà di questo primo sguardo condizionato dalla pressione mediatica sui due sinodi sulla famiglia (2014-2015), molti lettori meno precipitosi si sono resi conto di un testo ampio e complesso, molto più profondo e ricco di potenzialità di quanto non lasci presagire la prima interpretazione. Papa Francesco stesso ha fornito delle chiavi di lettura che invitano a un’integrale ripresa del messaggio di Amoris Laetitia per non perderne il senso. Egli ha indicato i capitoli 4 e 5 sull’amore come il centro del documento, che deve essere letto nel suo insieme per ben cogliere i limiti e la portata di alcuni orientamenti pastorali largamente commentati ma a volte estratti dal loro contesto immediato. In breve, all’entusiasmo prevalente al momento della sua pubblicazione deve far seguito una pausa di riflessione, di rilettura e di approfondimento per apprezzarne il valore e assicurarne la corretta attuazione. Molte conferenze episcopali hanno già reso pubblici orientamenti più precisi per il loro contesto, mossi dal desiderio di chiarezza e di rispetto delle esigenze dell’inculturazione.

Un esercizio del genere mi sembra particolarmente necessario e urgente in Canada, ove si constata un aperto divario tra l’insegnamento ufficiale della Chiesa e il vissuto delle coppie e delle famiglie; questa cesura si è progressivamente allargato dopo il Concilio Vaticano II, sotto l’influsso di una cultura della contraccezione, del divorzio e dell’aborto, a tal punto che il nostro Paese si distingue nel contesto mondiale per le sue legislazioni sull’aborto senza restrizioni, l’eutanasia, lo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso, il suicidio assistito, e chissà cos’altro, che riflettono ciò che san Giovanni Paolo II ha deplorato come segni di una “cultura di morte”. Aggiungiamo che in questo contesto gli interventi magisteriali sulla famiglia, ad esempio l’Enciclica Humanae Vitae e l’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio , hanno ricevuto un’accoglienza tiepida, se non addirittura un silenzioso dissenso da parte di teologi e pastori, cosa che non ha favorito la loro attuazione pastorale. Questi riscontri, che disgraziatamente non sono esclusivi del nostro Paese, caratterizzano gli atteggiamenti predominanti di tutte le società occidentali secolarizzate. Essi ci costringono a una seria riflessione, e soprattutto a operare la “conversione pastorale” che caldeggia Papa Francesco, se si vuole proporre “la gioia del Vangelo” e “il vangelo della famiglia” in dialogo con le odierne realtà sociali.

Amoris Laetitia rappresenta a mio avviso il fulcro di questa conversione, dopo l’orientamento generale di Evangelii Gaudium, frutto del faticoso lavoro dei sinodi del 2014 e 2015, dove si è preso atto delle mutazioni culturali in corso e ci si è sforzati di adattare la pastorale andando oltre la critica amara e sterile delle derive secolariste contemporanee. In proposito, Papa Francesco dà l’esempio moltiplicando i suoi interventi sui media popolari, predicando con i suoi gesti di vicinanza e di compassione, sempre attento alla dignità d’ogni persona ma soprattutto alla condizione dei più poveri, consapevole che per evangelizzare il mondo d’oggi bisogna amarlo e raggiungerlo nei suoi valori, anche se questi sono offuscati da ideologie contrarie al cristianesimo.

Di qui il tono costruttivo di Amoris Laetitia , il suo linguaggio incisivo e la speranza attiva che ne emana per incoraggiare le famiglie e rifondare la pastorale della famiglia. “La gioia dell’amore” proposta da Papa Francesco alle donne e agli uomini d’oggi ha di che animare e fortificare tutte le famiglie, ma mira soprattutto a rilanciare la missione della famiglia come Chiesa domestica proclamando la sua bellezza e la grazia che l’abita. La storia premierà senza dubbio in maggior misura il suo contributo alla pastorale con gli atteggiamenti ch’egli propone e il metodo di accompagnamento e discernimento, che vogliono raggiungere le aspirazioni e rispettare il vissuto assai diversificato delle coppie e delle famiglie d’oggi. Papa Francesco afferma sin dall’inizio con i padri sinodali che presso i nostri contemporanei, malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, “«il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa»” (1).

