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Sentieri nuovi

· Nell’isola giapponese di Iki dove nel XVII secolo vennero torturati centinaia di cristiani ·

Negli anni Settanta un gruppo di attivisti americani, intenzionati a ottenere giustizia, giunsero sull’isola di Iki, a un’ora di aliscafo da Fukuoka, per sabotare le reti di quelli che senza mezzi termini definivano dolphin killers. Gli isolani di Iki erano infatti tristemente famosi per la caccia ai delfini, i pescatori, dal canto loro, accusavano i docili mammiferi marini di essere troppo voraci di pesci. Alcuni attivisti, spintisi troppo al largo di notte per rintracciare le reti, persero l’orientamento e, per ritornare a riva, dovettero chiedere aiuto proprio a quei pescatori. «Dal 1982 vige il divieto alla pesca dei delfini — mi racconta un pescatore che incontro nel porto dell’isola — dunque oggi usiamo altri metodi per scacciarli. Non serve più ucciderli come si faceva una volta, ora li allontaniamo facendo rumore con un bastone che sbattiamo sul bordo dello scafo».

una veduta complessiva della chiesa cattolica di Iki

In quest’oasi di tranquillità senza traffico né industrie vivono poche migliaia di persone, e si fa fatica a immaginare che una volta questa era la destinazione ultima per quei giapponesi che seguivano la fede cristiana. Durante le persecuzioni, all’inizio del XVII secolo, a centinaia vennero spediti qui per essere incarcerati e torturati, a maggior ragione dopo la famosa rivolta di Shimabara che vide soccombere i daimyo cristiani.

Le torture avvenivano sul luogo dove ora sorge la biblioteca pubblica della cittadina di Goinoura. Chiedo alla bibliotecaria se può mostrarmi il luogo esatto delle uccisioni. Ha una cinquantina d’anni, si chiama Ichiyama e mi conduce dietro il palazzo di tre piani che è costruito alla base di una collina rocciosa e molto ripida. E proprio qui, sul retro buio e umido del palazzo, popolato da colonie di zanzare, Ichiyama mi indica su, in alto, nel mezzo di una fitta vegetazione oltre la quale lo sguardo non può andare. «È lì che vennero uccisi i cristiani». Il tempo di fare una foto e subito ci allontaniamo da questo posto un po’ spettrale.

Ichiyama racconta che tempo fa alcuni pescatori costruirono un hokura, un tempietto shinto in miniatura dedicato a un kami, una divinità, in ricordo di un loro collega morto in alto mare. È raggiungibile solo con la barca e la cosa interessante è che la statua è stata dedicata al «Signore della croce». Proprio così lo chiamano. L’origine del nome deriva da alcune stringhette rosse che vengono legate con un nodo a formare una croce e poi lasciate ai piedi del tempietto dai pescatori che fino a qualche anno fa andavano lì per ingraziarsi i favori del kami e ottenere in cambio una buona pesca.

da Fukuoka

Cristian Martini Grimaldi

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24 novembre 2017

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