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Sempre all’ultimo posto

· Il beato Michał Giedrojć vissuto nel «Felix saeculum Cracoviae» ·

Non aveva qualità fisiche, era claudicante, tanto da dover usare un bastone, e con una statura inferiore alla norma. All’apparenza niente attirava in lui, ma quello che gli mancava all’esterno, lo arricchiva all’interno. Possedeva un tesoro di grazia e un’intensa vita spirituale che lo portarono a raggiungere le vette dell’unione con Dio. Si chiamava Michał Giedrojć. Il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, sabato 8 giugno, celebra una messa di ringraziamento a Cracovia in Polonia, per l’avvenuta beatificazione “equipollente”. Infatti, Papa Francesco il 7 novembre 2018 ha autorizzato la Congregazione a promulgare il decreto sulle virtù eroiche e sulla conferma del culto da tempo immemorabile (beatificazione “equipollente”) del servo di Dio.

Era nato intorno al 1420 a Giedrojcie, non lontano da Vilnius, in Lituania, in una famiglia appartenente alla nobiltà locale. Ricevuta una solida formazione religiosa e culturale, nutrì una grande devozione a Cristo Crocifisso. Purtroppo, da piccolo venne colpito da frequenti malattie che gli impedirono di raggiungere una statura normale e che gli causarono i disturbi a una gamba. Ciò gli impedì sia di avere successi mondani, sia di intraprendere qualsiasi professione. Nacque da qui la sua scelta di vivere appartato, in solitudine e in preghiera. Il grave limite fisico, invece di scoraggiarlo, lo unì intensamente alla Passione del Signore e costituì per lui la strada che lo condusse alla vita religiosa. Nemmeno la decisione di entrare in convento fu per lui facile, perché date le menomazioni fisiche non poteva aspirare a incarichi di governo. Si volle accontentare di essere accettato come semplice frate. Fu così che solo all’età di circa quaranta anni poté entrare nell’ordine dei Canonici regolari della penitenza dei beati martiri a Bystrzyca, vicino al suo paese nativo. Per completare l’anno di noviziato e la sua formazione culturale venne inviato a Cracovia nel convento di San Marco. Nel 1461 si iscrisse nell’Accademia cittadina e, nel 1465, conseguì il baccellierato in arti liberali. In quel periodo ebbe modo di conoscere e frequentare alcuni uomini di Dio, tra i quali san Casimiro, san Giovanni Canzio (o di Kęty), san Simone di Lipnica, San Stanislao Casimiritano, il beato Ladislao di Gielniów e altri servi di Dio, tra i quali Isaia Boner e Świętosław il silenzioso. Quel periodo passò alla storia come felix saeculum Cracoviae. Anche grazie a questo ambiente permeato di santità, maturò in Michał il fermo desiderio di incamminarsi sulla via della perfezione evangelica.

Dopo aver emesso la professione religiosa, svolse l’incarico di sacrestano, edificando sia i confratelli che i fedeli. L’accettazione della sua disabilità si trasformò in una vita di intensa preghiera e penitenza. Venne sistemato in una piccola cella, accanto all’ingresso della chiesa del convento, dove trascorreva lungo tempo in preghiera davanti a un grande Crocifisso, sia di giorno che di notte. Questa lontananza dalle altre celle dei confratelli non lo isolò, ma lo fece diventare un padre per tutti quanti ricorrevano a lui.

Molti fedeli, infatti, convinti della sua santità, si rivolgevano a lui nelle loro necessità fisiche e spirituali, chiedendo preghiere, consigli e conforto. Egli divenne loro padre e fratello, compiendo guarigioni e prodigi. Si narra che durante i frequenti incendi che scoppiavano in città, la gente ricorreva a lui che con una preghiera e un semplice segno di croce li spegneva. La sua carità lo spingeva a diffondere il Regno di Dio tra i fratelli e a condividere con i poveri ciò che riceveva in elemosina. Il nascondimento e l’umiltà lo rendevano felice, nella consapevolezza di essere amato da Dio.

Carità verso Dio e il prossimo, amore al Crocifisso e a Maria, contemplata ai piedi della croce, furono le colonne della sua vita interiore, alimentata da ore di adorazione e da penitenze. Il rigore della sua vita ascetica e austera esaurì anticipatamente il suo fisico, tanto che lentamente la sua salute peggiorò. Colpito da una febbre violenta, il 4 maggio 1485 morì in ginocchio, dopo aver ricevuto l’Eucaristia.

Il giorno dopo la sua morte i confratelli lo seppellirono nella chiesa di San Marco in un loculo vicino all’altare maggiore dalla parte del Vangelo, dove non venivano sepolti nemmeno i sacerdoti. D’altronde, la fama di santità era iniziata quando era ancora in vita. La sua tomba è stata sempre meta di pellegrinaggi di fedeli che chiedevano la sua intercessione e lo invocavano come beato. Nel 1521, venne effettuata una prima ricognizione e il suo corpo fu ritrovato incorrotto, ciò aumentò la certezza dei fedeli che fosse santo.

Nel 1615 venne scritta la sua prima biografia a cura di Giovanni Arundinensis, rendendo ancora più popolare la sua fama. In seguito a ulteriori ricognizioni i suoi resti mortali furono collocati in uno scrigno ligneo all’interno di un nuovo sarcofago. Il 4 giugno 1624, su richiesta dei canonici di San Marco, venne compiuta l’elevatio delle reliquie approvata dal vescovo di Cracovia. Da quel momento venne considerato beato. Sul sepolcro venne collocato un quadro che lo raffigurava con l’aureola circondato di scene della vita e di miracoli attribuiti alla sua intercessione. Nel XVII secolo presso la sua tomba fu costruito un altare vero e proprio a lui dedicato. Il culto è continuato per secoli con pellegrinaggi alla tomba, offerte di ex voto, accensione di lumi, esposizione nelle chiese di immagini che lo raffiguravano con l’aureola. Anche in Lituania si diffuse il suo culto, in modo particolare nel luogo di nascita. Nel V centenario della morte, nel 1985, Giovanni Paolo II auspicò «l’atto di adempimento della beatificazione».

di Nicola Gori

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26 agosto 2019

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