Per una corretta ermeneutica

Dobbiamo allora rileggere Amoris Laetitia in uno spirito di conversione pastorale che suppone in primo luogo un’accoglienza autentica e priva di pregiudizi dell’insegnamento pontificio; in secondo luogo un’apertura a un mutato atteggiamento nei riguardi delle culture lontane dalla fede; in terzo luogo una convincente testimonianza della gioia del Vangelo che promana dalla fede nella Persona di Gesù e nel suo sguardo d’amore e di misericordia su ogni realtà umana. L’ermeneutica praticata dal Papa stesso parte dalla Parola di Dio e dallo sguardo di Gesù sulla famiglia, per descrivere la gioia dell’amore in una prospettiva evangelica e realista, contemplando da un lato l’ideale “trinitario” dell’Amore, il primato e l’efficacia della grazia e della carità nella vita della coppia, ma anche, da un altro lato, il carattere graduale e progressivo dell’esperienza umana dell’amore, i suoi condizionamenti culturali, le sue fragilità e le sue realizzazioni imperfette. Una tale prospettiva suppone un’antropologia personalista dell’amore solidamente radicata nella Sacra Scrittura, così come una corrispondente pedagogia che imita la pazienza di Dio, la sua premurosa vicinanza alle ferite dei suoi figli e soprattutto la sua misericordia.

A dire di Francesco stesso, “i due capitoli centrali sono consacrati all’amore” e contengono le riflessioni più importanti circa la proposta originale del Papa per prolungare e completare l’insegnamento della Chiesa a riguardo. Queste pagine di notevole intensità descrivono l’amore coniugale e familiare in un modo che concretizza la grazia del sacramento del matrimonio. Appoggiandosi sul “dono” del sacramento che consacra il mutuo dono totale e definitivo degli sposi, il Papa descrive l’amore nella famiglia a partire dall’inno alla carità di san Paolo, che costituisce l’ideale d’ogni battezzato e in particolare di quelli e di quelle che sono impegnati in un cammino verso la perfezione della carità coniugale. Una simile prospettiva, per così dire “discendente”, poiché la carità procede dalla grazia, è completata da una visione antropologica “ascendente” ispirata da san Tommaso d’Aquino, che descrive anche l’amore degli sposi come un’amicizia, cioè una condivisione d’intimità che comporta la stima e il mutuo sostegno delle persone, aldilà degli aspetti propriamente coniugali della loro unione.

Il fatto di trattare in primo luogo della grazia e della carità non relega in secondo piano la natura specifica dell’amore coniugale e familiare, al contrario, si trova in Amoris Laetitia una fine analisi della psicologia dell’amore, dei sentimenti e delle emozioni che l’accompagnano, delle sue dimensioni erotiche e passionali, amplificando e confermando il tutto un’antropologia trinitaria dell’amore che integra esplicitamente le acquisizioni dottrinali del beato Paolo VI sull’apertura dell’amore coniugale alla vita ( Humanae Vitae ), così come il nucleo essenziale delle catechesi di san Giovanni Paolo II sulla “teologia del corpo”, in particolare il carattere propriamente nuziale iscritto nella dinamica dell’amore e la complementarietà fisica e spirituale dell’uomo e della donna. Vi torneremo più avanti a proposito dell’immagine di Dio nell’uomo, che serve di supporto dottrinale a tutta questa pastorale della famiglia in cammino.

La chiave della pastorale familiare: l’educazione all’amore

L’entusiasta e realista proposta dell’amore coniugale e familiare nell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia sarebbe illusoria ed inutile senza il forte accento posto sull’educazione. L’intenzione di Papa Francesco è di offrire un’autentica antropologia dell’educazione all’amore autentico, che è una realtà fondamentale che si vive nel tempo e nella durata, che richiede un processo di crescita e di maturazione ben segnato e accompagnato, affinché l’amore sia compreso e vissuto come una realtà molto più bella e profonda di una passeggera emotiva storia d’amore. Questa educazione si basa sul disegno di Dio che rivela come l’uomo sia creato a sua immagine, uomo e donna, per riflettere il suo amore con l’impegno definitivo e il dono totale delle persone in una “comunità di vita e d’amore” (GS 48) che costituisce una cellula di base della Chiesa, Corpo e Sposa di Cristo. L’educazione all’amore s’iscrive così nel quadro della famiglia, Chiesa domestica, che include la trasmissione della fede, l’apprendimento delle virtù umane e cristiane, l’educazione sessuale, l’accompagnamento dei fidanzati e la loro adeguata preparazione al matrimonio sacramentale mediante un autentico catecumenato, affinché essi scoprano il radicamento del loro matrimonio sacramentale nella loro consacrazione battesimale.

