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Sguardi che pesano

· Due mostre fotografiche sulla città ·

C’è quello romantico di Giacomo Caneva che si sofferma su ruderi e monumenti avvolgendoli, complice una tecnologia ancora agli albori, in un’atmosfera rarefatta. Gli fa da contraltare quello rigoroso di Oscar Savio che esalta le geometrie di una città rinascente nell’Italia del boom economico. C’è poi quello solo apparentemente documentaristico di Adolfo Porry Pastorel — non a caso proprio da lui apprenderà i rudimenti del mestiere il capostipite dei paparazzi, Tazio Secchiaroli — che si concentra sul tappeto di ombrelli che copre piazza San Pietro in una piovigginosa giornata del 1929, alla vigilia della firma dei Patti lateranensi. E, ancora, quello sospeso di Luigi Ghirri che si lascia affascinare e inquietare dalla solitudine notturna di strade e piazze.

Adolfo Porry Pastorel (1929)

Sono tanti gli sguardi che, da dietro la lente di una macchina fotografica, si sono posati sulla città di Roma. Fino al 22 settembre se ne possono incrociare alcuni sostando nelle sale di palazzo Braschi, a pochi passi da piazza Navona, in occasione della mostra «Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’Ottocento a oggi». Le curatrici, Flavia Pesci e Simonetta Tozzi, hanno attinto dal vasto archivio fotografico del Museo di Roma oltre 300 immagini che restituiscono il racconto di una relazione, quella tra la fotografia e la città, iniziata 180 anni fa, subito dopo l’arrivo da Parigi della notizia dell’invenzione del dagherrotipo.

Tra vecchie carte salate e lastre di vetro, sulle quali sono ben visibili i ritocchi del fotografo, stampe al carbone e ai sali d’argento emerge una città che, in gran parte, non c’è più. E non solo per colpa dei “muraglioni” sul Tevere o degli sventramenti. Nell’album della Roma sparita c’è anche, ad esempio, il murale dipinto nel 1984 da Keith Haring sulla facciata del palazzo delle Esposizioni in via Nazionale. Della performance del giovanissimo ma già affermato artista statunitense restano infatti solo gli scatti di Stefano Fontebasso De Martino: «benché regolarmente autorizzato» — spiega melanconicamente la didascalia — il murale «venne indebitamente cancellato nel 1992».

Questa galleria di sguardi che hanno ammirato, raccontato e interpretato la città continua, sempre nella stessa sede di palazzo Braschi, in una seconda mostra, che purtroppo chiuderà il 16 giugno con largo anticipo rispetto alla prima. Si tratta della raccolta delle opere prodotte nel quadro del progetto Commissione Roma curato da Marco Delogu che, dal 2003 al 2017, ha assegnato ad alcuni tra i più famosi fotografi del mondo il compito di realizzare un personale ritratto della città. Per citarne alcuni: Josef Koudelka, con le sue panoramiche in bianco e nero, il graffiante Anders Petersen, fotografo svedese, e il plurivincitore del World Press Photo Paolo Pellegrin, che — romano, diventato cittadino del mondo per documentare le tragedie del nostro tempo — sceglie di ritrarre una famiglia rom.

Il peso di questi sguardi fa pensare. E mette a disagio soprattutto se non si resiste alla tentazione di affacciarsi dalla finestra — la stessa da dove nel 1986 Gianni Berengo Gardin immortalò la sua «Piazza Navona con la pioggia» — e di metterli a confronto con gli sguardi rapaci di chi si accalca per un selfie intorno alla fontana del Bernini. La bellezza ridotta a scenografia, a merce da consumare in fretta perché ci sono tante altre strade e piazze di cui appropriarsi.

Torna alla mente la lezione di Marc Augé. E con essa il timore che di Roma, vista così, non resti che la cartolina di un “nonpiùluogo”.

di Piero Di Domenicantonio

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22 agosto 2019

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