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​Senza far male al lettore

· Un premio per ricordare la «rocciosa coerenza» di Alessandro Bozzo ·

«Raccontala secca, fai parlare la gente, frasi corte e pochi aggettivi». Alessandro Bozzo l’avrebbe scritta come un pezzo di giudiziaria la sua vita. «Senza fronzoli, senza far male al lettore». E ci avrebbe pure inserito i sacrifici, le minacce, l’eterna commistione tra ‘ndrangheta e politica e lo sconforto di chi scrive notizie, spara titoloni in prima pagina e denuncia gli scandali senza che nulla cambi. Per questa «rocciosa coerenza» e per non essersi piegato ai lati oscuri della sua terra, il cronista calabrese morto suicida sei anni fa, è stato insignito (tra i vincitori anche Lucia Goracci e Paolo Borrometi) del premio internazionale di giornalismo intitolato alla storica penna del «Giornale di Sicilia» e vittima di mafia, Mario Francese, e al figlio Giuseppe, che della ricerca degli assassini del padre fece una ragione di vita.

Alessandro Bozzo

Ad Alessandro spetta, in particolare, il Premio Giuseppe Francese alla memoria, istituito in questa occasione per la prima volta. «Ha raccontato per anni, con coraggio e passione, la sua terra — recita parte della motivazione — È stato isolato, nella sua città e nel suo giornale, messo ai margini e maltrattato con conseguenze devastanti per la sua vita personale e familiare. Il prezzo che ha pagato è stato altissimo, finché le corde dell’ostinazione e della speranza si sono spezzate. La sua morte denuncia l’abbandono in cui versa il mestiere in alcune zone d’Italia, la precarizzazione disperante, il cinismo di certa editoria, il disprezzo per la dignità professionale e umana».

Il sacro fuoco di Bozzo, giornalista di razza per «Calabria Ora», insieme alla fame di verità e al suo incessante desiderio di giustizia, è stato, inoltre, messo nero su bianco da Lucio Luca nel recente romanzo, introdotto da Roberto Saviano, L’altro giorno ho fatto quarant’anni (Milano, Laurana, 2018, pagine 198, euro 16). Un volume che si legge tutto d’un fiato, un racconto viscerale su un ragazzo che «sceglie di fare il giornalista con lo stesso slancio di un missionario, di un suonatore d’organo, di uno studente di sanscrito» e, nondimeno, su un territorio dove si può morire di romanticismo. Ed essere schiacciati da salari inesistenti e aritmie di malavita. Perché «se qui uno fa il proprio dovere lo assegnano ad altro incarico e se si ribella gli incendiano pure la macchina». Sui fatti narrati sono ancora aperti inchieste e processi. Alcuni di questi riguardano le responsabilità dell’editore per cui Alessandro ha lavorato, già condannato in primo grado per il reato di violenza privata.

Sullo sfondo della vicenda ci sono, poi, i dietro le quinte, atti intimidatori, i colleghi, le vite vissute in redazione, le colline di Donnici, nel cosentino, con i suoi odori, «il sapore di pane di casa impregnato di olio e peperoncino, il pesto con il basilico coltivato nel giardino, la voglia di cambiare la città anche con un pezzo di carta e una penna». C’è un giovane prete, don Tommaso, che parla di legalità dal pulpito della sua Chiesa, «che attacca senza peli sulla lingua chi garantisce che la strada sarà riparata e poi intasca i soldi per ristrutturare la villa privata». E, ancora, don Giacomo che da Brescia si trasferisce in Calabria per fondare una comunità di recupero in aperto contrasto alle cosche criminali.

È una storia d’amore per il giornalismo e per i valori etici che lo caratterizzano, di libertà di stampa e di isolamento, quella di Alessandro. Una storia che può diventare rumorosa anche senza aggettivi.

di Enrica Riera

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16 luglio 2019

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