In questo quadro di dialogo, i futuri sposi sono accompagnati da persone di esperienza in un cammino di maturazione dell’amore, caratterizzato dalla scoperta dell’altro così com’è, dall’accettazione delle differenze, dal rispetto e apertura reciproca, per sempre meglio comprendersi, darsi aiuto, perdonarsi e ricominciare quando insorgono delle incomprensioni e invitano a vivere fasi di crescita e di approfondimento dell’amore. Papa Francesco appoggia questa pedagogia su determinati principi di base che riprende costantemente in diversi contesti, come “il tempo è superiore allo spazio”, “il tutto è superiore alla parte”, “la realtà è più importante dell’idea”, consentendo di fondare un’efficace pastorale dell’accompagnamento che imita quella di Dio, tutta impregnata allora di misericordia, di pazienza, di chiarezza sulla verità e l’amore, ma anche di realismo di fronte ai limiti umani, di apertura al riconoscimento dei valori e alla loro progressiva assunzione con delle decisioni di coscienza di cui noi conosciamo oggi meglio i molteplici condizionatamente culturali. Da qui il necessario ed esigente tener conto della proliferazione delle coppie in situazioni “irregolari”, che sono immerse in una cultura edonista e relativista che impedisce loro di riconoscere in pieno il deficit morale e sacramentale del loro stato.

Elementi della conversione pastorale

I pastori sono quindi invitati a una conversione dello sguardo e ad un atteggiamento di accoglienza che, sempre tenendo ben in vista l’ideale cristiano dell’amore coniugale e familiare, si sforza di valorizzare il bene già esistente nella vita delle persone e di accompagnarle progressivamente verso una più completa risposta al disegno di Dio sulla loro vita. Ciò suppone di 1° vedere i valori concretamente vissuti nella diversità delle situazioni, 2° accompagnare le persone nella loro ricerca di verità e nelle corrispondenti loro scelte morali, 3° discernere i passi da compiere per vivere in pienezza il saramento già ricevuto, o per camminare passo dopo passo verso la sua ricezione sapiente e fruttuosa, o ancora per regolarizzare una situazione oggettivamente irregolare ma non sempre moralmente imputabile.

La conversione dello sguardo da parte dei pastori consiste nel vedere non solo la norma più o meno perfettamente vissuta ma la “persona” concreta nella sua tensione verso il bene, valorizzare ciò ch’essa vive e accompagnarla nel discernimento progressivo delle scelte possibili per una santità più grande o un’integrazione più piena nella comunità ecclesiale, quale che sia d’altra parte il suo pubblico status di fedele in regola, di catecumeno in cammino, di battezzato lontano, di concubino o divorziato risposato. Senza questa conversione dello sguardo che valorizza la persona in cammino, non si può adottare l’adeguato atteggiamento pastorale di accoglienza, di ascolto, di dialogo e di misericordia. Il Papa esorta a una “conversione missionaria” di tutti nella Chiesa (201) sostenendo in diversi luoghi che si guadagna di più per la missione integrando progressivamente delle persone in via di conversione, piuttosto che mantenendo i fedeli in un’appartenenza giuridicamente corretta ma spesso superficiale (201, 293-295, 305, 308).

Un tale approccio pastorale è tipicamente missionario poiché non si limita a verificare la conformità dei fedeli nei riguardi degli obblighi contratti con la loro identità battesimale o matrimoniale; esso consiste nel tendere la mano a tutti quelli e quelle di cui si constata una certa marginalità o una totale estraneità in rapporto alla comunità. Esso suppone una capacità di discernimento dei semi del Verbo sparsi in tutta la creazione, che sono altrettanti punti di forza per un annuncio del vangelo della famiglia in tutta la sua bellezza e le sue esigenze. Esso suppone anche un maggiore rispetto della coscienza morale delle persone e della complessità delle loro scelte (303), tenendo in maggior conto i condizionamenti culturali e gli ostacoli morali “che limitano la capacità di decisione” e di conseguenza l’imputabilità dei loro errori (301-302). Di più, la formazione della coscienza retta e ben illuminata quanto alle implicazioni morali di una decisione può richiedere del tempo e deve dunque essere accompagnata dal rispetto delle decisioni personali, anche se le scelte non sono ancora del tutto in linea con l’ideale evangelico insegnato dalla Chiesa.

