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Sguardi nuovi sulla realtà

· Josef Albers e l’arte contemporanea ·

A 125 anni dalla nascita di Josef Albers (1888-1976), la sua opera è stata riproposta in Italia tramite due mostre a Perugia e a Città di Castello. Albers è stato il primo allievo a diventare maestro del Bauhaus, nome scelto da Gropius — in riferimento all’arte medievale dei muratori — per la scuola statale di architettura, arte e design della Germania, scuola che fu attiva a Weimar (1919-1925), a Dessau (1925-1932) e a Berlino (1932-1933) e poi chiusa dai nazisti. La tecnica di Albers per favorire l’apprendimento immediato e durevole era fondata sulla pratica. Dopo il recupero della tradizione artigiana che aveva caratterizzato in Inghilterra la scuola e il movimento artistico di arti e mestieri, l’idea di rendere accessibile a tutti la bellezza tramite la produzione in serie meccanizzata, con la nascita del disegno industriale, si apre in effetti in Germania con la scuola Bauhaus a un ideale democratico di composizione tra pregio ed economia, con luoghi di lavoro ben illuminati e salubri, case piccole ed essenziali ma complete di tutto il necessario e disponibili a prezzi accessibili.

Si tratta insomma, per vivere al meglio, di pensare bene e in anticipo tutto quanto verrà poi riprodotto in gran numero, risparmiando sulla produzione seriale: dal quartiere, alla fabbrica, alla casa, all’arredo, al più minuto oggetto di uso comune. È in fondo la stessa logica del mercato, ma posta primariamente al servizio dell’utenza, non solo del produttore o della distribuzione. Nel momento di pieno sviluppo e maturazione del modernismo e dell’azione popolare si lavorava al raggiungimento di questi traguardi.

Tutto si può dire dell’arte del ventesimo secolo: che sia difficile da capire e facile da fare, velleitaria, ingannevole, ambigua, presuntuosa, a volte volutamente offensiva, dirompente, disarmonica, solitaria, perfino repulsiva, incapace di sinfonia e di concerto, troppo esasperatamente autografa, dominata dal mercato: tutto, ma non si può dire che si sia allontanata dal vero.

Se — indubbiamente anche per effetto dell’avvento della fotografia — già dal secolo precedente era progressivamente diminuito l’interesse per la fedele riproduzione del visibile (e dell’immediatamente riconoscibile), a favore e con maggiore spazio per l’astrazione, per l’enigmatico, per il problematico, per la ricerca della forma dei pensieri, dei simboli, nella loro scomposizione e destrutturazione, questo non significa che vi sia stato un allontanamento dalla realtà, anzi semmai un approfondimento del tutto nuovo nell’indagarla.

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24 gennaio 2020

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