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Senza rumore

· È morto lo scrittore Manlio Cancogni ·

«Uno pensa alla morte e allora si sforza di dare un senso alla propria vita. Così nasce la riflessione: così si diventa umani». Solo ora che è scomparso, riecco tutte le qualità che la critica aveva variamente rilevato nella sua scrittura: largo respiro, esilio interiore, verità e partecipazione; interesse psicologico, eleganza e importanza della memoria; ritmo puro e semplice dell’esistere.

Manlio Cancogni se n’è andato alla bella età di 99 anni, lui che aveva vissuto più in America che da noi, ma che è venuto a spegnersi a Marina di Pietrasanta, nella sua Versilia, campo-base della sua vita, trampolino per i mille viaggi reali e gli infiniti altri della fantasia creativa. Molti dei quali pubblicati sul nostro giornale; la collaborazione con «L’Osservatore Romano» inizierà il 4 dicembre 1998 con un articolo dedicato all’impegno di Piero Malvolti per la difesa della natura e si concluderà l’11 settembre 2003 con «New York, città decapitata?».

Nato a Bologna nel 1916, subito spostato a balia in quel di Forte dei Marmi (la roccia carrarese è un po’ il modulo e l’emblema della sua formazione moralmente a piombo), sarà residente a Roma, militare sul Grappa e poi in Albania, partigiano a Firenze e, infine, di ritorno a Roma, attenderà che il binomio Versilia-America sigli la sua vita tra anni Sessanta-Settanta e da lì in poi sino a oggi.

I motivi cari alla sua penna, prima di avere una tematica residenza tra le pagine dei suoi oltre cinquanta libri, hanno una collocazione psicologica in una frase, da Il ritorno (1971): «In certi frangenti, quando l’avvenire è buio, e si sentono mille voci, è inutile chiedersi dove porta la strada che si percorre. C’è quella e basta. Basta, ogni giorno, arrivare a sera. È l’unico modo per andare lontano».

E lontano, Manlio Cancogni è andato davvero, perché non è semplicismo relativistico quello appena citato. È attesa di esperienze senza forzare il destino, poetica della realtà senza additivi storico-ideologici, fiducia in una sorta di platonismo delle idee che assistono il divenire della vita: quella familiare soprattutto, e quella degli attimi fuggenti della vicenda propria e collettiva. In altri termini, un non distrarsi — ma senza forzare alcunché — dall’avventura esistenziale, dentro la subliminarità del quotidiano, lasciando eventi e frangenti a dialettizzare fra loro secondo lo spirito del tempo, senza troppe invasioni nello spazio personale, familiare, psicologico e memoriale.

In Cancogni sono sempre coesistiti il narratore e il giornalista, lo scrittore letterario e il reporter di classe, inviato speciale tra due mondi. Passioni entrambe, ma che non hanno avuto in lui esatta data di nascita: se il giornalismo gli sembrò il modo più certo e retto d’entrare sulle cose ed esprimerle (tra ironia, satira, critica e polemica), la libera creatività gli si rivelò l’unico strumento espressivo per infilarsi nelle pieghe più nascoste e sottili dell’individuo-uomo (stati d’animo, angoscia, solitudine, vizi, virtù).

Mentre in L’amore lungo (1976) si celebra una tal quale metafisica dell’istinto di attrazione tra uomo e donna, in Il latte del poeta (1977) metafisico è il tempo dell’infanzia, in Perfidi inganni (1978) è lo sgretolarsi della morale in un frangente storico di malintesa libertà, in Nostra signora della speranza (1980) è invece un viaggio immaginario verso la vera libertà interiore e l’amore per il proprio destino a tessere la trama del libro.

Un libro all’anno, insomma, e si potrebbe continuare: con La gioventù (1981), Il principe di Gadames (1982), Le leonesse (1983), La coincidenza (1984), Quella strana felicità (1985), e così via.

Improvvisamente, però, dieci anni di silenzio, e gli ultimi libri sono Adua (1996), Lettera a Manhattan (1997), Matelda (1999), Il Mister (2000), sino alla suddetta ristampa di alcuni racconti tra anni Trenta e fine secolo (La sorpresa, appunto, del 2009).

Cos’era successo al prolifico, pervicace, randagio Manlio Cancogni? «Lungo tutte le esperienze della mia vita — sono parole sue in una mia intervista del 1999 — una cosa mi appare chiara oggi. Che mi ero allontanato da una visione cristiana del mondo, della storia, della mia esistenza stessa. Una visione che oggi, o a meglio dire da qualche tempo a oggi, si è ripresentata al mio io».

Conversione, si disse. E fu pure invitato a non “far rumore” su questa cosa. Cancogni, rumore in realtà non ne fece. Né nella stagione ultima delle ristampe (da La cugina di Londra a Perfidi inganni; da Parlami, dimmi qualcosa a Gli angeli neri) né nel suo ultimo e fragrante romanzo, Toro delle meraviglie.

Negli ultimi anni, una a dir poco fervida senectus tiene impegnato autore, editori e lettori. Con una battente raffica di riproposte: vedi i romanzi Parlami, dimmi qualcosa e Perfidi inganni; il sempreverde Azorin e Mirò; Gli angeli neri, storia degli anarchici da Pisacane al Sessantotto; Il genio e la spada, ora reintitolato Il viaggio di Guido Reni; Toro delle meraviglie, rievocazioni di sport, di “nazionale” e di nazione; e infine un libro creduto perso e ritrovato, La cugina di Londra.

Ma anche, inopinatamente, con due lavori nuovi di zecca: Così parlò Carpendras (raccolta di inediti giornalistici) e Tutto mi è piaciuto, tra narrativa e autobiografia. Un racconto che potrebbe dare titolo e senso alla sua intera e lunga vita.

di Claudio Toscani

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17 agosto 2019

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