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Seneca bifronte

· I​n una nuova biografia di Emily Wilson ·

«Il saggio annovera se stesso fra i beni conquistati per grazia altrui e vive come ceduto in prestito a se stesso e pronto a restituirsi senza rammarico al creditore che ne facesse richiesta». Basterebbe sostituire saggio con cristiano e creditore con Creatore per configurare il versetto di un vangelo apocrifo o di una pseudo-lettera apostolica: tale è l’afflato sapienziale che aleggia su questa sententia. 

Seneca, scultura anonima del xvii secolo (Museo del Prado, Madrid)

Si tratta, in realtà, di un passo del “dialogo” De tranquillitate animi, imperniato sul conflitto tra vita contemplativa e impegno civile, che il filosofo, scrittore poliedrico e uomo politico di origine iberica Lucio Anneo Seneca compose nel momento in cui il dispotismo folle e sanguinario del suo ex-discepolo, Nerone, lo indusse a ritirarsi a vita appartata abbandonando lo strategico quanto spinoso ruolo di primo consigliere dell’imperatore. Dopo aver infatti temperato con la sua guida l’assolutismo imperiale, orientandolo verso una conciliazione con l’autorità del senato, si era visto costretto a destreggiarsi suo malgrado in un contesto di crescenti intrighi, congiure di palazzo, delitti. 

Di perle oracolari, estratte dalle ostriche di uno stoicismo e di una disciplina etica mai così affini alla morale e alla spiritualità cristiane, è costellata gran parte della rigogliosa, sfaccettata produzione senecana. Si considerino per esempio i seguenti brani prelevati da quell’autentico capolavoro che è la raccolta delle 124 Lettere a Lucilio e qui citati secondo la traduzione di Giuseppe Monti (Bur Rizzoli, 1994): «Raccogliti in te stesso, per quanto puoi» (Recede in te ipse quantum potes, speculare all’agostiniano In te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas); «Pensate che non c’è niente di mirabile, eccetto l’anima»; «“A qual fine ti fai un amico?” Per avere una persona per cui io possa morire, che io possa seguire nell’esilio e salvare dalla morte, a prezzo di qualunque sacrificio»; «L’amore, per sua natura, trascurando tutti gli altri interessi, accende nei cuori una brama di bellezza»; «Sappi che sarai libero da ogni passione quando giungerai al punto di pregare dio solo per chiedere ciò che puoi chiedere pubblicamente»; «Vivi con gli uomini come se dio ti vedesse; parla con dio come se gli uomini ti udissero»; «La filosofia c’insegnerà a seguire la volontà di dio e a sopportare i capricci del caso».
Com’è immediato constatare, tutte le citazioni di questa micro-antologia traggono la loro fascinazione para-evangelica da uno stile incisivo e aforistico che si mette al servizio di una sapienza intrinsecamente religiosa. Più in generale, il pensiero di Seneca abbraccia numerosi temi, princìpi, valori che presentano chiare consonanze con il Verbo di Cristo: l’intuizione di una divina provvidenza che regge le sorti del mondo; la prassi del quotidiano esame di coscienza; il senso di una fratellanza universale che, in controtendenza rispetto alla rigida struttura della società romana, include gli umili, gli infelici e persino gli schiavi, trattati con solidale umanità, oltre a nutrire un ecologico rispetto della natura; la salvaguardia della libertà interiore contro l’aggressione della realtà esterna; l’elogio della mitezza e della clemenza; il precetto della sobrietà in antitesi al lusso, all’opulenza, alla dissolutezza dei ceti facoltosi; l’apologia del matrimonio (testimoniata da un tenero rapporto con la moglie Paolina); il concetto della gioia raggiungibile solo con l’esercizio strenuo e coerente della virtù, supremo ideale della Stoà.
A partire da queste premesse, non è difficile comprendere come sia zampillata la “leggenda” di uno scambio epistolare tra Seneca e san Paolo, in effetti presente a Roma dal 61 fino al martirio: un carteggio articolato in un corpus di quattordici lettere, otto attribuite al filosofo e sei all’apostolo, che tuttavia sono il prodotto apocrifo di un anonimo falsario del III o IV secolo. Su questa corrispondenza fittizia, come pure sulla successiva, oscillante parabola della fortuna di Seneca attraverso i secoli (il Seneca noster di san Girolamo, riecheggiato dal «Seneca morale» di Dante, contrasta con la disistima di sant’Agostino), si sofferma in un panoramico Epilogo Emily Wilson, autrice di Seneca. Biografia del grande filosofo della classicità (Milano, Mondadori, 2016, pagine 318, euro 28).
Docente presso il dipartimento di studi classici della Pennsylvania University, la studiosa s’innesta sul tronco della fiorente tradizione storiografica di matrice anglosassone. Tiene comunque presente il modello del Seneca di Pierre Grimal (1978). Ma si discosta dalla rigorosa scientificità dello storico e latinista francese per adottare — pur senza sconti qualitativi — un approccio più divulgativo, in bilico fra il registro saggistico e quello narrativo: un duplice taglio assecondato dalla scorrevole traduzione di Carla Lazzari. All’asse cronologico-biografico, tracciato come mainstream e ritmato sui flussi e riflussi della carriera pubblica, Wilson intreccia, sulla base delle sicure o presumibili date di composizione, i fili della sintesi contenutistica e dello scandaglio critico relativi alle opere maturate in sincronia con le tappe del percorso esistenziale. Attinge con discernimento alle antiche fonti storiche: il tendenzioso Dione Cassio, Svetonio e soprattutto il Tacito degli Annales, per lo più attendibile. Dagli scritti di Seneca riesce a enucleare qualche significativo cenno autobiografico. E mette a profitto i più recenti sviluppi della ricerca accademica, peraltro quasi esclusivamente di area britannico-statunitense, con qualche svantaggio per il lettore italiano in sede di bibliografia.

di Marco Beck

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23 agosto 2019

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