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Sfide all’identità

· ​Le tecnologie emergenti e i percorsi della bioetica ·

La velocità, la complessità, l’incertezza e la confusione degli ambiti tradizionalmente distinti sono i caratteri costitutivi delle tecnologie che stanno aprendo un nuovo capitolo della bioetica. Sono dette tecnologie emergenti o convergenti per indicare il dinamismo e la sinergia tra settori scientifici precedentemente separati — settori indicati nell’acronimo Nbic che include le nanotecnologie, le biotecnologie, l’informatica e le scienze cognitive — che prospettano un’innovazione ampia che potrà portare a una modificazione radicale dell’uomo e della stessa umanità. Si parla di una rivoluzione tecnologica o di una nuova ondata tecnologica. È un’ondata che sta seguendo due percorsi.

Francis Bacon, «Tre studi per un ritratto a Lucian Freud» (1964, particolare)

Il percorso dalla biologia alla tecnologia nella direzione di una progressiva trasformazione tecnologica delle parti del corpo e della mente fino all’esito estremo della costruzione di un uomo tecnologico. Si rompe il confine tra naturale e artificiale con la progettazione di sensori o computer indossabili che possono essere introdotti nel corpo e nel cervello per trasmettere con sistemi informativi un’enorme quantità di dati, con impianti e inserimenti di microchip nella corteccia cerebrale per scaricare i contenuti della mente o caricare la mente di contenuti informatici trasferiti da computer.

Viceversa, il percorso dalla tecnologia alla biologia con la creazione di macchine simili agli organismi viventi, la costruzione di robot umanoidi che possano interagire con l’uomo o interagire tra loro, la progettazione di tecnologie che imitano l’umano e lo sostituiscono.

La rivoluzione tecnologica ha e avrà possibili applicazioni estremamente diversificate. Alcune applicazioni in ambito medico per curare i malati. Ne sono esempi l’interfaccia cervello-computer per pazienti paralizzati, per controllare determinate azioni (comandare un braccio robotico o una sedia a rotelle, sintetizzare un set definito di parole, scrivere con una tastiera virtuale); la produzione di robot per la diagnosi clinica, la chirurgia, l’assistenza; la riproduzione di modelli artificiali del cervello umano per sostituire organi sensoriali (visione, udito, olfatto artificiale); la progettazione di computer in grado di interpretare lo stato fisiologico dell’utente e di esprimere emozioni per malati di autismo.

Le stesse tecnologie possono avere anche applicazioni in ambito non medico, ossia in ambito ludico, sportivo o della vita quotidiana, per scopi di potenziamento oltre la terapia, aumentando le capacità fisiche o psichiche di individui sani. Si parla di nuove tecnologie intime (intimate technologies) per descriverne la invasività: tecnologie non solo vicino a noi e tra noi, ma anche come noi, su di noi e in noi.

Il dibattito teorico, agli inizi, ha delineato la divaricazione tra i bio-ottimisti tecnofili che esaltano le tecnologie emergenti e i bio-pessimisti tecnofobi che avanzano molte perplessità.

È indispensabile una riflessione che rimetta in gioco la questione dei limiti di modificazione dell’uomo e della natura umana alla luce della difesa della dignità umana, dell’integrità fisica e psichica, della sicurezza, della libertà nei confronti della invasività tecnologica, della possibilità di sviluppo della persona in condizioni di giustizia. Nella convinzione che la fioritura umana autentica non consiste nell’accumulo di risultati di eccellenza ottenuti artificialmente e tecnologicamente, ma consiste nello sforzo personale, virtuoso, nella vita per la realizzazione di sé.

di Laura Palazzani

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23 marzo 2019

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