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Sfida tra due vincitori

· Un testo teatrale dedicato al dialogo tra Abramo e Dio ·

«Dio ha scommesso, Abramo ha accettato. La scommessa, per entrambi, è vinta. Due vincitori. Non succede quasi mai, fra noi uomini. Accade sempre di vincere entrambi quando c’è di mezzo Dio», si legge nella quarta di copertina di Talking Abraham. Storia di amore, amicizia e tradimenti di Paolo Curtaz, un testo che nasce dall’allestimento teatrale curato da Aglaia Zannetti presentato per la prima volta il 4 maggio scorso a Milano (Edizioni Terra Santa, 2018, pagine 112, euro 12).

Un particolare della copertina di «Talking Abraham»

Un racconto drammatizzato in parole e musica — la colonna sonora curata da Enrico Merlin è arricchita dai versi di Wisława Szymborska e da poesie pop come Una somma di piccole cose di Niccolò Fabi — per dire allo spettatore che la fede non è qualcosa di scontato. L’itinerario di Abramo è imprevedibile, drammatico, talvolta sconcertante come la strada che percorre ognuno di noi su questa terra: si arriva a credere veramente vivendo l’amore e l’amicizia, superando difficoltà, contraddizioni e periodi di stallo, «correndo il rischio della propria umana avventura» chiosa l’editore presentando il volume. Qual è il metodo di Dio per venirci incontro? Cosa c’entra Abramo, quest’uomo sconosciuto della Mesopotamia? C’entra, perché con lui avviene la nascita dell’io, la nascita dell’identità come rapporto con una misteriosa presenza che chiama nella storia. La percezione della vita come vocazione e del lavoro come compito, la categoria di storia lineare nel rapporto con il Creatore sono dimensioni che entrano in gioco per la prima volta con la sua chiamata «Esci dalla tua terra!»; da questo invito rivoltogli da un Dio che non conosce, in un modo che non sappiamo, in un tempo sprofondato nel passato nasce la storia di un uomo che, a ragione, è considerato da quasi tre miliardi della popolazione mondiale il primo credente, il primo cercatore di Dio, il padre, il patriarca di ogni uomo che non si ritiene soddisfatto dalla propria vita.
«Sem, Arpacsad, Selach, Eber, Peleg, Reu, Serug, Nacor, Terach. Di essi — scrive Curtaz — non ci è giunto nessun pensiero, nessuna emozione, nessun episodio che li possa in qualche modo identificare. Con Abramo invece si entra nel dettaglio. Come se Dio volesse intrecciare la sua storia con la nostra storia».
Per questo è così importante ripercorrere e fare nostra l’esperienza del patriarca. Particolarmente preziosa oggi perché la malattia più diffusa e meno percepita nel nostro mondo è lo sbiadire della consapevolezza di cosa è l’uomo. È proprio questa crisi d’identità che è alla base della violenza nei rapporti tra le persone, della vita non vissuta, del senso di orfanità sperimentato da molti. Uno smarrimento bene espresso da una delle più belle pagine di prosa della letteratura italiana del Novecento, il non-finito finale de La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, in cui lo scrittore esprime tutta la sua quieta disperazione. Esiste la realtà, è innegabile la solidità delle cose che si vedono e che si toccano, sembra dirci il gran lombardo, ma l’identità dell’uomo è effimera se qualcosa di oltre-umano non ne garantisce il valore.

«Nella stanchezza senza soccorso — scrive Gadda descrivendo l’agonia dell’anziana madre del protagonista — in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: Io».

di Silvia Guidi 

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20 novembre 2019

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