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Chiave di volta della collegialità

· Primato di Pietro e unità della Chiesa ·

Nell’anno in cui morì Pio XII avevo quattordici anni, ero un adolescente che stava crescendo in un ambiente cristiano compatto e tranquillo. La morte di Pio XII venne percepita nel Québec di quei tempi come una fine del mondo. La sua figura venerabile e ieratica era circondata da un’aurea di tale maestà da sembrare insostituibile. Da allora, con le età della vita, ho visto susseguirsi sei papi che hanno assunto il ministero petrino in modo assai diverso, al punto da suscitare ammirazione, certo, ma anche stupore, se non persino preoccupazione. Sotto il profilo storico, una cosa è certa: da quando il papato ha perso lo Stato Pontificio, la sua autorità morale e il suo prestigio universale non hanno cessato di crescere. Di ciò rendiamo grazie a Dio che conduce la storia della Chiesa e del mondo verso il suo compimento attraverso strade che spesso sconcertano e costringono alla conversione.

Jean Guitton, «Gesù guarda Pietro» (1967)

Ringrazio sinceramente l’Associazione Tu es Petrus per l’onore che mi è reso in questo giorno, anniversario del nostro caro Papa emerito Benedetto XVI, a motivo dei servizi resi ai Successori di Pietro. Il vostro presidente onorario, Sua Eminenza il Cardinale Kurt Koch, mi ha persuaso ad accettare questo riconoscimento da parte vostra al seguito di illustri personalità che hanno ringraziato prima di me per questa vostra nobile iniziativa. Quale segno di gratitudine io condividerei con voi alcuni ricordi e alcune riflessioni personali sul ministero petrino così come mi è stato dato di osservarlo a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Diciamo sin d’ora che, dal remoto villaggio canadese in cui sono nato e dove ho sognato d’esser missionario in Oriente, mai avrei pensato che un giorno sarei stato così strettamente associato al ministero del primo Pastore della Chiesa. Davvero le vie di Dio non sono le nostre! Esse sono sempre più belle e sorprendenti, come risalta da uno sguardo veloce sul ministero petrino dopo il Concilio.

Narrativa dei Papi post conciliari

Quanta novità a questo riguardo nella Chiesa da più d’un mezzo secolo! Giovanni XXIII, il buon Papa Giovanni, diplomatico di carriera, eletto a 78 anni come papa di transizione, si lascia cogliere da un’ispirazione improvvisa e audace e convoca nella sorpresa generale il Concilio Ecumenico Vaticano II, il più grande evento religioso dei tempi moderni, a dire di Jean Guitton, confidente e amico di Paolo VI. Questo Concilio era stato preparato nella prospettiva d’un semplice aggiornamento, ma si rivela nei fatti come un’impresa assai più complessa, un momento cerniera della Tradizione cattolica, una nuova Pentecoste che entusiasma non soltanto i Padri conciliari, ma la cristianità intera. La Chiesa non si limita a ritocchi di facciata, spalanca porte e finestre su un mondo in profonda trasformazione con il quale occorre stabilire un nuovo dialogo di salvezza. Ciò non si realizza senza perturbazioni né resistenze ma, in definitiva, la Chiesa confermerà i buoni frutti del Concilio con la canonizzazione di san Giovanni XXIII, suo iniziatore.

Il Beato Paolo VI eredita dall’immensa impresa l’impegno di portare a termine l’assemblea conciliare, compito colossale ch’egli assolve con successo grazie alla sua arte dell’ascolto e del dialogo, di cui ha fatto il proprio programma nell’Enciclica Ecclesiam Suam. In seguito egli naviga a fatica nella violenta tempesta post conciliare, di cui io serbo un ricordo incancellabile poiché sono stato ordinato sacerdote il 25 maggio 1968, nel momento peggiore della grande contestazione studentesca e pochi mesi prima della pubblicazione, oh quanto contestata!, dell’Enciclica Humanae Vitae. Ancora una volta, la recente beatificazione di Giovanni Battista Montini rende infine giustizia al suo coraggio, al suo discernimento profetico e alla sua fedeltà senza incrinature, nonostante le critiche ingiuste e le opposizioni che hanno segnato il suo pontificato. Quando ho saputo della sua morte il 6 agosto 1978, ho interrotto una vacanza in Svizzera per partecipare ai suoi funerali.

