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Segno
di tempi nuovi

· A cinquant’anni dall’assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese a Uppsala ·

Un gioioso incontrarsi, pieno di speranze, segno di tempi nuovi: così si potrebbe pensare la quarta assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese, a Uppsala, in Svezia, a cinquant’anni dalla sua celebrazione (4-20 luglio 1968), che appare sempre più un passaggio fondamentale nel cammino ecumenico. A Uppsala, dove il passo biblico scelto per guidare i lavori fu «Io faccio nuove tutte le cose» (Apocalisse, 21, 5), proprio per sottolineare la nuova stagione dell’ecumenismo, si raccolsero i primi frutti di un dialogo che nella prima metà del xx secolo aveva consentito dei passaggi significativi sulla strada della migliore conoscenza reciproca. Cominciando così a superare silenzi e pregiudizi.

A Uppsala, che venne gioiosamente invasa da oltre duemila persone, tra le quali gli 800 delegati in rappresentanza dei 232 membri del Consiglio ecumenico delle Chiese, si poté cogliere quanti passi erano stati compiuti nella direzione della costruzione di una collaborazione che testimoniasse una condivisione della missione dell’annuncio del Vangelo, nell’approfondimento continuo del patrimonio comune senza tacere le differenze, affinché l’ecumenismo fosse dialogo teologico e testimonianza comune.

Nell’affrontare il rapporto tra lo Spirito santo e l’universalità della Chiesa, il rinnovamento dell’azione missionaria, la relazione tra sviluppo economico e condizioni sociali, l’impegno per la pace e la giustizia, la ricerca di uno stile di vita cristiano, l’assemblea cercò di dare delle risposte a un mondo attraversato da tante novità: dalle proteste del movimento studentesco all’escalation della guerra in Indocina, dalle disillusioni per il processo di decolonizzazione alle tensioni in Medio oriente, dall’affacciarsi della crisi economica in Europa alle proposte per la fine di ogni forma di discriminazione. Su quest’ultimo punto venne maturando una sensibilità nuova, con la decisione di un impegno quotidiano e universale contro il razzismo, anche perché negli occhi di tutti era ben presente l’immagine dell’assassinio di Martin Luther King, al quale era stato chiesto di tenere il sermone di apertura dell’assemblea.

In questa situazione, tanto dinamica, dove tensioni e preoccupazioni si accompagnavano a speranze e progetti, il Consiglio ecumenico delle Chiese viveva una nuova stagione per tanti motivi, tra i quali uno dei più evidenti era la presenza di un nuovo segretario generale, il presbiteriano statunitense Eugene Carson Blake, che era stato chiamato a succedere a Willem Visser’t Hooft, che non era stato solo il primo segretario generale del Consiglio, ma uno di coloro che, raccogliendo l’eredità del vescovo luterano Nathan Söderblom, sepolto proprio a Uppsala, fin dagli anni trenta aveva pensato, progettato e costruito il Consiglio ecumenico delle Chiese fino alla sua nascita nel 1948, guidato nei primi tempi, quando si era dovuto chiarire che non si trattava di una “super-chiesa” o di una “lega pancristiana” ma di un luogo dove i cristiani, conoscendosi, vivevano l’unità della Chiesa nella testimonianza.

di Riccardo Burigana

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19 luglio 2018

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