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Senza la memoria
non siamo nessuno

· ​Lo spettacolo di Moni Ovadia «Prima gli ultimi. Ebrei e Rom» ·

Quando il suono della fisarmonica di Albert Florian Mihai comincia a propagarsi nella sala del teatro, gli spettatori non sanno più come seguire la velocità della performance, se con la vista o con l’udito. Le note volteggiano alte nel cielo. Albert, Rom, membro stabile di quell’orchestra meticcia che accompagna Moni Ovadia da anni, sa cosa vuol dire essere virtuosi. E lo spiega così, semplicemente suonando.

Lo scrittore e musicista Moni Ovadia

Prima gli ultimi. Ebrei e Rom, lo spettacolo-conversazione che Moni Ovadia ha rappresentato lo scorso 15 maggio al Teatro Torlonia di Roma, fa parte del ciclo di concerti e spettacoli del Circolo Gianni Bosio Nostra patria è il mondo intero, in collaborazione con il Teatro di Roma. Durerà fino a fine giugno, con la partecipazione fra gli altri di Giovanna Marini, Ascanio Celestini, Sara Modigliani, Alessio Lega. Lo spettacolo rappresenta l’appassionato contributo dell’artista “itinerante” alla battaglia contro ogni razzismo. Un buon motivo per raccontare gli ebrei e i rom, tra musica, riflessioni, storie, spunti umoristici. «Per duemila anni ebrei e rom sono stati popoli senza terra, hanno mostrato al mondo che si può essere popolo senza bisogno di confini, burocrazia, eserciti, barriere e proprio per questa loro proposta straordinaria — spiega Moni Ovadia — sono stati destinati allo sterminio». Oggi il linguaggio di odio verso l’altro rientra nella logica di guerra tra poveri: il penultimo che dà la colpa per il proprio malessere all’ultimo della scala sociale.
Sono anni che Moni Ovadia racconta questo rancore verso l’”altro”, il diverso da noi. Ieri ebrei, oggi rom o sinti. E lo fa attraverso l’aiuto della musica. La sua Stage Orchestra, un suono che fonde musica balcanica klezmer e gipsy, accoglie musicisti straordinari. Come, a volte, il violinista Ion Stănescu, che sembra uscito fuori da un film di Emir Kusturica. È davvero straniante il suono del suo violino. L’unica spiegazione a tale virtuosismo incredibile risiede nel fatto che solo i popoli esiliati e perseguitati, chi ha percepito il dolore sulla propria pelle, possono avere una forza misteriosa e naturale che permette loro di essere una cosa sola con lo strumento.
Ebrei e rom, in ciò, sono maestri. Abituati a scappare, lottare, difendersi. Lui, Stănescu, madre rom e padre ebreo, lo trovi primo violino nelle grandi orchestre sinfoniche della musica ungherese e rumena, e nello stesso tempo, con il cappello in mano, a suonare musica nelle strade e nelle metropolitane delle nostre città. Solo per il piacere della musica.
Così come Marian Serban, al cymbalon. O il bravissimo Albert Florian Mihai, che suona la fisarmonica a una velocità strabiliante, con variazioni jazzistiche e uso dei tempi dispari che non hanno eguali. Musica, quella rom, che nonostante abbia influenzato il suono dell’Europa dell’est e la grande musica russa, spesso non ha diritto di insegnamento nei Conservatori. Anche la chitarra flamenca subisce da sempre lo stesso trattamento.
La musica, qui, è davvero l’arte nobile che restituisce al mondo l’amore per la verità storica. Senza confini di etnia, di religione. Senza che il colore della pelle susciti divisioni. Ecco perché questo racconto in musica e parole di Moni Ovadia, con la sua orchestra itinerante fatta di rom, ebrei e italiani in bilico tra Antico Testamento e Mediterraneo, è un avamposto della buona battaglia che andrebbe ascoltato, perfino danzato, e preso a piccoli sorsi quotidiani per resistere al razzismo di oggi e all’individualismo dilagante.
Rom ed ebrei, i due popoli fratelli, a lungo hanno marciato fianco a fianco nella sorte, ma dopo la persecuzione nazista, le strade si sono divise. Gli ebrei hanno cambiato in meglio la loro storia, il popolo rom invece molto spesso continua a subire il calvario del pregiudizio, dell’emarginazione. Assistere a un concerto di musica klezmer o rom è come proiettarsi all’improvviso dentro Auschwitz o sentirsi nomadi erranti dentro un vagone merci alla ricerca della patria perduta, e nello stesso tempo sorridere e danzare per un amore consacrato nelle mani di Dio.
È il gusto della memoria che dà sapore alle nostre esistenze e rende dialogico ogni incontro con l’Altro. Senza la memoria non siamo nessuno. Ebrei e rom ce lo insegnano.
Gli ultimi, e i penultimi, affamati di giustizia, oggi bussano alle nostre porte desiderosi di terre “altre”. Li unisce però un Padre. Perché ogni popolo emigrante ha i contorni di una terra contesa e di un credo che recita “Padre” a ogni lingua e indicazione geografica.
Mi è capitato di ascoltarlo, di notte, come un’eco (stra)niante, il Pater. Recitato a occhi chiusi da Moni Ovadia dopo un concerto a Solomeo, borgo umbro di utopia incarnata e vissuta — anche don Andrea Gallo, una volta, convinse (l’ebreo) Moni Ovadia a recitare il Pater con lui in una messa domenicale nella parrocchia di San Benedetto al Porto a Genova — davanti ai suoi musicisti che bevevano in allegria.
In ebraico, l’antica lingua. Perché davvero il Pater è di tutti. Una follia lessicale che sprigiona profumo di Dio. E insieme benedizione.

di Gianni Di Santo

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23 ottobre 2019

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