Dopo la breve parentesi di Giovanni Paolo I, portato via dal Signore il trentatreesimo giorno del suo pontificato, all’improvvisa dipartita del Pontefice appena eletto fa seguito una grande novità. Karol Wojtyła, giovane cardinale polacco di 58 anni, è eletto al seggio di Pietro dopo 456 anni ininterrotti di papi italiani. Quel giorno ero in piazza San Pietro con l’Arcivescovo di Montréal e alcuni amici del Collegio Canadese. Lo choc della notizia è incredibile! Vicino a me ci sono persone che scoppiano in lacrime, ma dopo quelle poche parole indimenticabili del nuovo papa venuto «da un paese lontano, lontano ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana», la folla è conquistata. All’uscita, un commento sovrasta tutte le risposte: «Ma la Chiesa è universale!». Giovanni Paolo II riprende in mano la ricezione del Concilio, incarnando il suo respiro missionario con i suoi innumerevoli viaggi, a passi di gigante, sull’intero pianeta. Egli resterà nella memoria della Chiesa come un santo evangelizzatore, uomo di pensiero e poliglotta, protagonista e innovatore, largamente seguito dai media di tutto il mondo. Il suo lungo e prestigioso pontificato conferma la parola profetica pronunciata l’indomani della sua elezione dal Cardinale Wyzsinski: «Dio ti ha scelto per introdurre la Chiesa nel terzo millennio». Di fatto, san Giovanni Paolo II fu l’uomo della Provvidenza che scosse il giogo comunista e fece cadere la cortina di ferro che divideva l’Est e l’Ovest in due blocchi nemici. Promosse anche intensamente la sinodalità episcopale nella Chiesa, in modo particolare con le sue convocazioni di assemblee continentali in preparazione del grande giubileo dell’Anno 2000.

Chi avrebbe creduto che suo successore sarebbe stato il suo vicinissimo collaboratore, Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e, in quanto tale, esposto a una costante critica mediatica? Teologo raffinato, autentico custode della sana dottrina, un vero dottore della Chiesa, i cui scritti limpidi e profondi saranno ancora a lungo di nutrimento per generazioni di credenti. Le sue dimissioni dalla Cattedra di San Pietro il 28 febbraio 2013 resteranno un avvenimento memorabile, di alta portata spirituale e culturale nella storia della Chiesa. Questo gesto umile e rivoluzionario nello stesso tempo, collocato a cinquant’anni dal Concilio Ecumenico Vaticano II, apre un’epoca nuova per il ministero petrino.

Il meno che si possa dire è che il giovane pontificato di Francesco non è da meno sul fronte dell’innovazione: il nome, lo stile, la passione missionaria, lo spirito di riforma, l’apertura nelle comunicazioni, l’influenza geo-politica, quante sfaccettature originali promanano da questo pontefice spiccatamente pastorale! Francesco ci trascina di sorpresa in sorpresa su un’onda gioiosa di misericordia evangelizzatrice, facendosi sempre di più segno di speranza per il mondo. Non è forse rapidamente diventato una figura di riferimento per la pace, la compassione e l’incontro delle culture? Ma punto fondamentale resta il fatto ch’egli è innanzitutto un Padre e un Pastore chino sui feriti e gli esclusi di tutte le periferie, che lava i piedi ai suoi fratelli e sorelle senza distinzione, un papa presente su tutti i fronti, aperto a tutti gli interlocutori anche se sono scomodi, d’una semplicità rivoluzionaria per il suo modo spontaneo e diretto di comunicare, che gli guadagna l’esser seguito con entusiasmo sul continente digitale. Le sue omelie alla messa del mattino in Santa Marta sono un simbolo di questo stile di comunicazione spontaneo che comporta certi rischi, ma che amplifica gli ascolti e l’interazione tra il primo pastore e il popolo di Dio nel suo insieme. Quanti uomini politici gli invidiano questa popolarità che gli guadagnano la sua umiltà, la sua autenticità e la sua disinteressata identificazione con tutti quelli che sono vittime nella vita!

