Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Servo di tutti

· Il sacerdote e il ministero della diaconia ·

Ghislaine Howard «Lavanda dei piedi» (2004)

Il sostituto della Segreteria di Stato si è recato il 19 aprile al Pontificio seminario regionale sardo di Cagliari per presiedere la giornata degli ex allievi, alla quale hanno partecipato quasi tutti i presuli dell’isola. Con loro, al termine della mattinata di lavori, l’arcivescovo ha concelebrato la messa, pronunciando l’omelia della quale pubblichiamo ampi stralci.

Certamente all’origine della chiamata di Filippo, Stefano e degli altri “ellenisti”, c’è la necessità del ministero del servizio delle mense, della diaconia. Non si tratta di un termine puramente funzionale, bensì di un titolo che Gesù ha riservato a se stesso, usando proprio il verbo diakonèin: è venuto per servire (diakonèsai) e non per essere servito (cfr. Matteo 20, 20.28; Marco 10, 45). Anche dai suoi discepoli esige lo stesso servizio, lo stesso “diaconato”: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo (diákonos) di tutti» (Matteo 9, 35).

Noi sacerdoti rimaniamo diaconi. Quando pensiamo all’istituzione del sacerdozio subito ci tornano in cuore le parole rivolte da Gesù agli apostoli nella frazione del pane e nel dono del calice: «Fate questo in memoria di me». Il ministero dell’eucaristia identifica immediatamente il sacramento dell’ordine. Come ricorda il concilio, è il presbitero, in quanto investito del sacerdozio ministeriale, che «compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo» (Lumen gentium 10). Il sacerdote, in virtù del sacramento dell’ordine, agisce proprio “in persona di Cristo capo”.

A volte questa parola, capo, può giocare però un brutto scherzo, può essere intesa nel senso troppo umano della parola, proprio in quel significato che Gesù ha esplicitamente escluso. Nell’ultima cena quando, assieme al sacramento dell’eucaristia istituì quello dell’ordine, tra i discepoli si levò la disputa su chi fosse il più grande, e ancora una volta Gesù dovette ricordare che nella sua comunità non dev’essere come nel mondo, dove si ambiscono i primi posti: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve», ho diakonòn (Luca 22, 25-27). Ancora una volta Gesù si definisce “diacono”.

Sempre quella sera, mentre chiedeva di fare l’eucaristia in sua memoria, Gesù chiedeva anche di perpetuare la sua memoria con la lavanda dei piedi. Il suo gesto non è soltanto un esempio, è anche un comando: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come ho fatto io» (Giovanni 13, 14-15). In queste parole è indicata la modalità dell’esercizio del sacerdozio, considerato come un servizio. «Questo ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio», ricorda la costituzione dogmatica Lumen gentium (n. 21).

La lavanda dei piedi il giovedì santo è un rito liturgico che conserva un forte valore di segno e che forse meglio di tutti esprime la nostra vocazione. Papa Francesco gli ha ridato inaspettato vigore andando nelle carceri, luoghi “periferici”, lontano dalle basiliche, inginocchiandosi davanti a uomini e donne, cristiani e non, per incarnare davvero l’ideale di una Chiesa al servizio. La prima volta — era il 28 marzo 2013 — all’istituto penale per minori di Casal del Marmo a Roma, parlò con una semplicità disarmante: «Questo è commovente. Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli. (...) Lavare i piedi è: “io sono al tuo servizio”. (...) Aiutarci l’un l’altro: questo Gesù ci insegna e questo è quello che io faccio, e lo faccio di cuore, perché è mio dovere. Come prete e come vescovo devo essere al vostro servizio. Ma è un dovere che mi viene dal cuore: lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato. (...) questo segno è una carezza di Gesù, che fa Gesù, perché Gesù è venuto proprio per questo: per servire, per aiutarci». Il Papa riporta il segno della lavanda al grande realismo del servizio, che è come una carezza di Gesù. Che bello sarebbe se ogni nostro gesto di servizio potesse trasmettere una carezza di Gesù alle persone!

Come Filippo esercita la sua diaconia? Non soltanto nella distribuzione del cibo, ma soprattutto nell’ufficio della parola, dell’evangelizzazione e del sacramento. Innanzitutto egli, come gli altri, è scelto con un criterio singolare: deve essere “pieno di spirito”. Ciò vale per Stefano, «uomo pieno di fede e di Spirito Santo» (Atti degli apostoli 6, 5) e anche per Filippo, che è afferrato dallo Spirito. Lo Spirito Santo gli parla, lo guida, lo porta sulla strada che da Gerusalemme scende a Gaza, poi ad Azoto e a Cesarea; insomma “non lo lascia in pace”, lo mette sempre in nuove situazioni, lo rende suo strumento. E Filippo acconsente, perché è uomo dello Spirito, a sua completa disposizione, pronto a lasciarsi condurre dove mai avrebbe pensato di andare, per far cose che mai avrebbe pensato di fare.

Nella recente esortazione apostolica Gaudete et exsultate il Papa ci ha parlato con forza di questa disponibilità all’azione dello Spirito: «Abbiamo bisogno della spinta dello Spirito per non essere paralizzati dalla paura e dal calcolo, per non abituarci a camminare soltanto entro confini sicuri» (133). «Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. Dio non ha paura! Non ha paura! Va sempre al di là dei nostri schemi e non teme le periferie. Egli stesso si è fatto periferia (cfr Filippesi 2, 6-8; Giovanni 1, 14). Per questo, se oseremo andare nelle periferie, là lo troveremo: Lui sarà già lì» (135), come, aggiungo io, era già sulla strada da Gerusalemme a Gaza, era già nel cuore del funzionario di Candace. «L’abitudine — continua Francesco — ci seduce e ci dice che non ha senso cercare di cambiare le cose, che non possiamo far nulla di fronte a questa situazione, che è sempre stato così e che tuttavia siamo andati avanti. (...) Lasciamo che il Signore venga a risvegliarci!, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia!» (137). «Chiediamo al Signore la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti» (139).

Non è questo il presbitero? L’uomo che si consegna allo Spirito perché ne faccia lo strumento della sua parola. L’uomo della parresìa, del coraggio evangelico, che non si lascia intimidire né dai propri limiti, né dalla società ostile, né dall’indifferenza generalizzata che sembra oggi intorpidirci. L’uomo che fiducioso si lascia avvolgere dall’amore del Signore, con la certezza che nulla «potrà mai separarci dall’amore di Dio» (Romani 8, 39). L’uomo che, sospinto da questo amore (cfr. 2 Corinzi 5, 14), ripete con Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Corinzi 9, 16).

di Angelo Becciu

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE