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i consigli di Dante

· Giorgio La Pira giornalista ·

Il prossimo 12 marzo, presso l’Archivio storico del Comune del capoluogo toscano, sarà presentata alla stampa la mostra Firenze anni Cinquanta. La Pira e il «Giornale del mattino» di Bernabei. Interverranno, tra gli altri, il curatore dell’allestimento, Pier Luigi Ballini, e il presidente della Fondazione La Pira, Mario Primicerio.

La Pira con l’allora cardinale Montini, arcivescovo di Milano al convegno degli scrittori cattolici  promosso dalla rivista «Ragguaglio» svoltosi a Varese nel 1956

È il 6 gennaio 1939, otto mesi prima dell’invasione della Polonia da parte della Germania nazista e dello scoppio della seconda guerra mondiale, quando «L’Osservatore Romano» pubblica a pagina quattro un articolo dal titolo Contrasti. L’articolo è a firma di Giorgio La Pira (9 gennaio 1904 – 5 novembre 1977) e ruota attorno a un’ampia riflessione sui Re magi. Tra le righe è un richiamo alla pace e al rifiuto di qualsiasi forma di conflitto armato che colpirebbe prima tutto l’intera famiglia umana. Il professore fa trapelare tutta la sua trepidazione per il mondo che corre verso l’orrore della guerra. Il 1939 nell’idea lapiriana è l’annus orribilis del vecchio continente, il preludio al baratro, il tempo in cui la diplomazia, la responsabilità politica e perfino il buon senso cedono il terreno ai cannoni e alle bombe che squarceranno i cieli dell’Europa. La Pira è nato e cresciuto a Pozzallo, in Sicilia, città terrazza sul Mar Mediterraneo, una terra di pescatori, di partenze e di approdi, di accoglienza, ma anche di storici conflitti tra cristiani e musulmani, così come eccidi di ebrei negli anni del dominio spagnolo.

Ed è anche per questo, così come emerge da tutta la sua produzione pubblicistica nell’anno della non belligeranza italiana, che il futuro padre costituente esorta ai valori ispiratori che stanno a fondamento dei diritti umani e delle moderne democrazie. La Pira, nell’articolo che non a caso viene pubblicato nel giorno dell’epifania, in quarta pagina, parte proprio dall’esempio dei Re magi che si mettono in cammino da ogni angolo del mondo per raggiungere la mangiatoia di Betlemme e omaggiare Colui che viene in pace per la salvezza degli uomini. Il dialogo e la pace sono il fil rouge dell’articolo e delle altre pubblicazioni del 1939.

In essi emerge tutta la preoccupazione per il tragico epilogo europeo ancora lacerato dalle ferite della grande guerra del 1914-1918, dall’epidemia della “spagnola” e della crisi economica del 1929. La Pira firma sull’Osservatore assieme all’inglese Christopher Hollis, ai francesi Henry Ghéon e Joseph Malègue, a Fausto Montanari, Carlo Pastorino e Cesare Angelini. Al centro uno scritto di Paul Claudel tratto dal Chant de L’Epiphane per gentile concessione dell’autore. Il “sindaco santo” a partire da quel gennaio aumenterà la sua attività giornalistica non solo attraverso le colonne del giornale quotidiano politico-religioso della Santa Sede, ma anche su altre riviste e in particolare attraverso la direzione di «Princìpi».

Il suo è un impegno sociale e culturale estremo volto a frenare e contrastare le tendenze belliciste e razziali del tempo. Già qualche anno prima aveva scritto due brevi saggi su «Il Frontespizio», una rivista di sicuro non antifascista, dove La Pira affrontava i problemi della legittimazione dello stato e i complessi sviluppi argomentativi sulla base del pensiero neo-tomista.

I toni dei suoi articoli su questa rivista erano tanto polemici da indurre il direttore del «Frontespizio» ad aggiungere alcune note, quasi per discostarsi dalle idee lapiriane. Un mettere le mani avanti con precisazioni e integrazioni a margine onde evitare ritorsioni da parte del regime fascista. Sia gli articoli pubblicati su «L’Osservatore Romano» che quelli sul «Frontespizio» mettono in chiaro la posizione di La Pira: il rifiuto di qualsiasi forma di oppressione alle libertà.

La Pira era rimasto profondamente colpito dal delitto Matteotti, nel 1924, anno peraltro della sua personale Pasqua di conversione. Egli è fermamente convinto, così come in effetti accadrà dopo il 10 giugno 1940 con l’ingresso dell’Italia in guerra, che la strada dell’alleanza con il Terzo Reich sarebbe stata rovinosa e avrebbe lacerato la società civile italiana e in particolare gli strati sociali più deboli e indifesi. Un grido, quello di La Pira, che diventa sempre più forte nel momento in cui assume, sempre a gennaio del 1939, la direzione di «Princìpi», il supplemento a «Vita Cristiana», la rivista dei domenicani fiorentini. Egli inizia a tracciare un percorso di senso che punta a riaffermare i “principi immutabili” che possono orientare «con sicurezza intorno alla struttura ed alla finalità della vita».

