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Serietà machiavellica

· Idee religiose nel Cinquecento ·

Nel 1925 Federico Chabod pubblicò sulla «Nuova rivista storica» un lungo articolo intitolato Del «Principe» di Niccolò Machiavelli, in cui un breve ma significativo paragrafo era dedicato al rapporto tra il segretario fiorentino e la religione. Chabod sosteneva che per Machiavelli la religione costituiva il fondamento della nazione, insieme alle buone leggi e alla milizia, anche se nelle sue opere non emergeva mai il valore del sentimento religioso in sé, ma soltanto il suo carattere pratico-politico, cioè il suo essere un freno alla corruzione e un elemento fondamentale per lo svolgersi ordinato della vita civile.

 Santi di Tito«Niccolò Machiavelli» (XVI secolo)

Nel 1960 Delio Cantimori, ripercorrendo l’itinerario degli studi di Chabod sulla vita religiosa italiana del Cinquecento, rimproverava allo storico valdostano di essere ancora legato, in quel suo scritto su Machiavelli, a una concezione della religione tradizionale permeata da motivi romantici e irrazionali e perciò non distante da quella dei liberali dell’epoca, Croce compreso.

Dal canto suo, Cantimori era su posizioni opposte: nel 1953, recensendo il libro Italia religiosa di Raffaele Pettazzoni, ricordava che Machiavelli era l’esponente di una tradizione repubblicana e civica, che poteva definirsi «propriamente religiosa» e che, dopo essere attecchita in Olanda, Inghilterra e Francia, era giunta fino a Mazzini. Cantimori aveva pensato addirittura di dedicare a Machiavelli il primo capitolo di un’opera sulla vita religiosa italiana in età moderna, mai terminata a causa della sua morte prematura.

Il saggio su Machiavelli — apparso postumo nel 1966 nel quarto volume della Storia della letteratura italiana per Garzanti — è ora ripubblicato insieme ai due studi Vita e discussioni religiose e Francesco Guicciardini, anch’essi parte del progetto editoriale incompiuto di Cantimori (Machiavelli, Guicciardini, le idee religiose del Cinquecento, Pisa, Edizioni della Normale, 2013, pagine 256, euro 10).

Prendendo le distanze dalla visione di Chabod, Cantimori sosteneva che l’interesse e l’attenzione di Machiavelli per gli affari della Chiesa e della religione fossero seri e non potessero ridursi a mero strumento politico, cioè a «calcolo sul contributo che il cristianesimo cattolico avrebbe potuto dare alla formazione di popolazioni sostanzialmente morali, unite, disciplinate, sane ed energiche».

Attraverso una rilettura meticolosa dei suoi scritti Cantimori riteneva sì che il sarcasmo di Machiavelli contro il clero cattolico fosse l’espressione di una «sconsolante amarezza particolare fiorentina e se si vuole italiana» e al tempo il riflesso di un sentimento anticlericale europeo di marca umanistica, ma che tuttavia non potesse essere ridotto a nessuna di queste due posizioni. Si trattava, infatti, di un modo di sentire profondo, pervaso da un’ironia così «seria e attenta» da riuscire originale e da attrarre gli italiani fuggiti all’estero per motivi religiosi, alcuni dei quali avrebbero tradotto o fatto stampare il Principe.

Giovanni Cerro

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23 luglio 2019

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