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Sette giorni per ricominciare

· Israeliani e palestinesi cercano nuove strade del dialogo ·

Mentre l'inviato speciale statunitense, George Mitchell, vola in Medio Oriente per cercare di evitare la prematura fine di un dialogo iniziato da poco più di due settimane, israeliani e palestinesi cercano una nuova base di confronto. I leader di entrambe le parti hanno concordato di darsi altri sette giorni per salvare la pace. Da Parigi, dov'è in visita, Abu Mazen ha chiesto a Israele di rispettare la moratoria sugli insediamenti «fino a quando vi saranno negoziati». Intanto, tre palestinesi sono morti in un raid di Tsahal nel centro di Gaza.

Il lavoro della diplomazia non si ferma. Nella notte tra lunedì e martedì c'è stato un nuovo colloquio tra il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Il dipartimento di Stato non ha fornito dettagli sul contenuto della conversazione, limitandosi a riferire che quest'ultima è stata «molto significativa, molto diretta». Ma l'Amministrazione a stelle e strisce non si sta muovendo solo sul dossier israelo-palestinese. Secondo il portavoce del dipartimento di Stato, Philip Crowley, «la Siria è molto interessata» a colloqui di pace con Israele. E il ministro degli Esteri siriano, Walid Al Muallem, che ha avuto colloqui con Hillary Clinton, «si è impegnato a sviluppare alcune proposte».

Abu Mazen attende di consultarsi con la Lega Araba il prossimo 4 ottobre. A causa del Sukkot, la festa dei Tabernacoli in corso in Israele, nell'immediato non dovrebbe esserci — dicono gli analisti — una ripresa nella costruzione degli insediamenti. Sul terreno, però, il clima resta particolarmente teso: secondo i media israeliani, i coloni hanno ricominciato a costruire ad Ariel, dove le case previste sono circa cinquanta, destinate in particolare alle famiglie che erano state fatte sgomberare dall'insediamento di Netzarim a Gaza nel 2005. Netanyahu non ha annunciato una proroga della moratoria — dicono i commentatori — per evitare una crisi di Governo. «Abbiamo il diritto di stare qui», ha dichiarato ieri Itzik Vazana, rappresentante dei coloni. Restano scettici gli estremisti di Hamas, al comando nella Striscia di Gaza, così come molti esponenti dell'Esecutivo dell'Autorità palestinese e dell'Olp (organizzazione per la liberazione della Palestina), che spingono per abbandonare le trattative senza una proroga della moratoria da parte di Netanyahu.

Appelli affinché Israele decida per un completo congelamento degli insediamenti sono giunti ieri da Francia e Russia. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, in un colloquio con Netanyahu ha ribadito l'importanza «di creare un meccanismo di accompagnamento dei negoziati diretti tra le parti», riporta una nota dell'Eliseo. Nelle trattative gli Stati Uniti non bastano più — ha aggiunto — ora serve anche un maggior coinvolgimento dell'Europa. Non è mancata, poi, una parola sugli insediamenti: «Siamo dispiaciuti che gli appelli unanimi per prolungare la moratoria israeliana sulla colonizzazione non siano stati ascoltati, lo deploro». Il capo dell'Eliseo ha quindi ricordato «la sua proposta di organizzare a Parigi una riunione preparatoria del summit dell’Unione per il Mediterraneo», in programma a novembre a Barcellona. Un appello per il congelamento completo degli insediamenti è arrivato anche da Mosca. Il capo della diplomazia russa, Serghiei Lavrov, in un recente colloquio a New York con Abu Mazen ha affermato che è inammissibile decidere unilateralmente lo status degli insediamenti e ha aggiunto che la Russia è pronta a sostenere la pace organizzando a Mosca una conferenza internazionale.

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23 ottobre 2019

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