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Serve una nuova
arca di Noè

· Per rispondere alla crisi ambientale ·

Un aspetto non secondario approfondito da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ è rappresentato dalla tutela della biodiversità, di cui il Pontefice parla al numero 33. La problematica è stata affrontata nella conferenza sul tema Science and Actions for Species Protection. Noah’s Arks for the 21st Century, promossa e ospitata dalla Pontificia accademia delle scienze il 13 e 14 maggio. Presso la Casina Pio IV, nei Giardini Vaticani, si sono confrontati direttori di giardini zoologici e botanici e di musei di storia naturale, per fare il punto sulla conservazione delle specie minacciate dalla distruzione dell’ambiente naturale e dai cambiamenti climatici.

Antonio Possenti, «Arca di Noè» (1984)

Da soli gli zoo e le altre strutture probabilmente non sono sufficienti ad arginare l’emergenza, tuttavia — sostengono nel loro complesso i relatori — la comunità scientifica operativa nel settore della divulgazione naturalistica è in grado di mettere in moto delle alleanze significative in grado di fare la differenza in fatto di protezione della natura e preservazione della specie. Assieme ai membri della Pontificia accademia delle scienze, i partecipanti all’incontro si impegneranno dunque a porre le basi per una nuova “Arca di Noè”, sulla scorta di metodi e approcci scientifici all’avanguardia.

Introdotti dal vescovo Marcelo Sánchez Sorondo e da Joachim von Braun, rispettivamente cancelliere e presidente dell’Accademia, sono intervenuti tra gli altri: Johannes Vogel, direttore del museo di storia naturale di Berlino; Bruno David, presidente di quello di Parigi; Richard W. Lavriere, presidente del Field Museum di Chicago; Thomas Kauffels, direttore dell’Associazione europea degli zoo e degli acquari (Eaza); Mark Pilgrim, vicedirettore dell’Eaza e amministratore delegato del Chester Zoo. È prevista la pubblicazione degli atti della conferenza. «La Pontificia accademia delle scienze è stata in quei giorni un luogo di confronto tra scienziati di tutto il mondo, nello spirito di congiungere la comunità scientifica con la società sul tema del degrado del pianeta, il quale rischia di arrecare non soltanto la scomparsa di alcune specie vegetali o animali ma anche grave danno alle popolazioni umane», ha spiegato all’«Osservatore Romano» Gloria Svampa Garibaldi, curatore, responsabile dei settori conservazione della natura ed educazione del museo civico di zoologia di Roma e relatrice alla conferenza. «L’enciclica Laudato si’, ovviamente, ha dato una spinta notevole all’attenzione sulle tematiche ambientali. Siamo intervenuti perché si è pensato che i giardini zoologici, gli orti botanici e i musei di storia naturale potrebbero costituire una task force importante nell’educare le persone alla conservazione della natura».

C’è quindi sempre più convergenza tra la comunità scientifica e il magistero della Chiesa?

Purtroppo c’è una convergenza soprattutto nella preoccupazione. La Santa Sede raccoglie la testimonianza delle enormi difficoltà in cui versano le popolazioni che vivono in paesi in via di sviluppo o comunque versano in grossa difficoltà: si tratta di quelle popolazioni che soffrono di più per l’uso sconsiderato delle risorse da parte dei paesi più avanzati. L’attenzione, quindi, è nei confronti dell’uomo che, in una visione più ampia, assume la consapevolezza che tutto questo dipende dal degrado del pianeta. Insieme abbiamo cercato di dare una risposta.

Perché è così importante la tutela della biodiversità?

È come se la terra fosse un’astronave che viaggia nel nostro universo, dalla quale non possiamo scendere, sulla quale dobbiamo vivere e in cui ogni componente è fondamentale. Spesso dico agli studenti: «Immaginatevi un aeroplano da cui ogni tanto si staccano dei bulloncini o dei pezzetti. All’interno degli apparecchi di oggi possiamo stare abbastanza tranquilli ma in realtà questi pezzetti formano un insieme, vanno a formare una stabilità, ognuno ha il suo ruolo, ogni vite è al suo posto. Se noi togliamo le viti da dove sono collocate, non sappiamo quando il sistema entrerà in crisi totale».

Cosa può fare il cittadino comune per affrontare la crisi ecologica?

Un cittadino comune può fare tantissimo, perché in realtà qualsiasi materia è costituita da tante piccole parti. Il nostro organismo è costituito da tante cellule, il mare da gocce d’acqua ed è l’insieme di tutto questo che dà un effetto. Quindi, se ognuno di noi pensa che, spegnendo la luce, consumando meno acqua, facendo scelte di vita, può fare la differenza, nel loro complesso i sette miliardi di persone che abitano il pianeta, faranno la differenza, perché gli uomini sono una specie molto invasiva che può condizionare tutte le altre.

I giardini zoologici che contributo possono dare?

Mi accorgo che sono istituzioni ancora poco conosciute nell’ambiente accademico. Sono rimasta sorpresa dalla domanda di un accademico che mi chiedeva se gli animali ospitati negli zoo vengono ancora portati via dal loro habitat naturale. È rimasto molto stupito quando gli ho risposto che ormai il 100 per cento di tutti gli animali che oggi vivono nei giardini zoologici sono nati lì da generazioni. Il nostro è uno stock ex situ, che abbiamo costituito proprio per non prelevare gli animali dalla natura ma anche per poterli eventualmente rimpiazzare se fosse possibile. Di questo stock la scienza è consapevole ma forse comincia anche a diventare consapevole del fatto che la comunicazione non può essere trascurata dall’ambiente scientifico di alto livello. Se il risultato di questi incontri non viene poi trasmesso, condiviso, comunicato alla gente, gli effetti purtroppo saranno molto parziali.

Gli zoo sono importanti anche oggi che la gente viaggia di più e ha più possibilità di incontrare animali selvatici nel loro ambiente naturale?

È vero che si viaggia di più ma purtroppo ci sono sempre meno animali ed è sempre più difficile vederli, se non in quegli immensi giardini zoologici che sono questi parchi naturali recintati, dove i turisti possono andare con le jeep a vedere questi animali allo stato brado. Purtroppo, questo stato libero è sempre più un’utopia. Se tutti andassimo a vedere gli animali nel loro habitat, credo che faremmo un gran danno, perché andremmo ad avere un impatto su questi ambienti. Bisogna anche essere realistici: non tutti possono permettersi economicamente di andare in Kenya a vedere gli elefanti nel cratere dello Ngorongoro. Non è così e, in fondo, se l’uomo non è onnipresente, gli animali, in natura, stanno più tranquilli: vanno protetti e tutelati nella loro vita selvatica. Da noi, gli animali che, ormai da generazioni vivono con l’uomo, siano essi selvatici o domestici, possono essere utilissimi a trasmettere dei messaggi di sensibilizzazione verso la natura.

di Luca Marcolivio

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15 dicembre 2019

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