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Sguardo al futuro

Della conversazione di Papa Francesco con Eugenio Scalfari narrata sulla Repubblica colpiscono subito il tono di confronto aperto e amichevole, il desiderio di capirsi vicendevolmente e il fatto, ogni volta più evidente, che il Pontefice non esita a mettersi in gioco in prima persona. «Posso abbracciarla per telefono?» prorompe il fondatore del quotidiano romano. «Certamente, l’abbraccio anch’io. Poi lo faremo di persona, arrivederci» replica con semplicità Papa Francesco.

L’incontro è una conseguenza della lettera che il Pontefice ha indirizzato a Scalfari e aiuta ancora di più a comprendere il cuore di Papa Francesco: «Bisogna conoscersi, ascoltarsi» e — aggiunge — «a me capita che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perché nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni». Ecco, l’attenzione alle persone e alla loro unicità è la caratteristica che di lui subito colpisce e attira.

Un intreccio scherzoso di battute sul reciproco intento di conversione permette al Pontefice di accennare alla questione del proselitismo: non ha senso, perché — come ha voluto ricordare ai catechisti con le parole di Benedetto XVI — «la Chiesa non cresce per proselitismo, cresce per attrazione», un «lievito che serve al bene comune». Si tratta insomma della testimonianza, che ogni cristiano deve rendere, così come deve trasparire dalla Chiesa nel suo complesso: è una minoranza, senza dubbio, ma anche una forza di trasformazione.

«L’ideale d’una Chiesa missionaria e povera» anima come un fuoco nascosto le parole di Papa Francesco, che senza reticenze risponde alle domande di Scalfari e guarda al cammino dei cristiani nella storia parlando significativamente dei santi — Paolo, Agostino, Francesco, Ignazio — e ripetendo che l’obiettivo è «l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza. Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l’amore. Poveri tra i poveri. Dobbiamo includere gli esclusi e predicare la pace».

Parole che non a caso richiamano l’inizio del documento conciliare sulla Chiesa nel mondo contemporaneo: «La gioia e la speranza (gaudium et spes), la tristezza e l’angoscia degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». Papa Francesco guarda infatti al Vaticano II, «ispirato da Giovanni XXIII e da Paolo VI», perché a sua volta — sottolinea con nettezza il Pontefice — il concilio «decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna».

Non sono affermazioni vuote quelle di colui che nell’intervista si definisce, oltre che con il titolo tradizionale di vescovo di Roma, «Papa della cattolicità». Nel colloquio parla infatti con accenti personalissimi di se stesso, rivelando l’illuminazione quieta che lo invase subito dopo l’elezione in conclave e lo indusse ad accettarla. Proprio questo mettersi in gioco gli permette di parlare delle realtà più profonde: la grazia, l’anima, Dio e il futuro, sul quale apre lo sguardo. Perché «anche la nostra specie finirà, ma non finirà la luce di Dio».

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12 novembre 2019

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