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Secondi interminabili

· Una missione sospesa tra successo e fallimento ·

«Tornati dallo spazio con la Luna in tasca»: così la prima pagina di «Stampa Sera» salutava il 23 luglio 1969 il rientro dell’Apollo 11. Anche noi, sebbene non letteralmente e consapevolmente quanto i 3 celebri astronauti, abbiamo in tasca un po’ di luna: non una porzione rocciosa, né una fotografia satellitare, ma la tecnologia — alla base del funzionamento dei diffusissimi smartphone — che adoperiamo quotidianamente per la stragrande maggioranza delle attività, è parente stretta degli strumenti messi a punto e sviluppati per compiere lo storico allunaggio di 50 anni fa, avvenuto esattamente alle 20.17 Utc (22.17 ora italiana) del 20 luglio 1969. Al successo dell’operazione contribuì il lavoro congiunto di migliaia di persone, sparse per il globo, ma a esso non fu estraneo nemmeno il coraggio, la temerarietà di Aldrin, Armstrong e Collins che fisicamente compirono il volo e, due di loro, l’allunaggio, materializzando il sogno di un’intera generazione. Non si coglieranno mai pienamente le enormi difficoltà di allora, dovute a mezzi tecnologici rudimentali, quasi "ridicoli", rispetto agli attuali. Tra i maggiori ostacoli, ad esempio, vi era quello di consentire, all’atto della progettazione, il costante monitoraggio della grande varietà di parametri in gioco e l’eventuale possibilità di intervenire su velocità, assetto di volo, traiettoria e inclinazione del razzo Saturn v (su cui erano montati ben 92 motori) rispetto alla crosta lunare. Occorreva ruotare gli occhi da uno schermo all’altro alla velocità della luce (è il caso di dire!), per mantenere il controllo su migliaia di numeri in continuo rimescolamento che lastricavano il cammino della navicella sulla rotta lunare. E, infatti, un Fiume di numeri la strada di Apollo 11 fu il titolo di Antonio De Falco su «Il Giorno» (17 luglio 1969). Indispensabile, poi, era valutare — in tempo reale — le conseguenze di impercettibili errori dovuti al funzionamento di missile e navicella spaziale, o a manovre dei membri dell’equipaggio, o stabilire — istantaneamente — le correzioni da apportare ai parametri di volo, e, immediatamente dopo, effettuare le manovre idonee a riportare la traiettoria del razzo, e i relativi componenti umani, sulla "retta via": il tutto tramite i comandi remoti o per mano del pilota di bordo. Per tali funzioni entrarono in gioco i primi elaboratori elettronici, antenati dei superpotenti pc odierni e progenitori degli ultrasottili tablet che ben conosciamo, che non erano di certo agevoli rispetto ai nostri canoni: per cominciare, si presentavano sprovvisti di mouse, di interfaccia "punta e clicca", di comando vocale e, infine, di schermo sensibili al tocco. Gli astronauti stessi selezionavano manualmente i programmi di calcolo, inserendo coppie di codici numerici nella memoria dei calcolatori di bordo, e, in caso di imprevisti, non rari, modificavano i programmi in uso, seduta stante, su istruzione del comando missione a Terra: si procedeva, dunque, immettendo i nuovi codici nei pochissimi secondi a disposizione. Il limite maggiore, poi, risiedeva nella potenza di calcolo dei processori, nemmeno lontanamente paragonabile a quella attuale. Definendo approssimativamente tale potenza come la quantità di operazioni elementari svolte in una unità di tempo, per lo sbarco sulla luna gli elaboratori elettronici dovevano eseguire in tre secondi calcoli che avrebbero impegnato la mente umana per 480 anni, come ben evidenziato da Sergio Rossi nel titolo Un milione di istruzioni governano il volo dell’Apollo 11 comparso su «Il Giorno» del 19 luglio 1969. Per aver un’idea delle grandezze in gioco, gli Apollo Guidance Computer, sviluppati dal Massachusetts Institute of Technology e trasferiti a bordo della navicella Apollo 11, avevano velocità di elaborazione di 2.048 Mhz e memoria Ram di 4Kb: ebbene, un comune smartphone, oggi in commercio, effettua operazioni in quantità di migliaia di volte maggiore, a pari unità di tempo! Anche l’affidabilità delle macchine non garantiva prestazioni eccezionali. A tutti noi capita, talvolta, di dover bruscamente disattivare il pc, "congelato" da una raffica di comandi in ingresso: ebbene, simili inconvenienti si presentarono anche durante la missione Apollo 11, ogni qualvolta l’Apollo Guidance Computer veniva sovraccaricato di dati, così che il sistema di bordo — tempestato da frenetici imput — entrava in crisi, costringendo Armstromg a passare al comando manuale. In particolare, grazie alla perizia di esperto pilota acquisita nella precedente esperienza di volo sulla Gemini 8, fu scongiurato il peggio in un’occasione, quando, malgrado lo scarso propellente a disposizione nel serbatoio (sufficiente per soli 25 secondi di volo), riuscì a individuare una zona sicura e pianeggiante, il Mare Tranquillitatis (nel nome era già segnato il destino del luogo), su cui posare il modulo lunare Lem. Qui si consumarono gli attimi di maggior criticità dell’intera missione: mai, come in quegli interminabili istanti apparve labile il confine tra successo epocale e drammatico fallimento. In un pugno di secondi i sogni di un’intera generazione apparvero all’improvviso infrangersi. Un episodio che dimostra — ancora una volta, se necessario — che il taglio di traguardi storici dipende sempre dai mezzi tecnologici e dall’ingegno umano, ma solo quest’ultimo trova in sé le risorse, nelle emergenze, per ribaltare le sorti di un destino apparentemente già scritto.

di Silvia Camisasca

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18 ottobre 2019

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