La cura pastorale delle persone divorziate e risposate

A questo riguardo, il capitolo 8 dell’Esortazione Apostolica merita un trattamento a parte, data la complessità delle questioni affrontate e la portata di certe aperture che comportano una difficoltà d’interpretazione e di applicazioni dei criteri guida per la cura pastorale delle coppie divorziate e risposate. Accompagnare, discernere e integrare la fragilità: ecco i tre verbi chiave che costituiscono altrettanti orientamenti pastorali da seguire per trattare in modo appropriato le persone in situazione di fragilità e riconciliarle per quanto è possibile con Dio e la comunità ecclesiale. Accompagnare significa confidare nella grazia all’opera nella vita delle persone, tenere bene in vista l’ideale cristiano, ma avendo anche in mente il principio della gradualità, che non significa la “gradualità della legge” ma la gradualità dell’assimilazione dei suoi valori da parte dei soggetti che ne vivono la realizzazione concreta [2]. L’arte di discernere le situazioni irregolari fa appello agli stessi principi, e a quelli della teologia morale che permettono di definire le situazioni e le loro cause, le circostanze attenuanti, i cambiamenti possibili secondo la coscienza morale delle persone, i casi di eccezione tenuto conto della distanza tra la norma generale e le situazioni particolari, ed anche la possibilità di vivere soggettivamente in grazia in una situazione oggettiva di peccato (301) (305). Ciò può aprire a ricevere l’aiuto dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia “in certi casi”, si dice in nota, da non generalizzare né banalizzare, ma da discernere con cura in una logica di misericordia pastorale. Si tratta in effetti di “eccezioni” che non significano un cambiamento della dottrina o della disciplina sacramentale, ma un’applicazione più differenziata e adattata alle circostanze concrete e al bene delle persone (300). Insisto per dire che ogni interpretazione allarmista che denuncia una discontinuità con la tradizione, ovvero lassista che saluta un accesso ai sacramenti finalmente consentito per i divorziati risposati, non è fedele al testo e all’intenzione del Sommo Pontefice. In breve, l’intero capitolo pone le basi per un nuovo dialogo pastorale che può confortare un gran numero di persone sofferenti e aiutarle nel cammino verso una migliore integrazione nella comunità e un più perfetto compimento della loro vocazione.

Di fronte alle sfide attuali quale speranza?

Lo sguardo d’insieme che abbiamo appena dato del documento costituisce in qualche modo l’inquadramento generale di una proposta pastorale di cui occorre ora apprezzare il valore e le potenzialità. Il suo primo merito è forse quello di porre a confronto con audacia e realismo l’eredità biblica e le acquisizioni della tradizione ecclesiale con le correnti culturali contrarie e i limiti della pastorale corrente.

In questo senso, Amoris Laetitia è una risposta alle principali sfide che impediscono la comprensione e l’accoglimento della dottrina della Chiesa sulla famiglia. Queste sfide sono dapprima culturali, in primo luogo l’assai diffuso “individualismo” che si manifesta tra l’altro con una certa “libertà di scegliere” senza limite, che “degenera in una incapacità di donarsi generosamente” (33). Da qui la difficoltà a comprendere “l’ideale matrimoniale, con un impegno di esclusività e di stabilità, (che) finisce per essere distrutto dalle convenienze contingenti o dai capricci della sensibilità” (34). Un’altra sfida consiste nel riconoscere che “il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane” e di trattare le persone esige “una salutare reazione di autocritica” (36). Per esempio, l’insistenza esclusiva in un certo periodo sul “dovere della procreazione”, oppure “l’idealizzazione eccessiva del matrimonio”, senza l’indispensabile complemento della confidenza nella grazia “non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario” (36).

