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Sedici pietre per il futuro

Per la storica prima messa celebrata pubblicamente da un Pontefice sul suolo del Myanmar, il piccolo gregge della Chiesa locale ha risposto con entusiasmo alla voce del pastore con l’“odore delle pecore”. Nel terzo giorno del suo viaggio in Asia, giunto ormai al giro di boa, Francesco al mattino ha presieduto l’Eucaristia alla presenza di centocinquantamila fedeli giunti anche dai più remoti villaggi montani. E nel tardo pomeriggio ha incontrato l’episcopato di una nazione in cui i cattolici sono appena seicentocinquantamila su cinquantasei milioni di abitanti. Tra i due appuntamenti con questa comunità viva e dinamica, nel segno del dialogo tra le religioni il Papa ha voluto anche visitare un luogo simbolo del buddismo, la “pagoda della pace mondiale”, parlando al consiglio supremo “sangha” dei monaci.

Su indicazione dell’arcivescovo di Yangon, che ha chiesto di anticipare la messa prima che la calura e l’umidità diventassero insopportabili, Francesco si è recato di buon mattino al Kyaikkasan Ground, un’area verde nel centro cittadino dell’antica capitale.

Imponente il palco a forma di gigantesca pagoda dorata su cui è stato allestito l’altare, con un chiaro richiamo alla cultura della maggioranza buddista del paese. Del resto, qui i cattolici sono solo un quarto della minoranza cristiana, che a sua volta rappresenta il 4 per cento della popolazione. «Ma quell’un per cento, seicentocinquantamila persone, è già più del doppio rispetto all’anno dell’indipendenza nel 1947» spiega il salesiano Mariano Soe Naing, stretto collaboratore del cardinale Bo.

Un piccolo ma eloquente segno di vitalità, dovuto anche all’impegno dei missionari italiani del Pime, come i sacerdoti Paolo Manna e Clemente Vismara, beatificati rispettivamente nel 2001 e nel 2011, e come il loro confratello martire Mario Vergara, proclamato beato nel 2014 insieme al catechista locale Isidoro Ngei Ko Lat, protomartire della Chiesa del Myanmar. Con la loro testimonianza hanno dato nuova linfa alla pianta della Chiesa, germogliata dall’annuncio evangelico di cui proprio nel 2014 è stato celebrato il quinto centenario. Oggi essa conta 16 circoscrizioni ecclesiastiche, raggruppate intorno alle arcidiocesi di Mandalay, di Taunggyi e di Yangon, con una ventina di vescovi, poco meno di mille preti diocesani e religiosi, quasi 1500 consacrati e consacrate. Tra i laici, per il 90 per cento appartenenti alle etnie karen e kayah, ci sono più di 2500 catechisti, mentre le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa fioriscono numerose. Le diocesi, gli istituti e le congregazioni gestiscono un’università, dieci collegi e più di 250 scuole, oltre a una decina di ospedali, un centinaio di presidi medici, due lebbrosari, sette centri di assistenza per anziani, duecento orfanotrofi e altrettanti asili nido, dislocati nelle zone rurali e urbane. Senza dimenticare i diversi progetti di sviluppo dell’agricoltura, per assicurare la sussistenza, le cure e l’istruzione ai più poveri, che in Myanmar sono davvero tanti. In particolare la Caritas, qui nota come “Karuna”, attraverso 750 operatori sparsi in tutto il paese, oltre a intervenire nelle emergenze, ha avviato un migliaio di scuole primarie gratuite. Perché sanità ed educazione sono i due campi in cui i cattolici hanno dato e continuano a dare un contributo fondamentale al processo di costruzione dell’identità di una nazione mosaico, composta da tante etnie. In segno di attenzione a queste realtà, durante il rito liturgico, alla preghiera dei fedeli sono state lette intenzioni nelle lingue delle minoranze Kachin, Kayah, Chin, Karen e Shan. Da parte sua il Pontefice ha usato il calice del primo vescovo missionario in Myanmar e un pastorale di legno realizzato artigianalmente e donatogli dai rifugiati cattolici Kachin, che ora si trovano nel campo profughi della città di Winemaw. A causa delle difficili condizioni in cui si trovano, non hanno potuto raggiungere Yangon. Del resto le distanze sono notevoli e i costi alti, al punto che tra i partecipanti alla celebrazione non pochi hanno dovuto viaggiare a piedi anche per tre o quattro giorni. E per chi ha scelto il treno il governo ha messo a disposizione biglietti gratuiti. Sono arrivati dagli stati del nord, dove le comunità cattoliche sono più numerose, vestiti con i tradizionali costumi colorati e muniti di ombrellini di carta e bambù per proteggersi dal sole. Con loro anche fedeli provenienti da nazioni vicine, come la Thailandia, il Vietnam, l’India. E non sono mancati, tra i presenti, alcuni musulmani, hindu, buddisti e, naturalmente, leader e membri delle Chiese cristiane. Tra lo sventolio di migliaia di bandierine, tutti hanno potuto vedere da vicino il Papa, quando al suo arrivo ha compiuto un lungo giro sulla jeep bianca scoperta tra la folla.