Questi pochi richiami mostrano come la figura del successore di Pietro non sia cristallizzata in un ruolo predefinito e stringente per tutti i suoi rappresentanti. La figura del papa di Roma si rivela inesauribile nelle sue modalità esistenziali e culturali, contrariamente a quanto si è potuto pensare in altri tempi, quando il Sovrano Pontefice era assimilato alle figure regali del continente europeo. Con Francesco siamo una volta di più testimoni della straordinaria trasformazione del suo ruolo in un senso pastorale che si vuole più vicino al Vangelo e meno dipendente dai modelli culturali dell’una o dell’altra epoca. Ma questa sorprendente adattabilità della figura, che ho sottolineato, non intacca tuttavia l’unità del carisma del successore di Pietro. Quale che sia il suo particolare profilo, il Papa è, per espressa volontà del Cristo Gesù, il garante e il primo servitore dell’unità della Chiesa: «E io a te dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16, 18); Gesù dice a Pietro nel contesto della passione: «Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 32).

I diversi Pontefici manifestano stili personali e privilegiano metodi variabili, a seconda della loro esperienza e della loro ispirazione, ma sempre mirano a rafforzare la fede del popolo di Dio e la sua confidenza nello Spirito Santo che anima il Corpo ecclesiale di Cristo risorto. La loro complementarietà magisteriale esprime infatti l’autentica Tradizione della Chiesa, che trasmette l’unica fede di Maria e degli Apostoli in una varietà di espressioni e di sviluppi dottrinali che si adatta ai cambiamenti culturali, oggi come ieri.

Tre aree privilegiate di riflessione

Prendiamo ad esempio la questione della famiglia che ha appena costituito l’oggetto di due sinodi e dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris laetitia, di grande portata per la pastorale della Chiesa. Questa ripresa da parte di Francesco della questione già trattata nel 1980 è in primo luogo rivelatrice della grave crisi antropologica che sconvolge la cultura attuale, occidentale soprattutto, e di cui la famiglia è l’epicentro. Questa ripresa è anche testimone della continuità dottrinale della Chiesa e della sua “conversione pastorale” che deve rispondere alle nuove sfide dell’evangelizzazione con lo slancio dell’Enciclica Evangelii Gaudium.

La famiglia è la «via della Chiesa», diceva Giovanni Paolo II ricordando che l’uomo è creato a immagine di Dio e che trova la felicità solo nell’amore come dono di sé totale e sincero. Francesco conferma questo insegnamento e ripete che la pastorale deve meglio accompagnare le famiglie nella loro ricerca di felicità tenendo in maggior conto i loro limiti e le loro aspirazioni. Con la Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II si sono stabiliti dei punti fermi dottrinali e pastorali che restano sempre validi, un’autentica carta della famiglia, Chiesa domestica. Bisogna peraltro riconoscere che questa carta non ha trasformato a sufficienza la pratica pastorale a servizio delle comunità cristiane. Amoris laetitia di Francesco richiama con forza pastori e fedeli a un cambio di mentalità per diventare più accoglienti e inclusivi, rinnovando il dialogo con le persone che versano in situazioni difficili, cercando il modo migliore per integrarle nella comunità ecclesiale. Ciò non comporta un cambiamento della disciplina sacramentale, ma una migliore applicazione attraverso un dialogo pastorale aperto che sia più rispettoso della complessità delle situazioni e della coscienza dei fedeli. Questa grande opera di Papa Francesco raccoglie i frutti d’una riflessione approfondita, nutrita con molteplici consultazioni e pubblicazioni che hanno accompagnato il processo sinodale. Essa riafferma la dottrina dei suoi predecessori nei punti essenziali e apporta nuovi sviluppi che esaltano la bellezza dell’amore coniugale e familiare, la nobiltà dell’educazione dei figli, la partecipazione attiva di tutte le famiglie alla vita della comunità, senza esclusioni. Da Paolo VI a Francesco, passando attraverso Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la tematica del matrimonio e della famiglia, trattata con grande rilievo al Concilio Vaticano II e successivamente ripresa con coerenza dal Magistero, dimostra con evidenza l’impegno della Chiesa cattolica contro le ideologie fallaci, in particolare quella del “gender”, e la cura della vera felicità dell’uomo nella famiglia fondata sull’amore sincero di un uomo e di una donna, consacrato dallo Spirito di Cristo ricevuto nella celebrazione del sacramento del matrimonio.

