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Senza una fisionomia precisa

· Chiuso il Festival del cinema di Roma ·

Malgrado una qualità complessiva discreta e ben al di sopra della scorsa edizione — la prima e un po’ improvvisata della direzione Müller — il Festival del cinema di Roma fatica ancora a trovare una sua fisionomia precisa. Nato nelle intenzioni come festival dal target popolare, ha nel corso degli anni perso e ritrovato continuamente questa caratteristica fino a giungere all’ibrido che è oggi. Difficile immaginare nello stesso concorso un film da pieno mainstream come l’americano Her, e film invece rarefatti, da cinema d’autore severo, che ci tengono a sottolineare la propria marginalità con lunghi silenzi meditabondi e regie catatoniche come il portoghese A vida invisivel.

Da quest’anno sono poi di molto aumentate le prime visioni mondiali. Un dato ovviamente di per sé positivo. Ma i film provenienti dagli altri festival non sono mancati, e il fatto di proporsi come una sorta di selezione di altre rassegne era comunque un modo, anche se non proprio nobilissimo, di ricavarsi una propria nicchia. Inoltre quest’anno quasi la metà dei film in concorso erano opere prime o seconde, esattamente come accade a Torino.

Ma è nell’assegnazione dei premi che sta la pecca più grande del festival di quest’anno. Due dei tre principali, quello al miglior film e alla migliore regia, sono andati a opere che era già sorprendente ritrovare in concorso. L’italiano Tir di Alberto Fasulo è un finto documentario con protagonista un attore che recita battute di una sceneggiatura, anche se attorno alla sua a dir poco scarna vicenda ci sono molti momenti di verità. Ma sono proprio questi ultimi a lasciare perplessi. Perché la cinepresa di Fasulo si limita a registrare, a descrivere, a essere lì insomma, senza mai nemmeno la pretesa di diventare espressiva. Si tratta dunque di realtà in presa diretta, non di realismo.

Ma a deludere ancora di più, è ciò che viene registrato dall’obiettivo, il contenuto del film insomma: scampoli della giornata di un camionista spesso banali che rimangono ben lontani dal poter fornire allo spettatore gli strumenti per una presa di coscienza sulle condizioni degradanti in cui si trovano effettivamente a lavorare spesso i guidatori di tir. Trenta secondi di una protesta e un trasporto di maiali che sporcano il mezzo sono il massimo che il film riesce a dirci su un lavoro difficile.

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13 novembre 2018

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