Il foglio, palesemente ostile ai totalitarismi e alla guerra, tra le altre cose contribuirà a creare i presupposti affinché Giorgio La Pira, braccato dagli squadristi, dopo l’8 settembre 1943 dovrà riparare in Vaticano aiutato da monsignor Giovanni Battista Montini. «Princìpi» verrà data alle stampe dal 1939 al 1940 prima di essere chiusa dal regime.

Il primo numero è dedicato al valore della persona umana, quello di febbraio 1939 alla «socialità della persona umana» mentre quello di marzo, mese in cui sale al soglio pontificio Pio XII, alla «Eguaglianza, disuguaglianza e gerarchia tra gli uomini». Una pubblicazione coraggiosa orientata alla difesa dei diritti e della dignità della persona umana mai inquadrata nell’alveo della retorica. Anzi, come ebbe modo di spiegare nel 1975 lo stesso La Pira, due anni prima della sua morte, in occasione della presentazione della ristampa anastatica dei fascicoli della rivista: «Eravamo alla svolta fatale satanica della storia (…) bisogna perciò — se e come possibile — elevare la voce indicatrice di questa “ora pessima”, di questa tenebra demoniaca nella quale stava per precipitare la storia della Germania, dell’Italia, dell’Europa e del mondo». Spinto dall’urgenza dell’aggressione nazista all’Europa, infatti, La Pira, con la pubblicazione di «Princìpi» passa da un impegno di studio, di spiritualità e di servizio caritatevole ai poveri, alla riflessione e poi all’azione politica, sempre portando nel cuore la lezione del Vangelo.

Al riguardo resta molto interessante la lettura che ne fa l’amico Ettore Bernabei nel 2004: «Quando La Pira arrivò a Firenze per studiare diritto romano con il professore Betti vi trovò un nuovo vescovo, Elia Dalla Costa, un uomo di Dio formatosi nella conoscenza profonda delle Sacre Scritture. Allora La Pira abitava in una cella del convento di San Marco e lungo quei corridoi, illuminati da una luce di cielo, posava gli occhi sulle Annunciazioni e sulle Natività dipinte dal Beato Angelico. Con la sua sensibilità poetica trasfondeva quelle immagini sulle lunghe ore di studio della Bibbia, della filosofia greca, della Patristica, della Scolastica da Duns Scoto a San Tommaso». È solo tenendo conto di tutto questo che si può capire «come fuori da ogni ribellismo e da qualsiasi schema politico — spiegava Bernabei — La Pira si schierò contro le aberrazioni totalitarie e razziste del fascismo, con la sua rivista “Princìpi”, per coerenza cristiana». La stessa per la quale subì divieti e persecuzioni dal regime, che tuttavia, per lui, divennero l’occasione felice per riparare in Vaticano, in casa del sostituto alla Segreteria di Stato Montini, come dimostra la sua tessera di collaboratore (numero 4858, rilasciata proprio dal Governatorato, il 30 settembre 1943). È certo che in quel drammatico 1939 le prese di posizione di La Pira puntavano a scuotere gli strati culturali e politici del tempo, ma in particolare le nuove generazioni su cui La Pira, nel dopoguerra e negli anni della ricostruzione, punterà tantissimo. È il caso della Conferenza internazionale della gioventù per il disarmo e la pace del 1964 di Firenze tenuta a palazzo Vecchio. «Le generazioni nuove sono, appunto, come gli uccelli migratori — scriveva La Pira — come le rondini: sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale, che indica loro la rotta e i porti verso la terra ove la primavera è in fiore». A distanza di ottant’anni da quel 1939 le parole e gli scritti di La Pira sono quanto mai attuali, pur se in un contesto geopolitico che potrebbe risultare profondamente cambiato, visti gli scenari di questa “terza guerra mondiale a pezzi” che non accenna a placarsi, i nuovi razzismi che emergono sempre più prorompenti, un’economia che non tiene conto delle reali esigenze delle persone, la povertà e la mancanza di lavoro dilagante.

Tutti elementi che inducono a non relegare gli scritti e il pensiero lapiriano in uno scaffale in biblioteca.

Dagli articoli sull’Osservatore, passando per le riflessioni su «Il Frontespizio» fino ai mesi della direzione di «Princìpi» il modo di fare politica di La Pira sembra quasi ispirarsi al De monarchia di Dante incarnandone l’uomo di governo dedicato al bene comune. Quella di La Pira è una politica in cui c’è posto per la diplomazia della pace e il fascino per la Città di Dio di sant’Agostino, quella Gerusalemme celeste alla quale La Pira, basandosi sulla teologia dell’incarnazione, pensava come città dell’uomo. E poi il Mediterraneo, da guardare come il lago di Tiberiade sulle cui sponde poteva avvenire il confronto e l’incontro tra genti, culture e religioni differenti come dimostrarono i Colloqui mediterranei avviati negli anni Cinquanta, in cui il valore geopolitico del mare nostrum viene completamente ridisegnato da La Pira, viene collocato nella sua visione come luogo di inter-culturalità e non solo di multiculturalismo.

di Vincenzo Grienti

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27 giugno 2019

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