Altri fattori culturali vanno contro la visione cristiana della famiglia: il fallimento di numerosi matrimoni, una concezione puramente emozionale e romantica dell’amore, un’affettività narcisistica, instabile e mutevole, una mentalità antinatalista coltivata con politiche coercitive, delle sfavorevoli condizioni materiali e l’estrema povertà, le migrazioni forzate e l’invecchiamento della popolazione, che comportano nuove minacce contro la famiglia. All’eutanasia e al suicidio assistito (48) si sommano ancora le molteplici aggiunte, la violenza, gli abusi sessuali, l’ideologia del “ gender” imposta dovunque, infine un ultimo fattore e non il minore: l’oblio di Dio nelle società secolarizzate. Il Papa conclude: “Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono” (56).

Le sfide che abbiamo evocato condizionano la trasmissione del vangelo della famiglia e rendono la sua incarnazione più difficile, ma non impossibile, poiché a differenza dei saperi del mondo, il vangelo della famiglia poggia sul dono della Grazia, vale a dire sul Cristo Gesù che ha ripreso il progetto di Dio sulla famiglia e ne ha fatto un’istituzione-chiave del suo Regno, un sacramento del Suo stesso Amore. È ciò che spiega Amoris Laetitia al capitolo 2 a partire dal kérigma della morte e risurrezione di Cristo che restaura l’amore coniugale e familiare “a immagine della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore” (63). Questo annuncio non è soltanto l’evocazione di un ideale, è la proclamazione di un dono concreto e incarnato che è dapprima fatto alla Santa Famiglia di Nazareth e che si prolunga in ogni famiglia abitata dalla grazia di Cristo. Papa Francesco sottolinea allora la grazia del sacramento riprendendo la visione cristologica del Concilio Vaticano II: “Cristo Signore «viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio» e con loro rimane” (67).

In questa luce, il sacramento del matrimonio manifesta uno status ben più elevato che non si riduce né a “una convenzione sociale, un rito vuoto o il mero segno esterno di un impegno” (72). È un “dono” che non è una “cosa” o una “forza”, bensì Cristo stesso che ama la sua Chiesa e “rende presente tale amore nella comunione degli sposi” (73). Tutta la loro vita ne è santificata e fortificata mediante la grazia del sacramento che scaturisce dal mistero dell’Incarnazione e della Pasqua. Dal canto loro, gli sposi “sono chiamati a rispondere al dono di Dio con il loro impegno, la loro creatività, la loro resistenza e lotta quotidiana, ma potranno sempre invocare lo Spirito Santo che ha consacrato la loro unione, perché la grazia ricevuta si manifesti nuovamente in ogni nuova situazione” (74).

Questa sintetica evocazione del sacramento da parte del Santo Padre è completata dal richiamo molto opportuno e pertinente di certe acquisizioni dell’insegnamento della Chiesa, in particolare “il legame intrinseco tra amore coniugale e generazione della vita” (68) che il beato Paolo VI ha riaffermato nella sua Enciclica Humanae Vitae. “Nessun atto genitale degli sposi può negare questo significato” (80). Papa Francesco si sofferma anche sullo sguardo misericordioso di Cristo sui fedeli che “convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile o sono divorziati risposati” (78). In proposito, egli riprende con prudenza e determinazione l’esortazione di san Giovanni Paolo II ai pastori “a ben discernere le situazioni” (FC 84) e ad accompagnare con pazienza e misericordia verso una più completa realizzazione della realtà sacramentale del matrimonio.

L’inno alla carità coniugale, pienezza dell’eros

Papa Francesco ha consacrato settanta pagine a delle considerazioni sull’amore, circa un terzo del documento (89-199), cosa che già indica l’importanza del tema al quale egli aggiunge molti aspetti complementari all’insegnamento dei suoi predecessori. In mancanza di una sintesi, richiamo l’attenzione su alcuni tratti originali di Amoris Laetitia. In primo luogo l’inno alla carità della Prima Lettera ai Corinti meditato in stretta relazione con le virtù indispensabili alla vita quotidiana delle coppie e delle famiglie (89-119): la pazienza, l’umile servizio, l’amabilità, il distacco, il perdono, la confidenza e la speranza. “Nella vita familiare – scrive il Papa - c’è bisogno di coltivare questa forza dell’amore, che permette di lottare contro il male che la minaccia. L’amore non si lascia dominare dal rancore, dal disprezzo verso le persone, dal desiderio di ferire o di far pagare qualcosa. L’ideale cristiano, e in modo particolare nella famiglia, è amore malgrado tutto” (119).

