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Sguardo alla vita religiosa

· Consacrate «per evangelica consilia» ·

La vita religiosa apostolica merita senza alcun dubbio uno sguardo attento e scrupoloso, perché in essa vanno riconosciuti e valorizzati tanto la sua capacità di gestire le novità del Vangelo quanto il suo sforzo di trasformazione in questi ultimi decenni.

Sono molte e sono molto diverse tra loro le congregazioni religiose. Inoltre, anche se attualmente bisogna constatare un movimento di convergenza abbastanza generalizzato, le istituzioni si trovano in momenti anch’essi molto differenziati del loro processo nel realizzare e nell’attualizzare il proprio carisma.

La vita religiosa apostolica, nel corso del tempo e a seconda dei diversi carismi, ha risposto ai bisogni degli ambiti ai quali si è rivolta, creando progetti portatori e datori di senso e che inevitabilmente si sono rivelati culturalmente in controtendenza, poiché essa ha scommesso sui valori del Regno. Ma, come ha affermato Marisa Moresco, invitandoci alla riflessione e al discernimento, «se non cambiamo i nostri progetti controculturali, questi risponderanno alla cultura dei secoli precedenti, ma non a quella del nostro secolo».

Va riconosciuto che da alcuni decenni la vita religiosa apostolica femminile sta a poco a poco diminuendo numericamente. Le comunità stanno invecchiando e le vocazioni alla vita religiosa sono poche. La fragilità delle istituzioni è un dato di fatto. Per questo dinanzi a tale realtà bisogna domandarsi con la lucidità di Elena Lasida: la fragilità è un ostacolo o un’opportunità?

Ogni istituzione è un ambito che permette di organizzare la vita di un gruppo con un progetto comune. A partire da questa fragilità, alle istituzioni si sta schiudendo la possibilità di diventare istanze di cambiamento, ma ciò sarà possibile solo se le istituzioni stesse rimangono in movimento. La fragilità non starà forse nel consentire il passaggio dalla forza alla fecondità? Dal controllo, come forza del numero e dell’uniformità, all’alterità e all’integrazione della differenza? Dal dominio, inteso come intento puramente direttivo, alla formazione e al dispiegamento delle potenzialità dei membri? In queste chiavi, ricordate da Elena Lasida, si possono vedere aspetti che toccano la dimensione relazionale e la comunicazione, cioè qualcosa di costitutivo sul piano antropologico, al di là di questa o di quella attività. La fragilità diviene allora occasione per mostrare una ricchezza nascosta. E lo Spirito si serve della fragilità, che non possiamo più nascondere, per promuovere trasformazioni che non saremmo state capaci di attuare in momenti considerati di maggior forza.

Sta così emergendo nella vita religiosa femminile un cambiamento di paradigma. Questo si osserva nella riflessione di molti capitoli generali, nello sforzo di formazione permanente, nella crescente collaborazione tra le diverse congregazioni, nella cura dell’ascolto e dell’accoglienza inclusiva. Si sta facendo strada un modo di dare nuovo significato al contenuto dei voti, un significato cioè che sia più centrato sullo scopo e sulle persone a cui ci vogliamo rivolgere. Come stare con i poveri oggi e come vivere il Vangelo con loro? Come amare concretamente? Come vivere a partire dalla parola di Dio ascoltata con assiduità e praticata in una realtà determinata? Come situarsi nel nostro mondo in cambiamento a partire dal Dio che si manifesta nella storia? Il nuovo paradigma si gioca più nel modo di vivere che nel cambiamento o nel mantenimento di opere apostoliche e di attività.

La vita religiosa apostolica femminile, al di là del minore o maggiore riconoscimento che può ricevere dalla Chiesa istituzionale, è ovviamente qualcosa di più di una impresa di servizi. La sua identità si dispiega attraverso i segni del Regno che scopre, che cerca di vivere e che potenzia nella missione che realizza. E spunti per riflettere su tre chiavi da custodire e da coltivare vengono dai film Dead Man Walking (1996), Degli uomini e degli dei (2010) e Marie Heurtin (2014), dove troviamo chiaramente riflesse queste dimensioni su cui possiamo concludere queste riflessioni.

Bisogna crescere e aiutare a crescere perché parlare di crescita è parlare di vivere e di dare vita. E vivere crescendo significa, partendo dalla parola di Dio e dalle scienze umane, prendere pian piano coscienza delle chiavi che ci muovono dalla nostra interiorità e vivere impegnandoci nella realtà a partire dal Vangelo. La vita religiosa femminile apostolica ascolta la chiamata ad andare nelle periferie esistenziali e ad annunciare il Regno dal basso, dal didentro, da vicino. In particolare, dove sono in gioco la vita dei poveri e la dignità della persona, in comunione con colui che cammina dinanzi a noi.

La vita in comunità permette poi di costruire un ambito per accogliere la singolarità di ognuna, liberandola, per fare di lei una singolarità aperta all’aiuto reciproco e alla scommessa sulla cooperazione e sull’amicizia. La vita comunitaria cerca dunque di essere luogo di accoglienza, di misericordia e di emancipazione, al di là della competitività, sulla base del sostegno reciproco nella vita quotidiana. Questo stile di vita alternativo vuole essere uno spazio aperto in cui altre persone possano sperimentare la fraternità, qualunque sia la loro condizione. La fraternità comunitaria si allarga a laici e presbiteri quando il cammino diventa comune. E il dinamismo comunitario è un processo che presuppone interagire riconoscendo la ricchezza dell’altro. Gli ostacoli nei rapporti non mancano, ma attraverso questi la persona e il gruppo possono crescere.

Infine, la presenza dello Spirito e la sequela di Gesù alla luce della sua Parola studiata e contemplata stanno portando la vita religiosa apostolica a iniziare processi e ad accompagnarli, a esercitarsi nell’ascolto e a praticare il discernimento, a mettersi dalla parte degli emarginati della storia. Nel caso del carisma domenicano, soprattutto attraverso la predicazione.

di Carmen Lanao

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24 aprile 2019

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