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Senza paura del denaro

· L’attualissima lezione di santa Francesca Cabrini ·

Francesca Cabrini ha lasciato una impronta unica e di grande originalità, sia come religiosa che come donna, proprio nell’uso del denaro. A lei serviva denaro, molto denaro, per costruire ospedali, scuole, orfanotrofi per gli emigrati che vivevano in condizioni di grave indigenza nei Paesi dell’America settentrionale e meridionale e proprio per questo si è impegnata a ottenerlo in ogni modo. Mentre in Italia alle donne non era ancora riconosciuta l’autonomia amministrativa, lei e le sue suore amministravano senza paura somme ingenti e decidevano investimenti importanti, fidando nelle proprie capacità imprenditoriali. Il denaro per lei era un mezzo da usarsi bene, con la perizia necessaria, ai fini di realizzare la volontà di Dio nel mondo.

Come faceva madre Cabrini a finanziare le sue audaci imprese? Le vie da lei seguite per raggiungere le somme di volta in volta richieste erano numerose, adatte a ogni situazione, ma la base costante su cui faceva assegnamento per pagare i debiti e lanciarsi in nuove iniziative era il lavoro gratuito delle suore, un lavoro qualificato e continuo: «Lavorate, lavorate, figliuole mie, senza stancarvi, lavorate con generosità, lavorate con fermezza e integrità» scrive il 2 dicembre 1900 alle suore di Genova dalla nave, e in modo analogo si raccomanda in altre lettere. La modernità di Francesca Cabrini, però, non consisteva semplicemente in un adeguamento della vita religiosa ai nuovi tempi; il suo impegno nel lavoro, impegno che chiedeva a tutte le sue suore, non aveva niente a che vedere con la smania di lavoro che assorbe la vita di tanti uomini e donne moderne, ma è solo l’obbedienza al richiamo divino, desiderava fare quel che Dio voleva. In tutte le sue iniziative — mentre si preoccupa che sorgano opere belle ed efficienti, nonché economicamente fiorenti — l’obiettivo unico e principale è la diffusione del messaggio cristiano e non la riuscita economica di questa o quell’opera.

Rimane però il fatto che non aveva paura di affrontare gli aspetti pratici di ogni progetto, del quale, fin dal primo momento, sapeva valutare il costo e il possibile ricavo. Il capitale iniziale per ogni fondazione veniva dalle donazioni che Francesca Cabrini riusciva a ottenere dalle autorità ecclesiastiche, cioè da Propaganda Fide o dalla Santa Sede, da benefattori privati ma anche da prestiti, possibilmente a tasso d’interesse nullo o molto basso, che poi restituiva.

Ottenere aiuto dai benefattori non era facile, richiedeva un lavoro attento da parte delle suore, che dovevano saper chiedere al momento giusto, attirare le donazioni mostrando il buon frutto che ne sapevano trarre. Lei stessa è un esempio in questo senso: «Ho lavorato un mese intorno al Sig. Capitano Pizzati — scrive da New Orleans il 27 giugno 1904 — e finalmente venne alla decisione di darmi 50 mila dollari in dieci anni, ma desiderava veder fatta subito la Casa. Io gli dissi che non potevo anticipare denaro, ma che sarebbe stato meglio che lui pensasse a fabbricarci la Casa, allora contento disse: Ebbene, voi preparatemi il terreno e io fabbricherò la Casa, e già ha comandato all’architetto un disegno di settantacinque mila dollari e si farà subito».

I soldi potevano venire anche da speculazioni fortunate, come quando a Chicago — portata a passeggiare fuori città per alleviare le sue difficoltà di respirazione — vide subito con il suo occhio attento che quelli erano terreni destinati a salire di prezzo con l’espansione urbana e ordinò di acquistarli immediatamente, finché il prezzo era basso. Un analogo progetto concepì per Panama, dove scrive il 5 maggio 1892: «Io vorrei che prendeste da 400 a 600 manzane di terreno, metà nel Rio S. Juan che vi sono posizioni incantevoli e una terra che rende molto, e metà a Bluefields, ma sempre sulle rive, s’intende. Ora spenderete meno di un soles alla manzana, ma fatto il canale verrà un prezzo enorme».

