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Segno dei tempi

· ​Le migrazioni dei popoli ·

Ai miei tempi si parlava di “invasione dei barbari” per descrivere quel fenomeno storico del primo medioevo europeo. Oggi, si chiama con il termine, più politically correct, “la migrazione dei popoli”. Fin dal termine del terzo secolo varie genti cominciarono a erodere le frontiere settentrionali e orientali dell’impero romano. Era naturale che il miraggio di una città prospera e potente attraesse l’attenzione e la cupidigia di quei popoli vicini che non avevano raggiunto un tale grado di civiltà e di benessere. Nonostante lo sforzo di Diocleziano di riconquistare le terre perdute, il processo segnava l’inizio del declino di Roma, dovuto a diversi fattori: sociali, politici, economici, morali e demografici. Inoltre, quando Costantino stabilì la sua sede a Bisanzio, l’Occidente divenne preda dei popoli circostanti i quali approfittavano delle crepe dell’impero per estendere il proprio potere. Il culmine fu raggiunto quando Alarico conquistò e saccheggiò Roma nel 410. Da allora unni, ostrogoti, visigoti, alemanni e altri continuarono a devastare l’impero.

Sergey Ponomarev, Lesbo  16 novembre 2015  («The New York Times»)

È ovvio che tale fenomeno non si manifestò solamente nell’impero romano. Era un fatto ricorrente in ogni parte del mondo lungo la storia delle diverse civiltà orientali e occidentali. Può accadere per cercare terre più fertili, o semplicemente per scopi espansionistici. Noi ci soffermiamo sulla storia romana perché questa ha qualcosa da dire alla nostra generazione.

I vari popoli che si impossessarono dei territori romani avevano anch’essi i loro costumi, religioni e culture. Era da prevedere che la cultura più forte e più antica dei romani prevalesse su quelle più deboli e meno consolidate. Però era inevitabile che questi vari popoli lasciassero anch’essi la loro impronta sui popoli di più antica civiltà. Accadde dunque una fusione con prevalenza romana che, dopo un lungo periodo di assestamento, diede vita alla grande civiltà medievale, con le sue università, cattedrali, letterature, filosofia e arte. Quale altra era sorgerà dopo la fusione di tutte le razze e culture dell’Europa odierna?

Gli invasori di allora trovarono sì un impero in declino con molte debolezze, ma incontrarono anche un popolo ancora giovane con uno spirito forte e credenze ben definite, con risposte credibili ai problemi dell’esistenza umana: i cristiani. Questi avevano permeato l’impero da secoli e avevano infuso una nuova anima nel pensiero e nella cultura delle genti che popolavano i territori dell’impero. La nuova Europa dunque, era unita non soltanto da una lingua comune, ma da una fede comune e da una cultura erede del pensiero greco e romano nonché della giurisprudenza romana.

Ciò nonostante perdurarono i nazionalismi, in bene o in male. C’erano delle guerre sì, ma l’eredità greco-romana-cristiana fiorì nelle grandi letterature di ciascuna nazione per mezzo di uomini come Dante e Shakespeare.

Ciò che abbiamo detto finora lo conosce ogni scolaro. Lo abbiamo riferito perché può servirci per interpretare il fenomeno analogo del movimento costante verso l’Europa di masse di gente dal Medio Oriente e dall’Africa. Sarebbe falso e offensivo chiamare questo fenomeno un’invasione da cui dobbiamo difenderci. Sarebbe come se chiamassimo invasione l’emigrazione di centinaia di migliaia d’italiani in Germania, in Belgio e negli Stati Uniti, dove si sono amalgamati con gli abitanti, anche se con non poca difficoltà. È soltanto un altro caso di tali avvenimenti ricorrenti nella storia di ogni continente.

di Prosper Grech
Cardinale diacono di Santa Maria Goretti

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