Egli tratta in seguito esplicitamente della carità coniugale che unisce gli sposi in virtù della grazia del sacramento del matrimonio. “È «un’unione affettiva», spirituale e oblativa, che però raccoglie in sé la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica, benché sia in grado di sussistere anche quando i sentimenti e la passione si indebolissero” (120). Si tratta di un amore che “riflette”, anche se imperfettamente, l’amore di Dio per noi come un segno efficace che implica – avverte il Papa con san Giovanni Paolo II – “«un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»” (122, FC 9). Si tratta inoltre della “«più grande amicizia»” che implica la ricerca del bene dell’altro, l’intimità, la tenerezza, la stabilità, cui il matrimonio aggiunge l’appartenenza esclusiva e il carattere definitivo dell’amore coniugale (123). Questi integra evidentemente la sessualità con il suo carattere totalizzante, la sua esigenza di fedeltà e l’apertura alla procreazione. “Si condivide ogni cosa, compresa la sessualità, sempre nel reciproco rispetto” (125).

“Nel matrimonio è bene aver cura della gioia dell’amore” (126), ripete il Santo Padre come un’affermazione in apparenza banale ma che è la chiave di tutto il suo messaggio. Una tal espressione suppone la “dilatazione dell’ampiezza del cuore” che dà la carità proveniente dalla grazia e che protegge dall’egoismo. “Quando la ricerca del piacere è ossessiva, rinchiude in un solo ambito e non permette di trovare altri tipi di soddisfazione” (126). Questa gioia dell’amore è compatibile con il dolore e i limiti, poiché il matrimonio non è solo un’emotiva storia d’amore, è “una necessaria combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni” (126) che reclama l’apprezzamento dell’“«alto valore» che ha l’altro” (127), anche quando egli perde la sua bellezza, la sua salute o il suo buonumore.

Il Papa parla anche di una pastorale del legame coniugale che deve far leva sull’importanza di “sposarsi per amore” e con un pubblico impegno, poiché l’amore richiede l’“istituzione matrimoniale” per la sua stabilità e la sua crescita reale e concreta. “La sua essenza è radicata nella natura stessa della persona umana e del suo carattere sociale” (131) che implica così una serie di obblighi, “che scaturiscono però dall’amore stesso, da un amore tanto determinato e generoso che è capace di rischiare il futuro” (131).

Dopo alcune sottili considerazioni sull’importanza e le condizioni psicologiche del dialogo tra sposi, Francesco s’intrattiene notevolmente sull’amore passione e sul mondo delle emozioni. Con l’aiuto dei suoi predecessori egli difende la dignità dell’ eros e la positività dell’insegnamento della Chiesa sull’educazione dell’emotività e dell’istinto (148). “La sessualità non è una risorsa per gratificare o intrattenere, dal momento che è un linguaggio interpersonale dove l’altro è preso sul serio, con il suo sacro e inviolabile valore”. Con la sua dimensione erotica, essa non è soltanto una sorgente di fecondità e di procreazione ma comprende – scrive san Giovanni Paolo II – “«la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono» (Catechesi del 16 gennaio 1980)” (151).

Di conseguenza – conclude Papa Francesco – non si può intendere “la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi” (152). Questo dono rimane tuttavia esposto al peccato, all’egoismo, alla violenza e alla manipolazione, egli aggiunge con realismo ricordando che la sessualità “dev’essere una questione da trattare tra i coniugi” (154). Commentando Ef 5, 22 nella stessa linea di san Giovanni Paolo II, egli afferma con forza che “«L’amore esclude ogni genere di sottomissione, per cui la moglie diverrebbe serva o schiava del marito [...]. La comunità o unità che essi debbono costituire a motivo del matrimonio, si realizza attraverso una reciproca donazione, che è anche una sottomissione vicendevole» (Catechesi dell’11 agosto 1982)” (156).

L’apertura alla fecondità dell’amore

Al capitolo 5 su “l’amore che diventa fecondo”, l’orizzonte si allarga verso l’accoglienza di una nuova vita come apertura alle sorprese e ai doni gratuiti di Dio. Ciò vale in tutte le circostanze, anche quando il figlio è non desiderato e inatteso. Egli è sempre degno di essere amato perché “«i figli sono un dono. Ciascuno è unico e irripetibile […]. Un figlio lo si ama perché è figlio: non perché è bello, o perché è così o cosà; no, perché è figlio!» (Catechesi dell’11 febbraio 2015)” (170).