Indossati i paramenti verdi con motivi ornamentali dorati in stile orientale, Francesco ha quindi presieduto l’Eucaristia, concelebrata da una decina di cardinali, in prevalenza asiatici, da numerosi vescovi e sacerdoti del Myanmar. E al termine ha voluto salutare personalmente tutti i porporati e i presuli intervenuti. Allietata da canti dalle inconfondibili sonorità del continente, la messa si è svolta in inglese e in latino, con il passo del vangelo di Luca (21, 12-12) proclamato nella lingua locale. Dopo aver esordito con il tradizionale benvenuto “Mingalaba”, suscitando l’applauso dei presenti, il Papa all’omelia pronunciata in italiano — con traduzione alternata in birmano da parte di un sacerdote — ha esortato a guardare alla croce per ritrovare la guarigione dalle ferite della violenza, mettendo da parte rabbia e vendette.

Temi rilanciati nel tardo pomeriggio, quando Francesco nella cattedrale di Saint Mary ha concluso la faticosa giornata incontrando la Conferenza episcopale del Myanmar. Dapprima ha compiuto un giro attorno all’edificio di culto a bordo di un’auto elettrica, salutando le tantissime suore e novizie assiepate dietro le transenne e soffermandosi con un anziano prete in sedia a rotelle, mentre una corale di bambini intonava un canto di benvenuto. Dopo aver posato con questi ultimi per una foto ricordo, in un salone del complesso attiguo all’arcivescovado ha trovato ad attenderlo i ventidue presuli del Paese. La sua riflessione, inizialmente interrotta da un piccolo black out elettrico, è stata incentrata sui temi della guarigione, dell’accompagnamento e della profezia. Il Pontefice ha arricchito il testo italiano preparato — distribuito ai presenti in una versione in inglese — con diversi inserti a braccio, chiedendo all’interprete, monsignor Miles, di tradurre le varie aggiunte apportate. In particolare il Papa ha ricordato ai presuli che la Chiesa è un “ospedale da campo” e li ha invitati ad avere «l’odore delle pecore, ma anche l’odore di Dio». Il vescovo, ha rimarcato, deve essere vicino ai propri sacerdoti e ai catechisti, che sono i “pilastri” dell’evangelizzazione, senza perdere di vista il suo «primo compito» che è la preghiera. Dal Pontefice anche un elogio per la strategia pastorale quinquennale adottata e per l’organizzazione della conferenza sulla pace dell’aprile scorso, con il coinvolgimento di capi religiosi, ambasciatori e rappresentanti di ong. Infine il riferimento all’immagine biblica del buon samaritano che si ferma a soccorrere i tanti sfollati che, all’interno del paese o in quelli confinanti, giacciono feriti ai bordi della strada". Prima di concludere Francesco ha chiesto di pregare la Madonna, i vescovi in birmano e lui in spagnolo.

Al momento del congedo Francesco ha salutato personalmente ciascun presule e ha benedetto le prime pietre di sedici chiese, del seminario maggiore e della nunziatura apostolica. Quindi all’esterno ha posato per la foto ricordo con i trecento seminaristi che rappresentano il futuro della Chiesa in Myanmar, recitando con loro l’Avemaria. Infine al rientro in arcivescovado ha trovato ad accoglierlo trenta confratelli gesuiti che svolgono la loro missione in terra birmana.

dal nostro inviato Gianluca Biccini

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17 novembre 2019

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