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Sete di niente

· La terza e la quarta meditazione durante il ritiro spirituale di Ariccia ·

C’è un libro della Bibbia che «ci fa sorridere, e sorridere salutarmente di noi stessi, invece di far drammi per tutto e per niente»; un libro attraverso il quale si impara che «la sapienza sta dalla parte degli annunciatori di speranza e non degli apocalittici predicatori di tragedie». È quello di Giona, figura scelta da don José Tolentino de Mendonça per spiegare — la mattina di martedì 20 febbraio, nella quarta meditazione degli esercizi spirituali tenuti ad Ariccia per Papa Francesco e la Curia romana — una particolare situazione in cui può trovarsi l’uomo: l’accidia.

Lorena Fortier «Cortocircuito»

Per restare nel tema generale degli esercizi («Elogio della sete»), si tratta di quella situazione in cui si viene assaliti da una paralizzante «sete di niente». Se infatti, ha spiegato il predicatore, la sete intesa nel senso più ampio ed esistenziale «ci insegna l’arte di cercare, di imparare, di collaborare, la passione di servire», allora «quando rinunciamo alla sete, cominciamo a morire».

È un pericolo questo, ha avvisato, che si può non solo vivere «a livello individuale», ma si può sperimentare anche «nelle istituzioni e pratiche comunitarie. La Chiesa stessa può lasciarsi trascinare da questa deriva del desiderio di niente». Tra l’altro, ha aggiunto, è un «cortocircuito» che «colpisce molti sacerdoti» nella loro missione pastorale, davanti alle difficoltà, agli insuccessi, a volte anche davanti alle mille cose da fare vissute solo dal punto di vista organizzativo. In questa impasse «è fondamentale non dimenticare che il cuore umano è fragile e vulnerabile. Quando ci sentiamo amati come una persona unica, sostenuti da una rete di affetto e di accompagnamento, quando sentiamo di fare un lavoro che ci interessa, coinvolge e appassiona, allora abbiamo la certezza di esistere. Ma quando ci sentiamo abbandonati, incompresi e con il cuore ferito da dolori che non siamo in grado di curare, abbiamo l’impressione di non contare niente per nessuno. Rimane solo un vuoto». Si tratta di un «buco esistenziale» che a volte viene riempito «di angoscia o con falsi palliativi come la mondanità, l’alcol, i social network, il consumismo o l’iperattività». In alcuni, ha spiegato don Tolentino de Mendonça, emergono fragilità determinate da «lutti, fallimenti, incidenti», in altri si manifestano «le ferite dell’abbandono o degli abusi di quando erano bambini», altri ancora «vivono nella povertà economica, in bidonville o nel quarto mondo».

Occorre capire che non si deve rispondere per forza a canoni prestabiliti: «Ciascuno porta con sé la propria bellezza e sofferenza» e «la bellezza umana è, in fondo, accettarsi come siamo». È solo allora «che ci scopriamo amati da Dio e preziosi ai suoi occhi». Serve quindi una vera e propria «terapia del desiderio». Come quella somministrata dal Signore a Giona che era proprio «un essere senza desiderio», con la mentalità di un «funzionario», un «uomo capriccioso che non sopporta di essere contrariato» e che era «preda di indolenza spirituale». Anche con una buona dose di humour, il testo biblico mostra come il Signore superi la “sordità” di Giona, che è poi la sordità di ogni uomo quando è «riluttante al contenuto della volontà di Dio». Il Signore lo riconduce a «una relazione esistenziale nuova, infondendo vitalità e fiducia».

All’accidia, allora, e alla «tristezza» che la contraddistingue (come quella del giovane ricco dell’episodio evangelico), si contrappone la «terapia del desiderio». Desiderio che «è desiderio di vita», non «il possesso, ma l’aspettativa». E se, come diceva Weil, «quando abbiamo una grande sete, non riusciamo a stare un minuto di più senza bere» e si arriva a gridare forte per ottenere l’acqua, il desiderio scuote dall’apatia, invita alla lotta. E «il nostro cuore matura in quella capacità di arrivare al punto di soffrire per ciò e per coloro che si amano». È questo «il cammino della sequela, nello stile di Gesù».