L’amore di un padre e di una madre è indispensabile alla crescita di un figlio. Alle donne in gravidanza Papa Francesco raccomanda con discrezione: “abbi cura della tua gioia, che nulla ti tolga la gioia interiore della maternità. Quel bambino merita la tua gioia” (171). Riguardo ai padri, “Il problema dei nostri giorni non sembra essere più tanto la presenza invadente dei padri, quanto piuttosto la loro assenza, la loro latitanza” (176), tanto sono assorbiti dal proprio lavoro, dimenticando la priorità della famiglia sulla propria realizzazione individuale.

Il Papa amplia ulteriormente l’orizzonte della fecondità parlando dell’adozione, in particolare per le coppie senza figli, esortando all’apertura alla famiglia allargata in cui si coltivano i legami fraterni, la speciale attenzione per le persone anziane e il mutuo aiuto organizzato e generoso tra le famiglie della parrocchia o del quartiere. “Una coppia di sposi che sperimenta la forza dell’amore, sa che tale amore è chiamato a sanare le ferite degli abbandonati, a instaurare la cultura dell’incontro, a lottare per la giustizia” (183).

Altre prospettive pastorali saranno trattate nel quadro della mia riflessione sull’accompagnamento, il discernimento e l’integrazione delle coppie e delle famiglie, in particolare quelli e quelle che vivono in situazioni difficili. Diciamo soltanto prima di concludere che l’orientamento complessivo di Papa Francesco insiste sul fatto che le famiglie cristiane, con la grazia del sacramento del matrimonio, sono i principali attori della pastorale familiare, non tanto con il loro apostolato quanto per “la testimonianza gioiosa dei coniugi e delle famiglie, Chiesa domestiche” (200).

Conclusione: La gioia dell’amore, speranza del mondo

Al termine di questo sguardo sull’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia , mi appare con chiarezza come il tema della famiglia meritasse non solo una rinnovata attenzione a fronte dell’evoluzione delle culture, ma anche un nuovo metodo pastorale che Papa Francesco ha riassunto in tre verbi: accompagnare, discernere, integrare.

Uno dei principali contributi di Amoris Laetitia è quello di sviluppare e approfondire la riflessione della Chiesa sulla “legge di gradualità” che non aveva ricevuto sinora una sufficiente attenzione, nonostante l’esplicito orientamento dell’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (34). Di fatto, l’accelerato declino del matrimonio e della famiglia in Occidente sotto la pressione di certe correnti contrarie nel corso degli ultimi trent’anni, ha reso ancora più urgente quest’approfondimento teologico e pastorale.

Questo metodo pastorale ha una portata universale e non si limita alle situazioni dette “irregolari”. Esso poggia sul primato della grazia e della carità nell’esperienza cristiana dell’amore coniugale e familiare. Il suo scopo è di rilanciare il dialogo pastorale tra pastori e fedeli per colmare il fossato che si è creato da qualche decennio.

La forza del messaggio è di proporre una visione aperta e attraente dell’amore umano, riflesso della comunione trinitaria, avvolta di misericordia e dunque ricca di speranza. Accolto con entusiasmo e senza pregiudizi, questo insegnamento rappresenta un grande passo in avanti nella speranza che tutte le famiglie divengano la grande risorsa della Chiesa per l’evangelizzazione del mondo. La famiglia è infatti la strada e l’oasi dell’umanità nel nostro tempo, dove Cristo e la Chiesa s’incontrano e pongono la loro dimora e dove, per la grazia della fedeltà degli sposi con i loro figli, risplende la testimonianza trinitaria della Gioia dell’Amore.


[1] Cfr. Autori vari, Amoris laetitia: bilancio e prospettive, Anthropotes 2016/2, Cantagalli, 219-354; Philippe Bordeyne - Juan Carlos Scannone, Divorcés remariés, ce qui change avec François, Salvator, Paris, 2017, 142 s.

[2] “Non è una «gradualità della legge», ma una gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi in soggetti che non sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge” (295). Cfr. anche FC 34.

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