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Senza passato, senza futuro senza presente

· Sugli effetti delle scoperte della fisica moderna ·

Dopo il successo del suo libro Sette brevi lezioni di fisica, tradotto in ben quaranta lingue dalla sua uscita nel 2014, il professor Carlo Rovelli torna nella Piccola Biblioteca della Adelphi con L’ordine del tempo (Milano, 2017, pagine 207, euro 14), un affascinante saggio sugli effetti delle scoperte della fisica moderna su una delle questioni filosofiche più intriganti, quella della natura del tempo che, non a caso, fu ritenuta da sant’Agostino insormontabile: «Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so» (Confessioni xi, 14). Tentare di spiegare cosa sia il tempo, infatti, implica chiarire il rapporto fra il passato — ossia, ciò che è stato e non è più — e il futuro, ossia, ciò che sarà ma non è ancora, proprio nel momento della loro effimera intersezione, il presente, ossia, ciò che, nel momento in cui incomincia a esistere, sta già cessando di essere. 

Salvator Dalí «La persistenza della memoria» (1934)

Per riuscirci, Platone, nel terzo capitolo del Timeo, congetturò che per assicurare il divenire dell’universo da lui generato, il demiurgo creò una «immagine mobile dell’eternità», facendo così del tempo il garante della perfezione sempiterna all’interno del cosmo mutevole e incompiuto. Aristotele, nel quarto capitolo della Fisica, scegliendo invece di vedere nel tempo una realtà materiale connessa a quella spazio nel contesto del movimento, arrivò a concepirlo come la misura del cambiamento delle cose. Dalla definizione stabilita dallo Stagirita scaturì una caratteristica della filosofia naturale riscontrabile nei fondatori del calcolo infinitesimale e della meccanica classica: sir Isaac Newton — che tutelò la visione ontologica del tempo, considerandolo un assoluto dallo scorrere preciso e perfetto — e Gottfried von Leibniz, che, invece, lo ritenne un mero meccanismo epistemologico indispensabile per fornire una collocazione coerente alle esperienze sensibili.
L’originalità dell’opera del membro della Académie internationale de philosphie des sciences, tuttavia, non deriva dalla maestria disarmante con la quale esplora questi dibattiti redendoli accessibili e accattivanti ma, innanzitutto, da un tour de force en trois temps — è il caso di dirlo — che, partendo dal rigore delle osservazioni sperimentali e passando per la descrizione delle poche certezze scientifiche rimaste sul tempo, giunge a riproporne l’essenzialità in chiave esistenzialista e lirica.
Nella prima parte del suo libro, infatti, Rovelli sostiene che la fisica moderna abbia «smontato, pezzo per pezzo» il concetto del tempo. È risaputo che nella sua teoria della relatività ristretta (o relatività speciale), Albert Einstein, partendo dai lavori di Henri Poincaré e di Hendrik Lorentz, ha postulato la dilatazione del tempo. Ne è prova la soluzione al gedanken experiment dei “due gemelli” che prevede che se uno di loro fosse inviato per vari anni su una navicella spaziale viaggiante a velocità prossime a quella della luce, facendo ritorno sulla Terra troverebbe il suo fratello molto più invecchiato di lui. Tale esperimento concettuale suggerisce che poiché il tempo — come d’altronde lo spazio — può estendersi o comprimersi, non si possa propriamente parlare di durate assolute ma solo di intervalli relativi. E tuttavia, l’unicità è stata solo una delle presunte qualità del tempo vittime della fisica moderna.
Il francese Sadi Carnot (1796-1832) e il prussiano Rudolf Clausius (1822-1888), con i loro studi sulla termodinamica, ne hanno messo in questione la direzione, demolendo così la certezza del flusso del tempo da un passato a un futuro. Lo scozzese James Maxwell (1831-1879), elaborando le equazioni fondamentali dell’elettromagnetismo, ha gettato le basi per sfatare il concetto di presente inteso come uno stato precario in attesa di una evoluzione imminente. Ulteriori complessità, poi, sono sorte dai tentavi della misurazione del tempo, poiché quest’ultima, essendo collegata all’osservazione del cambiamento, non può liberarsi dal principio d’indeterminazione enunciato dal bavarese Werner Heisenberg (1901-1976).
L’inconsapevolmente familiare nozione del tempo — da tutti ritenuta consolidata forse anche a causa del linguaggio che impone la declinazione delle azioni descritte nei verbi in termini della terna passato-presente-futuro — senza la quale risulterebbe problematico stabilire un nesso che colleghi gli avvenimenti fra loro, è quindi riesaminata nella seconda parte del saggio. Il docente dell’Université Aix-Marseilles s’ispira a un frammento attribuito (De physica, 24,13) dal filosofo bizantino Simplicio di Cilicia (490-560) al presocratico Anassimandro di Mileto (610-546 prima dell’era cristiana): «Da dove infatti gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la dissoluzione (…) secondo l’ordine del tempo» dove però, il tempo non è aprioristicamente presunto né nella forma lineare – propugnata da uno dei contemporanei di Simplicio, Giovanni Filopono (490-570), che forse contribuì più di chiunque all’affermarsi dello scorrere unidirezionale del tempo nel pensiero cristiano — né in forma ciclica, visione dominante nel pensiero classico grazie agli stoici e mai completamente abbandonata in occidente da filosofi del calibro di Giovanni Battista Vico nella teoria dei “corsi e ricorsi storici” e di Friedrich Nietzsche in quella dell’“eterno ritorno dell’uguale”, né tanto meno in forma spirale, appannaggio dei pensatori attratti dalla dialettica hegeliana della tesi-antitesi-sintesi quali Karl Marx e Friedrich Engels, secondo i quali la storia avanzava per mezzo di ripetizioni di situazioni conflittuali periodiche.

È infatti, un nuovo “ordine del tempo” quello che Rovelli sviluppa nell’ultima e sicuramente la più personale parte del libro, che si presenta come una rivisitazione filosofico-poetica delle strutture della mente umana che concepiscono il tempo. Spaziando con estro e maestria da concetti come il Dasein di Martin Heiddeger — che in Sein und Zeit riteneva il tempo «possibile orizzonte di ogni comprensione dell’essere» — fino all’elasticité temporelle di Marcel Proust, che in À la recherche du temps perdu indicava che «le passioni che proviamo dilatano [il tempo], quelle che ispirano lo restringono e l’abitudine lo colma», l’autore riesce a fare emergere le inquietudini esistenziali connesse con il tempo, sintetizzandole nel struggente canto «di pura bellezza, di pura disperazione e di pura felicità» del violino del Benedictus nella Missa solemnis che Ludwig van Beethoven dedicò all’arciduca Rodolfo d’Austria con le parole Von Herzen - Möge es wieder - Zu Herzen gehn! («Dal cuore possa andare ai cuori»).

di Carlo Maria Polvani

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08 dicembre 2019

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