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Senza odio né rancore

· ​Scomparso il premio Nobel e testimone della Shoah Imre Kertész ·

Lo scrittore ungherese Imre Kertész

Scompare un altro tassello prezioso del nostro passato con la morte a 86 anni dello scrittore Imre Kertész, ebreo ungherese sopravvissuto ad Auschwitz, perseguitato dal regime comunista, assurto alla notorietà solo dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo, premiato con il Nobel nel 2002. Kertész fu deportato a quattordici anni, sopravvisse dicendo di averne sedici, nel 1944 fu mandato da Auschwitz a Buchenwald e fu liberato a guerra finita, nel maggio 1945. Tornato a Budapest iniziò una carriera di giornalista, ma fu licenziato perché osteggiato dal regime comunista. Divenne allora scrittore, fra mille difficoltà. Il suo libro più famoso, Essere senza destino, ispirato alla deportazione ad Auschwitz e scritto tra il 1960 e il 1973, fu sabotato dal regime e pubblicato nel 1975 senza successo. Solo dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo raggiunse il successo, i suoi libri furono conosciuti e tradotti. Essere senza destino è un romanzo, sia pur ispirato alla sua esperienza ad Auschwitz. È il primo volume di una trilogia, Fiasco (1988) e Kaddish per un bambino non nato (1990). Accanto a questi libri, altri libri, romanzi e saggi, ciascuno ricco e prezioso, libri di quelli di cui non ci si disfa mai, anche quando si riduce all’osso la propria biblioteca. Lo scrive Anna Foa aggiungendo che ogni parola da lui scritta era importante, toccava corde di noi significative, apriva orizzonti vasti. La retorica era qualcosa a lui sconosciuto, sembrava scrivesse con il sorriso. Anche trattando del male, soprattutto trattando del male.

Una delle raccolte dei suoi scritti si intitola Il secolo infelice. È un’altra etichetta per il Novecento, accanto a molte altre, tutte più drammatiche e altisonanti. Questa invece è sottotono, discreta: è l’infelicità che caratterizza il dopo Auschwitz, scrive, ma non si sa se questa infelicità sia arrivata a noi dopo Auschwitz o se sia essa che ci ha portati ad Auschwitz. Quel secolo infelice Kertész, come altri prima di lui, come Margarete Buber Neumann, come Vassilij Grossmann, lo aveva conosciuto dalle due parti, lo aveva sentito pesare sulla sua vita sia nella prima parte, più drammatica e mortale, sotto il nazismo che nella seconda parte sotto il comunismo in Ungheria, anche se la sua persecuzione era stata meno dura, non il gulag sovietico o la prigione ma la morte dell’anima, del pensiero critico, il sonno del conformismo e della mancanza di libertà. 

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