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Separati in casa

· Il dibattito sui matronei nel mondo ebraico ·

Entrando in una sinagoga italiana — sia in una delle grandi sinagoghe dell’inizio del Novecento, sia in una di quelle che risalgono al Cinque-Seicento — possiamo notare che vi sono aree separate di preghiera per gli uomini e per le donne. Lo stesso nelle sinagoghe di Amsterdam, di Londra, di Parigi.

Nel mondo ebraico, almeno in quello ortodosso, uomini e donne pregano separatamente. Generalmente l’area riservata alle donne è collocata in alto, in uno o più matronei, ma in alcune sinagoghe — come nel tempio spagnolo sotto il Tempio Maggiore a Roma — può anche essere soltanto separata da una grata. Per trovare aree comuni di preghiera bisogna andare nelle sinagoghe riformate o conservative, dove la separazione è stata da molto tempo abolita e dove inoltre, a partire dagli ultimi decenni, le donne possono avere accesso al rabbinato.

A quando risale questa separazione ( mechitza ), su quali fondamenti testuali poggia? È un comandamento o un’usanza? E a quali motivazioni obbedisce? Le opinioni sono discordanti: in particolare a quanti sostengono la derivazione dal testo biblico della separazione e, quindi, la sua antichità, si oppongono gli studiosi legati al giudaismo riformato, che sostengono la natura recente di questa norma e il suo essere, fino al XIX secolo, non un obbligo religioso ma un’usanza ( minhag ).

Quanti sostengono la derivazione biblica si appoggiano da una parte su un versetto del Deuteronomio (23, 15 «Perché non veda nulla di indecente in te»), dall’altra sull’esistenza nel Secondo Tempio di un cortile delle donne. A queste interpretazioni si oppongono quanti sottolineano i riferimenti al culto comune di uomini e donne nel Secondo Tempio e alla loro comune partecipazione alla lettura della Torah in questo periodo. Nelle sinagoghe antiche, abbiamo testimonianze della partecipazione delle donne al rito pubblico senza nessuna menzione di separazioni. Le testimonianze archeologiche non sono a questo proposito decisive, perché alcune sinagoghe dei tempi talmudici hanno delle balconate, (ma non ne conosciamo la destinazione), altre ne sono prive.

La separazione delle donne dagli uomini nella sinagoga si generalizza però durante il Medioevo. Il Seder Elyahu Rabba , una raccolta midrashica babilonese della fine del x secolo, dice che «un uomo non dovrebbe pregare in mezzo alle donne perché potrebbe essere distratto dalla loro presenza». Frammenti della Genizah del Cairo, risalenti all’xi secolo, menzionano l’esistenza di una sezione dedicata alle donne nella sinagoga di al-Fustat (Cairo). È la prima volta che si fa esplicita e chiara menzione dell’esistenza di una mechitza . Secondo l’interpretazione di uno studioso israeliano, Zeev Safrai, si tratterebbe di una suggestione della cultura islamica circostante. Resta tuttavia il fatto che a partire da quel periodo e per tutto il medioevo, i riferimenti letterari alla mechitza e le strutture sinagogali rimaste dimostrano che la separazione delle donne dagli uomini in sinagoga era divenuta normale.

Resta il problema se si tratti di un obbligo o di un’usanza, un problema non indifferente nel contesto del confronto fra ebraismo ortodosso ed ebraismo riformato a proposito della possibilità o meno di abolire la barriera tra i due sessi. Un confronto aspro e molto acceso, dove gli ortodossi si pongono come i difensori della tradizione. L’obbligo appare in termini espliciti nell’ halacha (la interpretazione giuridica ebraica) solo nel XIX secolo, sostengono alcuni studiosi. L’uso, in particolare se consolidato, ha un valore pari a quello dell’obbligo e non può essere modificato, sostengono altri. Il dibattito resta aperto.

Ma quale il senso della mechitza ? Dai riferimenti testuali a cui i suoi sostenitori si appigliano e dal contesto storico in cui appare, essa non sembra dipendere da una separazione tra la sfera del sacro, maschile, e quella del profano, femminile. Il suo scopo sembra invece quello di impedire che pensieri impuri si mescolino alla preghiera, salvaguardare la decenza dei comportamenti.

In sostanza, è in gioco la modestia, tzniut , un concetto estremamente importante nel mondo ebraico ortodosso che tocca non soltanto la preghiera in sinagoga, ma anche il divieto per le donne di restare sole con uomini che non siano loro stretti parenti e il loro modo di vestire e di comportarsi in pubblico. Nonostante riguardi anch’essa il problema del genere nella ritualità, la separazione sembra così avere ben poco in comune con il rifiuto, nell’ebraismo ortodosso, dell’accesso delle donne al rabbinato o della loro partecipazione al minian , il numero di almeno dieci uomini necessario alla preghiera pubblica.

Quel che è certo è che la separazione ha ormai assunto un valore aggiunto, quello della frontiera fra l’ebraismo ortodosso e quello riformato, in tutte le sue forme, quello dello scontro tra i sostenitori della tradizione e quelli della modernità. Almeno per il momento, non sembra probabile un ripensamento da parte degli ortodossi, anche dei più moderati.

Chi non ama la mechitza ha la scelta fra smettere di pregare in sinagoga, o aderire a una sinagoga riformata.

Anna Foa

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15 dicembre 2019

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