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Sette minuti

· In un film di Michele Placido la battaglia delle donne per il diritto al lavoro ·

Un’azienda tessile si salva dalla chiusura grazie al suo acquisto da parte di una multinazionale. Anche il lavoro di tutte le operaie sembra al sicuro, ma i nuovi dirigenti chiedono di inserire nel contratto una clausola che prevede di dimezzare la pausa pranzo. Fra le undici operaie chiamate a prendere una decisione per tutte, all’inizio c’è grande sollievo, persino entusiasmo. Poi però qualcuna di loro comincia a ricredersi, e a capire che dietro quei sette minuti di lavoro in più si nasconde una battaglia per i diritti sul lavoro dalla portata molto più ampia di quanto non sembri.

Il cast del film

L’omonima opera teatrale di Stefano Massini da cui questo Sette minuti è tratto, non fa molto mistero di ispirarsi a La parola ai giurati (Sidney Lumet, 1957), oltre che a una storia realmente accaduta. Quando si prendono in prestito idee altrui, per di più così famose, l’importante è fare qualcosa di almeno parzialmente diverso e soprattutto che vada per certi versi oltre. Ed è questo il caso. Perché se lì avevamo una situazione sostanzialmente contingente, anche se emblematica e piuttosto rappresentativa della società americana dell’epoca, qui l’esperienza delle protagoniste si riverbera direttamente su una scala molto più ampia. La loro scelta avrà infatti oggettive ripercussioni sul lavoro di altre lavoratrici, del presente e del futuro. Perché quei sette minuti di lavoro in più, moltiplicati per tutte le operaie e le impiegate, e moltiplicati per ogni giorno di lavoro, equivalgono a una mole produttiva che permetterebbe ai dirigenti di non dover assumere altre lavoratrici. Accettare quella condizione significa dunque lasciare a casa altre donne. Inoltre perdere terreno sul piano dei diritti metterebbe in posizione di svantaggio le generazioni successive, che partirebbero già da quell’ingiusto status quo per poi sentirsi richiedere magari altri sacrifici ancora. Al piano sociale si sovrappone allora per le protagoniste quello esistenziale. Perché la decisione a cui sono chiamate è anche una presa di coscienza di una realtà più ampia di quella che vivono ogni giorno. Si tratta di un percorso di apertura verso il prossimo.
Anche nell’alter ego del personaggio che era stato interpretato da Henry Fonda, ovvero quello che intende far cambiare opinione agli altri, c’è uno sviluppo importante. Qui Ottavia Piccolo è la portavoce del consiglio di fabbrica, ed è dunque chiamata in causa in prima persona. I dubbi delle sue colleghe sulle trattative che avrebbe potuto tentare o che forse non ha fatto con la dovuta convinzione, questa atmosfera di diffidenza reciproca, sono già il sintomo di un ambiente lavorativo che ha iniziato a degradarsi da tempo. Il suo è dunque un personaggio di maggior spessore, perché porta già su di sé anni di battaglie spesso perse.
Il riferimento alle generazioni future, fra l’altro, giustifica dal punto di vista simbolico anche la sequenza del parto che coinvolge il personaggio di Cristiana Capotondi proprio in quelle ore decisive. Un tocco melodrammatico di cui qualcuno si è lamentato, soprattutto rapportando il film all’asciuttezza di omologhi del cinema d’autore europeo, ovvero di autori come Loach e Dardenne. Ma i toni un po’ gridati e le tinte sanguigne, fra l’altro tipici delle regie di Michele Placido, creano qui un significativo contrasto con i numeri e i calcoli in cui sono impegnate le protagoniste, come a dire che è assurdo pensare di poter contenere la vita all’interno di certi schemi cartesiani. Su un piano più emozionale, legittimo per un cinema che vuole evidentemente essere anche popolare, il regista se ne serve poi per marcare una netta distanza dalla freddezza della nuova dirigente francese. Laddove proprio in Francia — come ci informa un’epigrafe finale — è accaduto l’episodio reale che ha ispirato l’opera teatrale di partenza.
In ogni caso, meglio indulgere nel melodramma che nel politicamente corretto. Un rischio che era dietro l’angolo e che la sceneggiatura — firmata dal regista e dallo stesso Massini — ha invece il coraggio di evitare. In nome della credibilità sociologica, non si fanno dunque sconti alle protagoniste immigrate, descritte nettamente come le meno coraggiose. Un difetto che viene comunque adeguatamente spiegato e che ha solo la conseguenza di rendere questi personaggi in maggiore difficoltà ancora più veri.
Al di là dei significati, comunque, il film è soprattutto una performance tecnica e interpretativa. Decisiva dunque per la sua riuscita è la bellissima prova di tutto il cast, che oltre a Piccolo e Capotondi comprende Ambra Angiolini, Violante Placido, Clémence Poésy, Blakissa Maiga, Sabine Timoteo, Maria Nazionale, Erika D’Ambrosio. Sorprende particolarmente la prova davvero disinvolta di Fiorella Mannoia, che d’altronde vanta sporadici trascorsi sul set.

Placido, che interpreta il proprietario dell’azienda prima della vendita, poteva magari ritagliarsi un personaggio più incisivo, ma dirige con ottimo ritmo non facendo mai avvertire l’origine teatrale della storia. E firma uno dei suoi film migliori. Sicuramente il più lineare e coeso.

di Emilio Ranzato

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22 febbraio 2018

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