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Contro il rimpatrio forzato di rifugiati iracheni

· Intervento dei vescovi statunitensi ·

Washington, 23. Dimostrarsi coerenti con la grande vocazione degli Stati Uniti che hanno sempre saputo dare protezione a quanti fuggono dalla persecuzione religiosa: è quanto chiedono i vescovi statunitensi che in una lettera indirizzata al segretario per la Sicurezza interna, John Francis Kelly, intervengono formalmente sul paventato rimpatrio forzato in Iraq, soprattutto dal Michigan e dal Tennessee, di numerosi cattolici caldei che si sono macchiati di crimini più o meno gravi e per i quali hanno già scontato le pene loro inflitte. Una questione da diversi giorni già sul tappeto e che ha suscitato molto clamore nella comunità caldea in nord America ma anche nello stesso Iraq. 

Nella lettera si chiede di sospendere il provvedimento di espulsione almeno fino a quando la situazione politico-militare nel paese mediorientale non si sarà stabilizzata e il governo di Baghdad non sarà in grado di garantire il rispetto della libertà religiosa.

Il documento è firmato dal presidente dell’episcopato, il cardinale arcivescovo di Galveston-Houston, Daniel N. DiNardo, insieme ai presuli responsabili della Commissione episcopale per le migrazioni, Joe Steve Vásquez, e del Comitato giustizia e pace internazionale, Oscar Cantú. Nel testo si esprime appunto «grave preoccupazione» per la sorte di alcuni cristiani, soprattutto cattolici caldei, che in Michigan e in Tennessee sono stati indicati come destinatari di provvedimenti di deportazione. «La restituzione delle minoranze religiose all’Iraq, senza particolari piani di protezione, non sembra coerente — avvertono i vescovi — con le nostre preoccupazioni riguardo al genocidio e alla persecuzione dei cristiani in Iraq». In tale prospettiva, l’episcopato statunitense sollecita il segretario per la Sicurezza interna, Kelly, a «esercitare il potere discrezionale di cui avete diritto per rinviare la deportazione delle persone in Iraq, in particolare i cristiani e i cattolici caldei, che non costituiscono minacce alla sicurezza pubblica statunitense fino a quando la situazione in Iraq non si stabilizza e il suo governo si dimostrerà disposto e capace di proteggere i diritti delle minoranze religiose».

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