Un’altra bella testimonianza della continuità magisteriale dei differenti pontefici nella diversità dei loro carismi è stata resa dallo stesso Benedetto XVI in un’intervista rilasciata a un teologo sul tema della giustificazione (cf. L’Osservatore Romano, 16 marzo 2016). In questa singolare intervista, tanto interessante quanto inattesa, il papa emerito accosta il tema della giustificazione e quello della misericordia, molto centrale in Francesco, e afferma che il suo successore si trova in perfetta continuità con gli scritti di Giovanni Paolo II, specialmente quelli sul finire della sua vita, ispirati dal messaggio di santa Faustina Kowalska. Benché si esprima soprattutto in quanto teologo, Benedetto conferma il modo attuale di Papa Francesco di affrontare il tema della misericordia che gli sembra assai in sintonia con la sensibilità contemporanea. Francesco proclama in effetti la misericordia in maniera attraente che trasmette il gusto di andare verso Dio nella confidenza, nonostante certi timori ereditati da una visione troppo angusta della giustizia divina di fronte ai peccatori. Il ponderato commento del papa emerito su questo punto nevralgico sottrae dunque argomenti a chi vorrebbe contrapporre i pontefici non solo quanto allo stile pastorale, ma anche quanto alla sostanza delle loro convinzioni.

A rischio di mettere alla prova la pazienza di chi mi ascolta, aggiungo infine un’ultima considerazione sul rapporto tra il primato pontificio e la collegialità episcopale, un altro tema di attualità a cinquant’anni dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Questo tema ci varrà senza dubbio un giorno un sinodo allo scopo di approfondire l’ecclesiologia di comunione che emerge dai testi conciliari, ma non ancora posta in opera in tutte le sue potenzialità. Il Successore di Pietro è il garante dell’unità visibile della Chiesa mediante la sua giurisdizione sull’insieme del popolo di Dio. Egli esercita questa giurisdizione in comunione con i pastori delle chiese particolari, ch’egli conferma e appoggia nelle loro responsabilità come membri del Collegio episcopale e come pastori propri delle Chiese diocesane affidate alla loro cura. Il primato di Pietro non si afferma contro la collegialità, è la chiave di volta della collegialità in quanto simbolo reale dell’autorità del Signore sul suo Corpo e garante dell’unità di questo Corpo nella fede. Non bisogna pensare che un papa più remissivo e meno protagonista potrebbe andare a maggior favore della collegialità, è vero anzi il contrario, più l’autorità pontificia è riconosciuta e indiscussa, maggiori chances ha la collegialità di funzionare armoniosamente al servizio del bene comune della Chiesa. Il segreto dell’evangelizzazione è sempre la forza dell’unità nell’amore che viene da Dio.

In questa ottica di grande portata ecumenica, non bisogna mai dimenticare che la Chiesa è un “mistero” di comunione, una comunità di fede, di speranza e di carità, che vive della costante presenza e azione dello Spirito Santo. L’istituzione visibile della Chiesa è abitata dalla presenza invisibile della comunione trinitaria e della comunione dei santi. Durante la mia breve permanenza al Pontificio Consiglio per l’unità dei Cristiani nel 2001-2002, ho partecipato a un dialogo teologico con alcuni rappresentanti della Comunione Anglicana che verteva sulla Vergine Maria, e sono rimasto profondamente toccato nel costatare che la Madre del Salvatore è un fattore di unità e non di divisione tra di noi, cattolici e anglicani. Di fatto, Maria è la matrice e la forma fondamentale della fede della Chiesa. Da questo punto di vista Maria è più fondamentale di Pietro poiché assicura dall’interno l’unità della Chiesa cattolica. Se è vero che Cristo ha voluto che Pietro e i suoi successori siano la roccia sulla quale si fonda l’unità visibile della Chiesa, egli ha anche voluto venire al mondo mediante la fede di sua madre che l’ha allevato e accompagnato in tutte le fasi della sua rivelazione come Parola di Dio ultima e definitiva all’umanità. La Vergine Maria è dunque inseparabile dallo Spirito Santo e onnipresente nella Chiesa come la forma intima e splendente del suo mistero di comunione. Preghiamola incessantemente di raccogliere l’umanità intera nel suo grande manto di misericordia e di accompagnare il Successore di Pietro nel suo servizio dell’unità del popolo di Dio.

Cari amici, di nuovo vi ringrazio dell’opportunità che mi avete offerto di meditare con voi sul ministero petrino nella Chiesa e di dare testimonianza della sua unità nella felice diversità dei suoi straordinari rappresentanti all’inizio del terzo millennio.

di Marc Ouellet
 Cardinale, prefetto della Congregazione per i vescovi

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09 dicembre 2019

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