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​Segno di speranza

· ​All’udienza generale il Papa parla del viaggio in Egitto ·

L’Egitto è stato ed è ancora oggi «segno di speranza, di rifugio, di aiuto». Lo ha detto Papa Francesco all’udienza generale di mercoledì 3 maggio, ripercorrendo con i fedeli riuniti in piazza San Pietro il viaggio compiuto il 28 e il 29 aprile scorsi.

Yousal Elsoryani, «Il ritorno della Sacra famiglia dall’Egitto»  (icona donata dal Papa al seminario patriarcale copto-cattolico del Cairo)

«Quando quella parte del mondo era affamata — ha ricordato in proposito il Pontefice dopo aver richiamato i momenti salienti della visita — Giacobbe, con i suoi figli, se n’è andato là; poi, quando Gesù è stato perseguitato, è andato là». Per questo, ha aggiunto, «raccontarvi questo viaggio significa percorrere il cammino della speranza: per noi l’Egitto è quel segno di speranza sia per la storia sia per l’oggi, di questa fraternità che ho voluto raccontarvi».

Nel dare atto dell’«impegno straordinario» profuso dalle autorità del paese per il buon esito del viaggio, Francesco ha ribadito che la sua presenza è stata essenzialmente «un segno di pace per l’Egitto e per tutta quella regione, che purtroppo soffre per i conflitti e il terrorismo». In questo senso, la visita ad Al-Azhar si è svolta sullo sfondo di «un doppio orizzonte: quello del dialogo tra i cristiani e i musulmani e, al tempo stesso, quello della promozione della pace nel mondo». Non è stato casuale perciò il riferimento all’Egitto come «terra di civiltà e terra di alleanze». Questo infatti — ha rimarcato il Papa — «ci ricorda che la pace si costruisce mediante l’educazione, la formazione della sapienza, di un umanesimo che comprende come parte integrante la dimensione religiosa, il rapporto con Dio». Dunque il cammino della pace va intrapreso «ripartendo dall’alleanza tra Dio e l’uomo, fondamento dell’alleanza tra tutti gli uomini, basata sul decalogo scritto sulle tavole di pietra del Sinai, ma molto più profondamente nel cuore di ogni uomo di ogni tempo e luogo».

Questo stesso fondamento è posto alla base dell’ordine sociale e civile, al quale «sono chiamati a collaborare tutti i cittadini, di ogni origine, cultura e religione». Una «visione di sana laicità» emersa durante l’incontro del Pontefice con il presidente Al-Sisi e con le autorità dell’Egitto, paese che nella regione mediorientale continua ad avere «un compito peculiare nel cammino verso una pace stabile e duratura, che poggi non sul diritto della forza, ma sulla forza del diritto».

In tale prospettiva i cristiani egiziani «sono chiamati a essere lievito di fraternità», come è apparso evidente durante la visita al patriarca copto ortodosso Teodoro II, definito dal Papa «mio caro fratello». La dichiarazione comune e la preghiera ecumenica sono stati — ha evidenziato Francesco — «un forte segno di comunione», anche nel ricordo dei «martiri dei recenti attentati che hanno colpito tragicamente quella venerabile Chiesa».

Il Pontefice ha infine ricordato la giornata trascorsa con la comunità cattolica del paese, esortata «a rivivere l’esperienza dei discepoli di Emmaus» e «a trovare sempre in Cristo, parola e pane di vita, la gioia della fede, l’ardore della speranza e la forza di testimoniare nell’amore che “abbiamo incontrato il Signore”». In quella circostanza — ha raccontato — «ho visto la bellezza della Chiesa in Egitto, e ho pregato per tutti i cristiani nel Medio oriente, perché, guidati dai loro pastori e accompagnati dai consacrati, siano sale e luce in quelle terre, in mezzo a quei popoli».

La catechesi del Papa

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