In questo senso Simone Weil citava il passo dell’Apocalisse in cui la sposa dice: «Vieni!». Un’invocazione che rivela «la necessità profonda, necessità intima, dolorosa, che la Chiesa prova in rapporto alla venuta dello Spirito». “Vieni!”, ha concluso don Tolentino de Mendonça, è la parola in cui «c’è la traccia di tutto ciò di cui abbiamo bisogno, la ragione del nostro grido, la ragione della nostra speranza e, molte volte, la ragione della nostra disperanza, del nostro fallimento, della nostra stanchezza, e la necessità di superare tutto questo in Dio».

La «terapia del desiderio», la capacità dell’uomo di gridare al Signore “Vieni!” per colmare la sete, può giungere se si diventa consapevoli di un ulteriore problema: può succedere, infatti, «di essere completamente assetati e di non accorgercene». Ed è, questo, l’aspetto affrontato dal predicatore portoghese nella terza meditazione pronunciata nel pomeriggio di lunedì 19. Una meditazione che è stata, essenzialmente, un forte richiamo a stare con i piedi per terra, a non crogiolarsi in tante pseudo-certezze intellettuali, a rendersi conto «dell’esistenza reale e non della fiction di noi stessi a cui troppe volte ci adattiamo». Bisogna essere consapevoli, ha spiegato don Tolentino de Mendonça, che «entrare in contatto con la propria sete non è un’operazione facile, ma se non lo facciamo la vita spirituale perde aderenza alla nostra realtà». Si diventa come un terreno talmente arido da rendersi impermeabile perché «la pioggia ha difficoltà a penetrare fino negli strati interni».

La prima cosa, quindi, è non avere «paura di riconoscere la nostra sete e la nostra secchezza», comprendendo in quale grado di aridità interiore siamo. Innanzitutto occorre non «intellettualizzare troppo la fede». Succede infatti che si è «maggiormente preoccupati della credibilità razionale dell’esperienza di fede che della sua credibilità esistenziale, antropologica e affettiva»: succede insomma che «ci occupiamo più della ragione che del sentimento».

Ma come «verificare lo stato della nostra sete»? La letteratura può aiutare perché, ha spiegato il predicatore, essa ha delle caratteristiche assolutamente funzionali a questo obbiettivo: essa propone infatti una «metafora integrale della vita» e soprattutto sa toccare l’esistenza concreta. Può essere quindi un valido supporto per la vita spirituale che «non è prefabbricata», ma è «coinvolta nella radicale singolarità di ogni soggetto». Così, proprio da un brano autobiografico della scrittrice brasiliana Clarice Lispector, in cui l’artista spiega come si «accorse di essere assetata», don Tolentino de Mendonça ha preso spunto per invitare tutti a un ascolto «profondo della propria vita». Può accadere infatti che, «immersi nella nostra routine quotidiana, «abbiamo la più grande difficoltà perfino ad ammettere di essere assetati». Si deve invece, con pazienza, «interpretare il desiderio che è in noi» e non confonderlo con i «bisogni», con le «necessità che si soddisfano con il possesso di un oggetto». Il desiderio «è una ferita sempre aperta», un’aspirazione che ci trascende, è «desiderio di infinito». Il desiderio non è sete di possesso, ma aspirazione a «essere amato, guardato, curato, desiderato e riconosciuto».

Si è quindi chiesto il predicatore: in società come quelle in cui viviamo, «organizzate attorno al consumo», i battezzati, sono «una comunità di desideranti? I cristiani possiedono sogni?». Bisogna vincere le «tentazioni dell’autosufficienza e dell’autoreferenzialità», e «abbracciare le proprie vulnerabilità» fino ad aprirsi al desiderio. «Forse noi cristiani — ha concluso — e in particolare noi pastori, dobbiamo valorizzare la spiritualità della sete, più che non le strutture. Abbiamo forse bisogno di ritrovare il desiderio, la sua itineranza e apertura, più che non le codificazioni in cui tutto è già previsto, stabilito, garantito». Senza dimenticare che «il credente è un mendicante di misericordia. Se ci sentiamo in questa condizione, non preoccupiamoci: è questo il nostro posto».

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