Il sostegno di Dio, che sente sempre accanto a sé, la rende capace d’investire senza paura in progetti costosi e complessi, spesso senza avere al momento la copertura finanziaria, ma fidando solo nell’aiuto divino. A Buenos Aires, come era solita fare nelle sue iniziative, per fondare la scuola assume impegni finanziari molto superiori alle sue possibilità del momento: «Ma io mi sentiva nell’intimo una segreta persuasione, che non sapeva d’onde mai venisse, e così decisi di prenderla ad ogni costo. Quel coraggio però nell’assumere quell’impegno, piuttosto forte, finì col lasciare in tutti una buona impressione, e cominciarono le prime famiglie a venire ad iscrivere le loro bambine, e continuarono poi in maniera che, alla mia partenza, già la casa era piena, e già abbiamo i piani per prenderne un’altra più capace» (agosto 1896).

Il metodo più utilizzato per accumulare le somme necessarie alle nuove opere era senza dubbio il risparmio, praticato continuamente dalle suore che vivevano in grande povertà secondo le costanti esortazioni della fondatrice, come dimostra il codicillo che questa nel 1905 aveva aggiunto al suo testamento: «Non si maltratti la povertà allargando ora da una parte per convenienza, ora dall’altra per riguardo, ma si pensi che tutto il di più che si usa e tutto ciò che si sciupa per incuria è rubato all’Istituto, e a far peccato mortale basta quanto può bastare a un esterno che ruba. In tutte le officine ed esercizi particolari si può rubare, attente dunque, o figliole, e siate delicate assai col voto di povertà come bramate di esserlo in quello di castità».

Per risparmiare era abituata anche ad aguzzare l’ingegno, come a Los Angeles, dove mancavano i soldi per l’ampliamento, ormai improrogabile, della casa. Mentre la direzione dei lavori della nuova ala veniva affidata a una suora, divenuta provetta capomastro, il materiale di costruzione venne ricavato dalla demolizione di un parco di divertimenti, che Francesca Cabrini aveva comprato a poco prezzo. L’opera di demolizione realizzata sotto la sua direzione fu affidata anche alle bambine dell’orfanotrofio, felici di raccogliere in tanti secchielli chiodi, serrature e cerniere, e riuscì così bene che il legname e i mattoni avanzati furono spediti a Denver, dove le suore stavano costruendo un altro fabbricato.

Ingegnarsi, in certi casi, può anche voler dire sfruttare una miniera, come quando suggerisce alle suore del Brasile di imitare l’esempio delle suore di Seattle: «Sapete che qui ci hanno regalato una mina e già le Suore stanno a farla lavorare? Bisognerà che ne troviate anche voi in Minas e farla lavorare che così avrete l’oro per fabbricare tutte le Case, come ne avete bisogno. M. Mercedes forse saprà trovarla» (10 ottobre 1909).

Questa continua lotta per rendere concreti e funzionanti tutti i progetti, per pagare i debiti, avviare nuovi finanziamenti e non farsi ingannare, se pure sfibrante, non dispiaceva a madre Cabrini: «Devo lavorare come una giovanotta, devo sostenere forti ragioni contro forti uomini ingannatori e si deve fare; e voi state attente, lavorate pur molto e non dite che è troppo se no non sarete mai la donna benedetta dallo Spirito Santo» (Chicago 1904).

Nel denaro Francesca Cabrini vedeva una forma di energia che si poteva usare positivamente, un dono di Dio del quale non si doveva avere paura se la propria vita era orientata a onorare il suo cuore.

 Lucetta Scaraffia

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11 novembre 2019

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